Il senso di appartenenza: la difesa del particulare ordine e norma delle relazioni

E’ diffusa la convinzione che la difesa del proprio spazio sia ragione primaria dell’esistenza delle persone; il sé è la ragione che governa il mondo, un governo, però, che ha un orizzonte di senso molto limitato e limitante.

Ciò che mi appartiene sempre più assume i caratteri della proprietà privata e sempre meno investe il campo, più vasto e articolato, del senso di appartenenza. Ogni individuo è parte di una razza, di una famiglia, di una città, di una nazione, di un continente; è parte, forse sarebbe il caso di dire è una piccola parte, di un insieme un po’ più grande.

Il concetto di insieme, così come la consapevolezza di essere parte di una molteplicità, è messo semplicisticamente in crisi; al concetto ampio di cosmopolitismo è contrapposto il municipalismo; la fanatica difesa della micro appartenenza prevale, è l’interesse, anche di natura economico, da tutelare. Il nazionalismo, figlio legittimo del semplicismo interpretativo, oggi imperante, trova giustificazione ideologica nell’idea che l’appartenenza è proprietà, sempre più privata, sempre più e solo mia.

La crisi culturale e di conseguenza sociale, del senso di appartenenza non è una novità. Anche in altri periodi storici siamo stati “invasi” da questo analfabetismo; il fascismo e il nazismo trovarono nell’idea “forte” del nazionalismo le basi per “giustificare” le più orribili azioni. L’idea “forte” del nazionalismo, associato a notevoli pressioni economiche del sistema capitalistico, rese possibile la pratica odiosa del colonialismo e dell’imperialismo, riducendo, ancor di più, intere popolazioni e nazioni alla fame, contribuendo a determinare una distribuzione della ricchezza iniqua e insostenibile. L’esasperazione egocentrica e quindi egoistica del senso di appartenenza come proprietà privata ha generato l’idea “forte” della chiusura, della recinzione, del primato del particulare, della legittima difesa quasi senza più vincoli, a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo e modo, della proprietà, della mia proprietà. Ogni uomo possiede internamente la bomba H come desiderio di controllo sadico e onnipotente sul proprio nemico, come ha scritto Gunter Anders.

Oggi a questo si è aggiunto una sorta di modalità distruttiva nei confronti dell’altro, di qualsiasi altro, che possa mettere a repentaglio quanto mi appartiene. E’ un’appartenenza non solo economica, sociale, culturale ma anche emotiva emozionale.

Il femminicidio trova in questa idea malata una sua manifestazione. L’altro(a) è oggetto del mio ego e deve soddisfare l’idea che ho del fare. Non ha cittadinanza la pluralità e ancor meno la diversità. E’ un vento che non fa respirare. L’uomo, in questa fase storica sembra abbia smarrito il senso critico, la coscienza critica. E’ sempre più numeroso il gregge che non pensa ma segue. Quanto abbiano influito la diffusione dei nuovi strumenti di comunicazione di massa nel determinare questa situazione, è difficile dirlo.

Il titolo di un bel libro di Crepet,” Baciami senza rete”, può indicarci una possibile riflessione. Naturalmente non si tratta di contrapporsi al progressivo e fortunatamente inarrestabile sviluppo della tecnica e delle scienze, fonte di grandi conquiste e di miglioramento della vita degli uomini; sarebbe, però, importante, avviare una riflessione sull’inaridimento sentimentale, sull’anaffettività, sull’incapacità di provare emozioni. Nel momento più grande della diffusione comunicativa a carattere planetario è sempre più limitata, piccola piccola, la comunicazione vicina, intendo quella tra le persone che si frequentano, che si vedono, che si amano.

Alla comunicazione vicina abbiamo sostituito quella lontana dei whatsapp o di instagramm e altro, un sentire freddo, come il vento gelido da cui bisogna difendersi per prevenire gravissime conseguenze. Chi e come può rendere possibile una nuova genesi comunicativa è difficile dirlo, forse sarà im-possibile ri-generare il calore della comunicazione del corpo, delle mani, degli sguardi, delle parole dette e non scritte.

Forse abbiamo bisogno di una rivoluzione del pensiero debole che si contrapponga al pensiero forte del potere dominante del nulla relazionale. La scuola, la famiglia forse la chiesa potrebbero costituire le basi sociali e culturali della rivoluzione del pensiero debole. Ci sarebbe bisogno di un nuovo patto educativo, bisognerebbe riappropriarsi dei luoghi della parola, del sentire e del dire, bisognerebbe, insieme, costruire una nuova grammatica educativa, non contro ma per. Per vedersi, per sentirsi, per ascoltarsi, per amarsi.

Gli scettici si chiedono se questo possa essere possibile, la risposta sta nell’etimologia della parola potere, deriva dal verbo latino poteo e in particolare da una forma arcaica dell’infinito posse che è proprio potere. Questo termine indica semplicemente il “poter fare qualcosa”, questa è la più grande forza dell’uomo che, se guidato dal senso critico, e da un’attenzione all’altro, ha in sé il potere del pensiero debole di im-porre la più importante e necessaria rivoluzione che potremmo sintetizzare in baciamoci senza rete.

Prof. Raffaele Aratro
Docente di Filosofia e Storia