Nutrizione e infiammazione: la dieta antinfiammatoria

Il sospetto che ci sia una correlazione diretta tra ciò che introduciamo nell’organismo e la presenza di uno stato infiammatorio e/o di un’alterazione immunitaria, fu avanzato già nell’antichità da Ippocrate e successivamente dalla scuola medica salernitana. D’altra parte io stesso durante la mia adolescenza fui influenzato dalle teorie new-age che prevedevano un ritorno alla vita naturale e alla cura delle patologie tramite i prodotti della terra. Il sogno proseguì nel corso degli studi di medicina, dove peraltro riscontrai come l’argomento “nutrizione” fosse trattato in modo superficiale e marginale e, forse, questa fu una delle motivazioni che mi spinsero ad approfondire tali tematiche accedendo alla scuola di specializzazione in scienza dell’alimentazione, dopo la laurea.

Tuttavia solo negli ultimi anni numerosi studi scientifici hanno finalmente dimostrato lo stretto rapporto tra cibo, stati infiammatori e difese immunitarie, determinando la nascita di discipline quali l’immunonutrizione e la dietetica antinfiammatoria. In pratica come curarsi “naturalmente” senza ricorrere a farmaci. Il tessuto adiposo, una volta considerato esclusivamente un deposito inerte di lipidi, è ormai universalmente riconosciuto come un vero e proprio organo endocrino che influisce sull’equilibrio energetico e la salute cardiovascolare, attraverso il rilascio di sostanze definite adipochine che regolano l’assunzione di cibo, il dispendio energetico, la sensibilità all’insulina e l’infiammazione. Tali sostanze possono essere direttamente impegnate nei processi infiammatori (es. leptina, citochine) oppure contrastarne il processo, come per esempio l’adiponectina. Si è visto come nell’obesità e nel diabete II ci sia un certo incremento di leptina, citochine e adiponectina. L’attività infiammatoria delle prime è associata a un aumento del rischio cardiovascolare. Viceversa una maggiore increzione di adiponectina è associata a una minore infiammazione, una migliore sensibilità all’insulina e a un minor rischio cardiovascolare. Diversi studi hanno evidenziato un’associazione tra la presenza di macrofagi (cellule del sistema immunitario) nel tessuto adiposo viscerale e l’insulino–resistenza associata all’obesità. La maggior parte dei depositi adiposi racchiude anche uno o più linfonodi. Il tessuto adiposo, associato ai linfonodi, può essere fonte di energia per l’attivazione del sistema immunitario.

L’ingestione di pasti ad alto contenuto energetico (grassi, e zuccheri) è in grado di scatenare una risposta metabolica e immunitaria nell’organismo che, se perpetuata nel tempo, conduce ad aumento di fattori di rischio cardiovascolari come glucosio, insulina e radicali liberi. Può inoltre scatenare una risposta infiammatoria sistemica che conduce all’insorgenza di uno stato infiammatorio cronico, che, a sua volta, può favorire patologie come l’aterosclerosi o tumori. Recentemente è stata descritta un tipo d’infiammazione cronica, di basso livello, inferiore alla soglia di dolore. Tale infiammazione silente è descritta con un quadro clinico nel quale non c’è dolore ma un lento, costante e continuo processo di alterazione delle funzioni fisiologiche. Non essendo associata a dolore, può non essere avvertita dalla persona come un problema da affrontare e quindi, persistere nel tempo originando dei veri e propri danni d’organo permanenti. Sono associate a questo tipo d’infiammazione, non solo l’obesità e il diabete 2, ma anche molte malattie croniche come le cardiopatie, l’artrite reumatoide, l’Alzheimer, alcuni tipi di tumori. Nella pratica clinica è veramente difficile introdurre dei veri e propri schemi dietetici antinfiammatori, e anche quelli che di volta in volta sono stati proposti, con l’esclusione d’interi gruppi alimentari, risultano con il tempo di difficile attuazione. Esiste, infatti, un intreccio di protocolli, derivanti dalle linee guida per le diverse condizioni di salute e patologie, elaborate per la popolazione generale a fini di prevenzione e trattamento dell’infiammazione cronica.

In effetti, dalle linee guida internazionali si può dedurre che, per affrontare tale problematica, si deve ricorrere a uno stile di vita adeguato comprendente: 1) Riduzione/abolizione del fumo di sigaretta 2) Incremento dell’attività fisica 3) Gestione consapevole dello stress 4) Alimentazione adeguata al sesso, età, stato fisiologico o patologico. In tal caso alcune raccomandazioni dovrebbero essere sempre tenute presenti: – Consumo abbondante e frequente di frutta e verdura fresca di stagione; – Apporto quotidiano di grassi polinsaturi omega 3 e omega 6, derivanti da prodotti ittici e da noci; – Consumo di cereali di origine integrale, non raffinati; Consumo di proteine vegetali (es. soia) o proteine animali derivanti da carne bianca e pesce – Ridotto consumo di sale da cucina; – Escludere alimenti ricchi di acidi grassi saturi o trans; – Evitare cibi raffinati, lavorati, zuccheri semplici; – Ridotto consumo di alcool; – Consumo di spezie e di erbe aromatiche.

L’ingestione di pasti ad alto contenuto energetico è in grado di scatenare una risposta metabolica e immunitaria nell’organismo che, se perpetuata nel tempo, conduce a un aumento di fattori di rischio cardiovascolari e radicali liberi. Inoltre può scatenare una risposta infiammatoria acuta, che coinvolge molti aspetti della risposta immunitaria. Se il singolo pasto ipercalorico rimane un evento limitato nel tempo e viene consumato da soggetti sani, normopeso, l’organismo riesce ad utilizzare la risposta antinfiammatoria in modo appropriato, senza causare danni. Invece nei soggetti in sovrappeso, lo stesso pasto può causare un incremento di una risposta infiammatoria già di per sé elevata, con conseguenze più gravi sull’intero metabolismo. Il tessuto adiposo è di fondamentale importanza per lo stato infiammatorio associato all’obesità, soprattutto a causa di cellule immunitarie infiltrate.

In alcune ricerche è stato evidenziato come un insieme di alcuni componenti dietetici diversi (olio di pesce, estratto di tè verde, resveratrolo, Vit. C, Vit. E e pomodoro) sono in grado di ridurre l’infiammazione di basso grado, nonché lo stress ossidativo e metabolico, integrando gli effetti dei marcatori d’infiammazione, metabolismo e ossidazione. Numerosi studi suggeriscono come sia importante introdurre con l’alimentazione un cibo o una bevanda di origine vegetale che, grazie al suo contenuto di molecole bioattive, riesca ad aiutare l’organismo nel contenere la risposta infiammatoria e ossidativa con relativi danni associati. A tal proposito si sono rivelati molto efficaci le fragole e tutti i frutti di bosco, così come i succhi di frutta in generale, con l’attenzione di scegliere quelli a contenuto zuccherino minore, per evitare picchi d’insulina, o preferendo spremute “estratte” fresche, senza aggiunta di zuccheri e conservanti. La dieta mediterranea potrebbe essere sicuramente utile, regolando al ribasso i livelli di carboidrati ad alto indice glicemico (pane, pasta, riso). Le fonti proteiche dovrebbero essere prevalentemente di natura vegetale o animale da carne bianca e pesce, e gli acidi grassi dovrebbero essere rappresentati dall’olio di oliva extravergine, caratterizzato da un basso apporto di acidi grassi omega6.

A cura di: Dott.re Claudio Messere – Specialista in Scienza dell’Alimentazione e Dietologia

Redazione Scientifica

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