Il valore pedagogico del gioco nel bambino

Il gioco, nella sua comune accezione, è definito come un’attività di intrattenimento volontaria, intrinsecamente motivata, personalmente scelta, diretta e lontana da qualsiasi connotazione di serietà, perché associata al divertimento. Nel pensiero comune il gioco è visto come un passatempo, un momento di svago adatto soltanto alla giovinezza, senza altri scopi se non il gioco stesso. In realtà il gioco, in tutte le sue forme, assume una valenza educativa fondamentale nel processo di evoluzione di un individuo, dall’infanzia all’età adulta. Le sue virtù sono molteplici e costituiscono un mezzo attraverso il quale la realtà viene sperimentata, manipolata, trasformata. I piccoli attraverso il gioco vivono il mondo che li circonda in una dimensione privilegiata, al confine con la fantasia, semplificata e protetta, trovando soluzioni per adattarsi meglio. Giocando i bambini imparano senza rendersene conto e, divertendosi, si allenano a diventare adulti.

Il senso del gioco è: imparare senza rendersene conto e divertirsi, e si sa, qualsiasi apprendimento, legato a sensazioni piacevoli, si imprime durevolmente nella memoria. Attraverso il gioco il bambino acquisisce conoscenze del proprio mondo interiore e di quello esteriore, esprime se stesso riuscendo ad elaborare e tirar fuori emozioni, sentimenti, tendenze ed inclinazioni. Inoltre il gioco, nel bambino, assurge a funzione catartica perché lo aiuta a scaricare paure, ansie, aggressività. Nel gioco, attraverso spontaneità, desiderio, immaginazione, piacere, il piccolo costruisce le fondamenta per un sano sviluppo affettivo, cognitivo e sociale, impara ad essere creativo, sperimenta le sue capacità cognitive, percepisce se stesso, sviluppa autostima e fiducia, entra in relazione con i suoi coetanei, forma la personalità. Fortunatamente i bambini fanno del gioco la loro occupazione principale a cui si dedicano con perseveranza e piacere, traendone benessere.

A giocare si comincia sin dai primi mesi di vita e le caratteristiche del gioco cambiano durante la crescita e lo sviluppo del bambino. Dalla nascita ai diciotto mesi, l’infante gioca con il proprio corpo o quello della madre, percepito tutt’uno col suo. Il periodo è caratterizzato dai giochi di esercizio che gli consentono di muoversi: muove le mani, agita le gambe, dondola, afferra, porta oggetti alla bocca. E’ un gioco “libero” a carattere esplorativo e ripetitivo di azioni che gli permettono di imparare a coordinare i gesti, a controllare i movimenti e a distinguere il “sè” dal “non-sè”. Il suo corpo distinto da quello della madre. Nel “gioco libero” i bambini imparano a risolvere problemi, a pensare in modo creativo, sviluppano abilità motorie e di ragionamento. Il gioco di ripetere sempre la stessa azione, come ad esempio battere un bastoncino su una superficie, per il gusto di ripeterlo, viene poi finalizzato allo scopo di tirare a sé un pupazzo più lontano. Il piccolo così prova il duplice piacere di provocare una realtà desiderata e di agire su di essa attraverso la sua volontà. Al secondo anno di vita il bambino, preso coscienza della separazione dalla madre, si ritrova a far fronte ad angosce e il gioco diventa espressione di eventi spiacevoli e meccanismo di difesa nel controllo di tali eventi, per trarne sollievo. Subentra a questo punto “l’oggetto transizionale”, un giocattolo offertogli dalla madre a cui si lega in maniera particolare. Il valore dell’oggetto transizionale va al di là del principio del piacere perché sostituisce e rappresenta la madre quando ella si assenta. Iniziano così i primi giochi simbolici attraverso cui il piccolo acquisisce la capacità di rappresentare, tramite gesti o oggetti, situazioni non attuali, sviluppando capacità di immaginazione e imitazione. Il bambino inizia a fingere, ad esempio, di dormire. Nella fase successiva dei tre anni, cominciano a comparire i primi giochi di socializzazione. Il piccolo mostra interesse a giocare con gli altri ma si tratta di “gioco parallelo” in cui c’è l’aiuto reciproco, ma il bambino comunque gioca ancora da solo. Si evolve la fase immaginativa e di imitazione, in particolare si tende ad imitare il gioco degli adulti, fingendo di essere mamma e papà in situazioni vissute in famiglia, ascoltate dalle favole o viste in televisione. Ai quattro-cinque anni il gioco è espressione delle dinamiche interne che il piccolo sta vivendo: i giochi prediletti sono quelli del dottore, della bambola e rappresentano punizioni o proibizioni che ha subito. In questa fase il gioco diventa sociale, corrisponde infatti all’inizio del periodo scolastico in cui il bambino impara ad utilizzare capacità di confronto, sviluppa la memoria, l’attenzione, la concentrazione. Nasce il gioco di gruppo di “far finta di”, il “sociodramma”, riguardante la riproduzione, più o meno fedele, di situazioni sociali i cui personaggi, reali o fantastici, vengono rievocati attraverso loro esperienze affettive e cognitive. Dai sei ai dieci anni i giochi diventano di gruppo e governati da regole attraverso le quali impara ad andare d’accordo, ad essere disponibile, a condividere, a comprendere le conseguenze dei propri comportamenti. Dai dieci ai quindici anni si realizzano giochi di linguaggio e giochi sociali. Il gioco accompagna dunque, tutte le fasi di sviluppo del bambino, di cui è considerato strumento indispensabile.

Quanto si impara mentre si gioca! Visto da questa prospettiva, il “gioco” diventa sinonimo di “azione seria”, “l’azione più seria del bambino”. E’ attraverso il gioco che il bambino capisce come vanno le cose, ciò che può e non può fare. Si rende conto che è regolato da regole che vanno rispettate, acquisisce la nozione di caso e probabilità, di causa ed effetto, sviluppa la perseveranza. Mette a confronto il proprio mondo interiore con quello esteriore e, attraverso un processo di mediazione e negoziazione, incomincia ad accettare le legittime esigenze appartenenti ai due mondi che stentano a dialogare fra loro. L’ambiente affettivo in cui il bambino vive è importante, molti giochi si sviluppano dal rapporto del piccolo con l’adulto che si prende cura di lui.

I genitori rappresentano uno strumento di gioco prezioso. Inoltre il genitore che gioca col suo bambino ha l’opportunità per conoscerlo meglio e per rafforzare il legame e la complicità con lui. Lo stile di gioco diverso della mamma rispetto al papà, offre poi, ai figli, possibilità diverse di apprendimento. Il papà più fisico, chiassoso e scatenato, fingendosi un orso che rincorre il suo piccino, lo aiuta nello sviluppo, conoscenza e gestione delle emozioni. Lo stile più compassato dei giochi materni, come raccontare una favola, disegnare, costruire, restituisce al bambino un carattere più educativo e il senso dell’affidabilità. Anche i giocattoli sono importanti, i giochi elettronici aumentano sicuramente le possibilità di gioco e l’intelligenza e i piccoli imparano presto ad utilizzarli ma, l’utilizzo eccessivo di essi, tende ad isolarli e a diminuire lo sviluppo della creatività. Non serve comprarne tantissimi, magari per sostituire il poco tempo a loro dedicato. Ai bambini basta poco, una coperta sotto cui nascondersi e una barchetta di carta possono essere magiche opportunità di gioco. Fondamentale è lasciarsi andare, lasciarsi guidare dal loro desiderio.

Oggi, purtroppo, i bambini sono esposti al gioco con minore frequenza rispetto alle generazioni precedenti. Sempre meno aree di gioco, minor libertà di stare all’aperto e diminuzione del tempo per giocare, in parte a causa di uno stile di vita più frenetico e in parte ad un aumento di attenzione per le attività scolastiche. Il bambino spesso è costretto ad imparare tre lingue, a seguire corsi aggiuntivi scolastici, giocare a basket, calcio, rinunciando al gioco o relegandolo ai margini della giornata, in un piccolo spazio di tempo libero e se è possibile, privandoli così della fantasia, dell’immaginazione, del piacere. Il gioco è uno dei diritti del bambino senza il quale l’apprendimento e le normali funzioni sociali, possono non svilupparsi adeguatamente. Gioco è divertimento e lavoro insieme, euforia ma impegno e serietà. Un adulto creativo è stato un bambino che ha giocato tanto, continua a giocare mantenendo ben distinto il piacere dal dovere, è positivo, mette ricchezza aggiuntiva nel suo lavoro, ha capacità di meravigliare, di stupire, di apprezzare le cose più semplici, di godere piccole bellezze della vita, di essere felice e tutto ciò per la capacità di ritornare ad essere, al momento giusto e nel contesto giusto, la persona che era durante l’infanzia. “Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé (P. Neruda)”.

A cura di: Dott.ssa Tonia Esposito – Specialista in Musicoterapia

Redazione Scientifica

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