Alla ricerca dell’invisibile: verso la cattura dei Pokémon

Rubrica “Filosofia e Consulenza” a cura di Raffaele Aratro, docente di Filosofia e Storia

Quest’estate mi è capitato di assistere ad una scena all’apparenza incredibile, seduto su una panchina in una piazza, all’improvviso decine e decine di persone, all’unisono, con gli occhi fissi sullo smartphone si sono mosse tutte nella stessa direzione, meravigliato e incuriosito li ho seguiti per capire cosa stesse accadendo, ma proprio non sono riuscito a capire, è stato mio figlio a svelare l’arcano. Tutte quelle persone, senza distinzione di età, sesso e razza, erano concentrate per catturare dei Pokémon. Non nascondo una certa meraviglia e incredulità, mi sono chiesto qual è l’interesse, il fine che spinge tantissime persone a passare il loro tempo alla ricerca dei Pokémon.

Non sono tra quelli che vogliono a tutti i costi sostenere che “prima”, “una volta”, “ai miei tempi” era diverso, dove diverso sta per migliore, anzi credo che le scoperte, soprattutto nell’ambito dell’informazione e della comunicazione siano state, e lo sono ancora, le più importanti dell’epoca moderna. Mi convince però, e molto, l’analisi dello psichiatra Paolo Crepet, sviluppata nel suo ultimo libro “Baciami senza rete”. Forse bisognerebbe tendere gli occhi non tanto verso il basso ma verso l’alto, questa modalità renderebbe possibile vedere altro e altrove.

Credo che una delle questioni, non più procrastinabile, sia quella dell’analfabetismo sentimentale. Sembra che prevalga il “semplicismo” comunicativo, l’immediatezza nella sua essenzialità, il primato di una grammatica senza etica, senza ascolto, senza attenzione.

Gli individui, piccoli piccoli rispetto alla grandezza del mondo che, però, non si riesce a cogliere. Una grandezza, quello dell’universo altro, non solo spaziale ma soprattutto sentimentale, è nascosto, negato, violato. Nell’epoca delle relazioni liquide a volte la prospettiva, la visione del mondo, delle cose, dei fatti, è capovolta; il solipsismo comunicativo-relazionale produce una sorta di cecità che fa apparire il mondo piccolo, soprattutto il mondo dell’altro, e l’individuo grande, grandissimo.

Analfabetismo sentimentale ed egocentrismo esasperato possono determinare fenomeni odiosi, soprattutto tra gli adolescenti; sono poco ma, purtroppo, abbastanza diffusi i fenomeni noti come il cyberbullismo. E’ un comportamento che colpisce per la sua diffusione, per la colpevole “inconsapevolezza” di chi lo pratica. Intendo inconsapevolezza quella modalità che porta a dire “ma cosa ho fatto?”. E’ una violenza “gratuita” quanto odiosa, aggravata dalla “forza” insopportabile del gruppo, scudo per proteggere e nascondere la responsabilità del singolo. E’ la forza del gregge belante che segue il gruppo senza farsi domande, certo che quella è la strada; si tratta di una modalità esistenziale inconsapevole e irresponsabile, un agire senza morale, senza dubbi, senza ricerca. E’ la logica comportamentale della superficialità, della banalità del male che tanti danni ha prodotto e continua a produrre. Si sa, l’individuo inconsapevole è pericoloso, perché, in fondo, è un incapace, è l’individuo cieco che genera mostri.

La ricerca dei pokémon così come il cyberbullismo, sia pur in forme e modalità non associabili, sono il prodotto di modalità relazionali tristi e in alcuni casi devastanti. L’individuo è chiuso in se stesso, è teso alla realizzazione o appagamento di un bisogno semplice e immediato; nella cattura dei pokémon non c’è nessuna abilità da sviluppare, è un gioco direi elementare. L’effetto magico quanto effimero è quello di rendere visibile l’invisibile, chiuso in se stesso l’individuo appaga il suo bisogno elementare in un tempo brevissimo, con poco sforzo e senza relazionarsi o misurarsi con nessuno.

Così è la violenza di gruppo nel fenomeno noto come cyberbullismo, tanti contro uno dove i tanti sono soli con se stessi, con il loro telefonino, con la testa in giù a scrivere messaggi utilizzando una grammatica povera ed essenziale.alla-ricerca-deo-pokemon

La ricerca dell’invisibile sia che si ricerchino i pokémon o che si offenda e ferisca, addirittura senza rendersene conto, sia pur non paragonabili sul piano etico, appaiono simili nelle modalità, in entrambi prevale una sorta di solipsismo esistenziale, non c’è relazione, confronto, in alcuni casi si è insieme ma soli con il proprio telefonino chattando con i “tanti”. E’ un paradosso, le chat aprono la porta della comunicazione, si entra in “contatto” con i tanti e in ogni parte del mondo e nello stesso tempo e spazio, e contemporaneamente si chiudono le finestre della conversazione con chi è ad un palmo di distanza. Questo è un fenomeno facilmente osservabile, non ha età, riguarda tutti noi. Lo vediamo nei bar, al ristorante, in strada, in auto, insieme ma ognuno solo con il proprio telefonino.

L’osservazione semplice delle nostre modalità comunicative, modificate e forse impoverite sul piano relazionale, al di là dei pokémon o del cyberbullismo, rimandano alla questione della comunicazione empatica, dell’ascolto attivo, o come affermava il filosofo francese Paul Roceur, della nostra relazione con l’altro, con quell’altro da sé che è parte del mio orizzonte di senso e che quindi mi ri-guarda.

Gli occhi non dovrebbero, allora, essere rivolti verso il basso, ma verso altri occhi per vedere e scoprire nuovi e diversi orizzonti.

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