La felicità possiede la natura dell’attimo

“I momenti di felicità… Ne abbiamo avuto l’esperienza, ma ci è sfuggito il significato.” (T.S. Eliot, Quattro quartetti)

L’etimologia della parola felice è da ricondursi alla radice sanscrita bhu- (poi trasformatasi in foe- o in fe-) da cui il greco φύω (fyo) = produco, faccio essere, genero (da cui hanno origine i termini fecondo e feto) ed infine al latino foelix o felix = felice cioè fecondo, fertile, ed in senso più lato, soddisfatto, appagato… Forse il senso profondo del sentirsi felice sta da una parte nel senso di appagamento che questo stato da’, dall’altra parte, riprendendo la radice sanscrita della parola, sta nel “faccio essere”, nel senso di generare. Ecco la felicità genera, dà vita produce relazioni, non di rado, disinteressate.

La relazione implica l’esistenza dell’altro, di un TU. La vita è fatta di relazioni, di alterità, di un esser-Ci che si relaziona con l’altro, la felicità, quella pura e disinteressata, richiede, forse necessita, della cura, dell’essere ac-curati, ha bisogno di una prossimità disinteressata ma avvertita.

La felicità è caduca, è l’esperienza di un momento che si espande senza limiti, in questo senso è rivoluzionaria quanto imprevedibile. Forse è nelle piccole cose, nell’attimo che si incontrano le felicità. Essa risiede, vive in quegli attimi sfuggevoli e in-copremsibili. L’essere al mondo implica una dialettica esistenziale che passa attraverso una sorta di dialettica della felicità, una pluralità modiale, di modi di essere che raccontano di stati d’animo, di emozioni, di sensazioni contrastanti e non di rado contradditori, di libertà anticonvenzionali e quindi irriverenti. La felicità non è singolare, ha in sé una sorta di pluralità.

La felicità dell’incontro trova cittadinanza nel sentire l’altro come parte di sé, come condivisione di odori, di suoni non sempre onomatopeici. La felicità dello sguardo, di occhi che si guardano e che, allo steso tempo, si parlano. Si dicono, nel dire muto, le parole più belle, più intime, che la parola stessa non può raccontare.

La felicità della libertà, del fare senza attese, senza richiesta, senza morale. La felicità del voler bene, è la felicità del portare con sé l’altro e preservarlo e proteggerlo ovunque, di dargli un posto, il posto nell’anima, luogo sicuro e intimo.

La felicità del perdono perché siamo imperfetti, perituri e deboli e perché nel perdono risiede la possibilità di accogliere l’altro.

La felicità dello sguardo intimo. E’ lo sguardo che va oltre il velo di maya e che aiuta a vedere altro, un altrove che non trova né tempo né spazio e che ha in sé l’infinito La felicità è solipsistica, è intensa quanto in-comunicabile, è un sentire che non implica il dire; è un raccontare che non implica il condividere. La felicità di… e ognuno aggiunga ciò che vuole e ciò che sia.

Questa volta lasciate che sia felice recita il Poeta; la felicità è libertà, non ama e non sopporta catene, confini, limiti. La felicità è blasfema e anticonformista, vuole ed esige egoismo egocentristico, sapendo che vale lo stesso per l’altro chiunque e ovunque sia l’altro. Vuole ed esige l’accettazione incondizionata senza se e senza ma.

Vieni via con me canta il poeta, vieni con me ovunque vada sapendo che anche se non ci sei, Tu sei con me. La felicità risiede nelle piccole cose, nel mondo incantato di incontri plurali, di attimi vissuti con intensità senza regole. La felicità E’ e non c’è altro. Dei momenti di felicità…Ne abbiamo avuto l’esperienza, ma ci è sfuggito il significato. Qual è il significato? Qual è la risposta. Forse è un dubbio esistenziale la cui risposta risiede nella domanda stessa.

In definitiva Questa volta lasciate che sia felice e il bello sta nel fatto che sono felice e questo è quello che conta, è una dimensione dell’essere, dell’essere al mondo.

A cura di
Prof. Raffaele Aratro
Docente di Storia e Filosofia