La retorica del parlarsi e la comunicazione fragile delle emozioni

Le parole, quelle che parlano all’anima e dell’anima, non sono adatte al racconto fragile delle emozioni. L’uomo è continuamente chiamato a cercare le parole, quelle “adatte”, per entrare negli abissi dell’interiorità perché lì abita la verità. Questo viaggio è un percorso solipsistico, non di rado afono e in-comprensibile, durante il quale si può cadere negli abissi, oscuri e faticosi, del vuoto della relazione, e del vuoto in-volontario, e negli abissi accecanti degli incontri mostruosi. In questo viaggio, che è allo stesso tempo una ricerca, si incontra la fragilità del proprio essere e quella degli altri che trova nelle emozioni uno spiraglio di luce, una finestra per aprirsi al mondo e per incontrare “la vita interiore dove regna la verità”.

La verità delle emozioni è fragile, parla della delicatezza, della gentilezza, del racconto interiore che vorrebbe dire ma che la parola, paradossalmente, “smentisce”. Vi sono luoghi lontani, nella vicinanza dell’essere, che le parole a volte svelano e tante altre volte annichiliscono, è lì che interviene il linguaggio del silenzio. Nell’epoca della comunicazione totale e immediata non è previsto l’ascolto del silenzio.

La superficialità comunicativa brucia in un attimo la parola, essa viene, ad esempio, affidata al fuoco dei social, passa veloce ed è, nell’attimo stesso che è detta, dimenticata, bruciata. La comunicazione “veloce”, quella a cui quasi tutti ormai ci affidiamo, non consente, anche perché non prevede, l’ascolto dell’anima, delle emozioni, dei gesti, degli sguardi, dei silenzi anzi si assiste alla rappresentazione triste dell’uso retorico della parola perché svuotata di significato e di valore.

L’uso abusato di parole come amico o peggio ancora amico del cuore, amore, simpatia, empatia, vicinanza, solidarietà, e tante altre, rendono vacuo e lontano il linguaggio e la comunicazione. Si è vittima, e nello stesso tempo carnefice, di una comunicazione fatta di parole prive di valore, si perde la strada, si smarrisce il senso, è una comunicazione che confonde perché è confusa, è vuota perché priva di significato.

La retorica del linguaggio, l’abuso della parola, costruisce muri di ottusità che solo il silenzio, e la capacità di ascoltare il proprio e l’altrui silenzio può rompere. L’esperienza di estraneità da sé, e dal mondo, irrompe sempre con maggiore evidenza, a volte fino a condurre ad atti estremi, nelle quotidiane relazioni. E’ una estraneità che trova nella retorica del linguaggio la sua radice, nella relazione apparentemente “profonda” ma evidentemente superficiale, la sua evidenza esplicita. La relazione, in questi casi, il più delle volte è urlata, basata su una comunicazione “elementare”, semplice, banale, fatta di parole vuote e infinitamente ripetute. E’ la comunicazione senza ascolto non solo dell’altro ma anche di sé, più si urla e tanto maggiormente si ammutolisce la voce interiore.

La retorica della parola “aiuta” ad allontanare da sé l’ascolto della vita interiore e in questo modo si produce una sorta di annullamento, inconsapevole ma colpevole, della propria vita dove il
primato è apparire: ne è conferma l’enorme successo di alcuni social dove ciò che conta è la foto postata e quanti like hai avuto. Siamo in presenza di una sorta di paradossale isolamento esistenziale che è misurato e quantificato. La possibilità di ri-iprendersi la propria vita, di riappropiarsi del valore delle proprie emozioni e dei propri sentimenti, dando ad essi il giusto valore e senso, forse passa attraverso l’ascolto del silenzio.

Saper ascoltare il silenzio affina l’udito, produce un naturale avvicinamento, quella prossimità all’altro, intima e discreta, che apre le porte alla speranza di una vita dove sentire l’altro. Anche l’altro da sé che abita dentro gli abissi di se stesso, apre le porte alla comunicazione del cuore, alle parole sussurrate con discrezione e attenzione, a cui cui battiti del cuore della comunicazione sincera danno nuova linfa e vita. E’ il momento di una nuova fenomenologia della comunicazione, dell’avvio di nuove forme dialogiche.

Bisognerebbe liberare il linguaggio della tenerezza, come quello della mamma che allatta il figlio, quello dei figli con i genitori, del volontario con le persone che hanno bisogno di aiuto, ecc. E’ un linguaggio che in parte già esiste ma che non sempre è ri-conosciuto perché non ha una grammatica codificata da gestualità e modalità tradizionali.

Dare accoglienza ad una nuova fenomenologia della comunicazione vuol dire aprire il mondo delle parole ad una nuova sintassi dove il silenzio, la speranza, l’accettazione incondizionata, la prossimità, la gestualità, il pianto, il riso, lo sguardo sono parte del mondo infinito e incantevole della parola. E’ il momento, forse è un bisogno esistenziale, di una fenomenologia della comunicazione che, accanto alla semplificazione e accelerazione comunicativa offerta dalla tecnologia, dia legittimazione alla comunicazione lenta, quella dei sentimenti, che trova in altre e diverse modalità la sua espressione.

Una nuova fenomenologia della comunicazione che ri-conduca l’essere alla sua dimensione di leggerezza, dalla quale l’anima fluttua, è una fenomenologia della salita leggera dagli abissi della comunicazione pesante. E’ la dimensione metafisica del linguaggio che fa volare verso nuovi lidi dove l’incontro incantato con sé e gli altri conduce nel mondo della meraviglia.

A cura di
Prof. Raffaele Aratro
Docente di Filosofia e Storia