Alimentazione e longevità: la dieta per vivere a lungo e meglio

La Nutrizione ha subito negli ultimi anni una rivoluzione così significativa che, data l’esiguità del tempo in cui è avvenuta, non rende ancora possibile la capacità d’interpretarne gli effetti, se non alla luce d’ipotesi oscillanti tra ragionevoli certezze e probabili previsioni. Da una parte abbiamo quindi la necessità di adeguare i nuovi modelli alimentari al complesso delle reazioni biochimiche dal quale dipendono l’efficienza funzionale e lo stato di salute dell’organismo, da un’altra invece vanno considerati le interazioni tra i nutrienti e l’espressione genica che regola gran parte dell’espressione fenotipica dell’uomo (nutrigenomica).

I cibi possono influenzare l’invecchiamento dei nostri geni accorciando fino al loro danneggiamento precoce e irreversibile i cosiddetti “marcatempo” dei cromosomi, cioè i telomeri, ossia la parte terminale del cromosoma composta di DNA che non genera alcun prodotto proteico. Confrontando, infatti, i telomeri di un quarantenne a dieta americana (JunK food) con un coetaneo a dieta mediterranea, si potrà verificare come il primo abbia già esaurito il suo potenziale di vita cellulare. Nonostante i notevoli vantaggi identificati e pur riconoscendo che i prodotti vegetali utilizzabili dall’uomo sono moltissimi, esistono ancora troppe persone, con particolare riferimento all’età pediatrica, che poco o nulla li apprezzano, lamentando spesso presunte intolleranze o difficoltà digestive.

Le vitamine
Il patrimonio vitaminico varia dai peperoni, cavoli, fragole, more e agrumi (vit. C) ai carotenoidi (precursori della vit. A) o al licopene (antiossidante) dei pomodori, del cocomero, e delle albicocche, oppure ai polifenoli delle mele, pesche, susine e ciliegie. E’ opinione largamente diffusa che tutta la frutta sia sempre e comunque una miniera di vitamine. Mentre le tabelle di composizione degli alimenti evidenziano che il contenuto vitaminico delle varie specie di frutta è molto specifico, limitandosi a una o due vitamine, con assenza nel singolo frutto di altri gruppi vitaminici.

Nasce quindi l’esigenza di una variabilità quotidiana nell’ambito di un’alimentazione equilibrata, non trascurando la possibilità di un’integrazione, in particolari stati fisiologici o patologici. Un altro argomento emergente nell’ambito delle ricerche sull’invecchiamento è il mantenimento dell’attività mitocondriale.

Lo studio
Molti studi indicano che un’adeguata funzione dei mitocondri è essenziale per l’invecchiamento in buona salute. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori, in un periodo dal 2006 al 2013, hanno prima raccolto il plasma e poi quantificato il DNA mitocondriale in esso presente di 831 soggetti sani di diverse nazionalità europee, di età compresa da uno a 104 anni, tra cui 429 individui appartenenti a «fratrie» (coppie di fratelli o sorelle) oltre i novanta anni. I dati raccolti hanno consentito di scoprire che con il processo d’invecchiamento aumenta la quantità di DNA mitocondriale circolante nel plasma e, studiando le famiglie di persone molto anziane, che esiste anche un forte controllo genetico di questo livello.

«Il DNA mitocondriale – spiega Andrea Cossarizza, lo scienziato dell’Università di Modena e Reggio Emilia che ha coordinato lo studio – è rilasciato nella circolazione quando una cellula muore e di conseguenza si rompe. Questo DNA ha una forma particolare, diversa dal DNA presente nel nucleo, poiché i mitocondri sono organelli derivati dalla fusione di cellule batteriche con cellule nucleate, avvenuta miliardi di anni fa, e hanno mantenuto l’originale caratteristica genetica. Quando il sistema immunitario avverte la presenza di questo DNA, di derivazione “batterica”, innesca un’infiammazione che tende ad auto-mantenersi. La capacità di controllare la produzione e il rilascio di DNA mitocondriale, da un lato, e i suoi effetti, dall’altro, sono quindi la chiave di lettura del come e perché s’invecchia. Queste osservazioni – commenta Cossarizza – aprono nuove prospettive sia all’interpretazione di molti fenomeni biologici legati all’invecchiamento sia allo sviluppo di nuove strategie (terapeutiche e comportamentali) per migliorare lo stato di salute della persona anziana».

Proteine
Tra i macronutrienti, la raccomandazione d’introduzione delle proteine è di circa 0,8-1 g per Kg di peso corporeo. Tutti i prodotti di origine animale – carni, pesce, latticini – sono ricchi di sostanze associate a cancro e cardiopatie: grassi saturi, colesterolo, acido arachidonico. Ma non è solo il contenuto di grasso a rendere l’eccesso di consumo di prodotti animali potenzialmente patogeno: le proteine di origine animali stimolano l’aumento nell’organismo di ormoni cancerogeni, come il fattore di crescita insulino simile 1 (IGF-1). Tale fattore accelera il processo d’invecchiamento, favorendo in tarda età la formazione e diffusione di cellule neoplastiche in diversi tipi di tumori (colon, prostata, mammella).

Verdure
In età adulta invece una ridotta concentrazione di IGF -1 si associa a una diminuzione dello stress ossidativo e delle infiammazioni e a una migliore sensibilità insulinica. Cibi di origine vegetale, come semi, leguminose, verdure a foglia, non innalzano i livelli di IGF-1, non contengono sostanze pro infiammatorie e sono ricchi di agenti fitochimici antinfiammatori favorevoli il benessere e la longevità.

A cura di:
Dott. Claudio Messere
Specialista in Scienza dell’Alimentazione e Dietologia

Redazione Scientifica

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