La felicità comincia con un sorriso: la Clownterapia per sorridere alla vita

Il sorriso è un comportamento tipico e distintivo della specie umana. E’ considerato un’abilità innata e istintiva che predispone l’uomo ai rapporti con gli altri, è presente nel neonato già nelle prime settimane di vita, in maniera spontanea e casuale, come segnale per attirare l’attenzione di chi si prende cura di lui e, solo successivamente, assume significato espressivo con intento comunicativo.

Chi ride manifesta la sua disponibilità ad uno scambio con l’ interlocutore, abbattendo ogni barriera, aprendosi alla relazione. Nella cultura comune il riso è espressione di felicità e soprattutto ha l’importante caratteristica di attirare e contagiare gli altri che fanno altrettanto, pur non avendo idea dei motivi che hanno scatenato la risata, perché ridere è qualcosa che fa piacere e si desidera fare.

Ricerche scientifiche hanno ampiamente dimostrato che ridere migliora la qualità di vita e sortisce effetti positivi sulla salute proprio perché portatrice di felicità, di una ”felicità che non è solo uno stato d’animo, perché essa si incarna nei muscoli, negli ormoni, nel corpo”. La felicità dunque, non è solo un espressione emotiva.

Un semplice sorriso produce nell’organismo reazioni chimiche, attivando aree cerebrali del piacere e della ricompensa, attraverso il rilascio nel sangue, da parte dell’ipofisi, delle beta-endorfine, neurotrasmettitori endogeni dotati di capacità analgesiche, euforizzanti e immunostimolanti.

Così, ridere aiuta a rendere più sopportabile il dolore, mette allegria e dà una mano al sistema immunitario a combattere le malattie. Inoltre la risata attiva il sistema muscolare, si azionano i muscoli del viso, del collo, del cuoio capelluto, del torace e degli arti superiori che compiono una ginnastica addominale, migliorando le funzioni del fegato e dell’intestino, la respirazione diventa più profonda, migliora l’ossigenazione del sangue, si libera tensione cui segue uno stato di rilassamento che provoca piacere. Ridendo si accantona la tristezza e la malinconia, si libera energia positiva, gli occhi brillano, si illumina lo sguardo, si diventa più attraenti.

LA CLOWNTERAPIA

La disciplina che studia il fenomeno del ridere, con particolare attenzione alle sue potenzialità terapeutiche, è la Gelotologia, (dal greco ghelòs,”riso”). La gelotologia è una scienza che studia ed applica la risata e le emozioni positive in funzione di prevenzione, riabilitazione e formazione. Trova le sue radici nella PNEI (PsicoNeuroEndocrinoImmunologia), branca della medicina che ha reso concreta la correlazione tra emozioni e sistema immunitario. Operatore della gelotologia è il clown-dottore, un naso rosso che cura attraverso la risata.

Il clown-dottore non è un medico professionista travestito, come spesso si pensa, è un operatore-socio-sanitario formato che cerca di portare un po’ di allegria in contesti di disagio come ospedali, orfanotrofi, case famiglia, istituti residenziali per anziani.

La sua è la terapia della risata, la “clownterapia”, pratica derivata dal teatro di strada e dal circo che opera attraverso le arti della clowneria quali comicità, umorismo, prestidigitazione, musica, teatralità, burattini.

La clownterapia, nei contesti sociali, trova oggi la sua maggiore applicazione nelle case per anziani e nell’ambito sanitario, negli ospedali. Nelle case per anziani il ruolo della clownterapia assume carattere di intrattenimento attraverso l’utilizzo della musica, giochi con le carte che stimolano la creatività, e l’umorismo. Ciò dà possibilità all’anziano di invecchiare e lasciare la sua ultima casa, in maniera più serena. Il lavoro del clown-dottore diventa più impegnativo negli ospedali, soprattutto nelle corsie pediatriche.

L’entrata in ospedale di un bambino rappresenta sempre un evento traumatico per il bambino stesso e per la sua famiglia, che si trova ad affrontare un evento stressante che richiede capacità di adattamento alla nuova situazione. Se un bimbo è ammalato sono ammalati anche i suoi genitori.

Così il clown-dottore si preoccupa della fase di accoglienza, di inserimento e permanenza, nella struttura ospedaliera, del piccolo ammalato e della sua famiglia.

La sua presenza in corsia crea da subito una rottura dei modelli sociali cui siamo abituati, a partire dal suo abbigliamento: abiti sproporzionati dai colori sgargianti e mal abbinati, camicia o troppo grande o troppo piccola, pantaloni bizzarri, baffoni, naso rosso, lunghe scarpe, stravaganti cravatte, bretelle. E’ sempre inadeguato, ha sempre bisogno di scusarsi in modo da apparire inferiore e mai alla pari, assegnando così al bambino un senso di superiorità, dandogli il potere di gestire il gioco, durante il quale il piccolo può prendere decisioni. In questo modo il bambino ha l’opportunità di sperimentare la sua creatività e di nutrire la sua autostima.

Appena fa ingresso nella camera, in punta di piedi e con tanto di permesso, entra in gioco la sua capacità di ascolto della situazione in cui opera, da cui scaturirà il tipo di intervento, che può variare a seconda dell’età dei bambini, del genitore presente, del livello di energia del piccolo, della sua patologia, se nella stanza ci sono più bambini.

In tal modo il clown-dottore può meglio elaborare strategie comunicative con tutti coloro presenti nel contesto, inducendo una trasformazione dello stato emotivo dei piccoli pazienti, favorendo l’aumento delle emozioni positive. Egli deve sapersi collocare nel luogo del dolore con rispetto della persona e della patologia, di cui deve prendere visione prima dell’intervento.

L’obiettivo del clown-dottore non è sempre quello di far ridere ad ogni costo, anzi spesso, soprattutto in ambienti dove prevale la sofferenza, non è facile far ridere, altrimenti rischia di essere solo un pagliaccio noioso e invadente. Le sue competenze infatti prevedono una integrazione tra discipline psicologiche, pedagogiche e sociologiche con quelle tipiche del clown. Spesso opera in stretto contatto con l’equipe medico-sanitario della corsia, durante le pratiche mediche, che sicuramente spaventano il piccolo.

Così, il dottore della risata ha sempre una borsa fornita di tante tasche con sé, da cui sbucano aghi, siringhe, termometri e stetoscopi che improvvisamente diventano oggetti di gioco per ridefinirli in una nuova dimensione, quella del gioco.

Medici e infermieri vengono parodiati per sdrammatizzare l’evento, giochi di ruolo enfatizzano ciò che fa realmente il medico, così può capitare che un clown-dottore possa auscultare poggiando lo stetoscopio sotto un piede del bimbo. In questo modo anche il personale medico assume un carattere diverso agli occhi del piccolo che, da invasori, improvvisamente si trasformano in compagni di gioco che gli offrono, attraverso l’umorismo, una visione alternativa della sua condizione di disagio.

Il bambino ammalato ha paura, si annoia, è arrabbiato, vive la sua malattia come una punizione e compito del clownterapista è quello di contenere tali sentimenti, creando una modificazione dell’emozione stessa che nella maggior parte dei casi, accelera il processo di guarigione dei piccoli pazienti.

L’umorismo non è dunque l’unico punto di forza del suo operato, egli deve possedere e promuovere sensibilità, creatività, apertura mentale, intelligenza sociale, durante il suo intervento.
Il clown-dottore lavora sugli aspetti emozionali, è un interprete delle emozioni che deve saper ben gestire a beneficio dell’ammalato e di se stesso. In contesti di aiuto, dove c’è sofferenza, qualche volta c’è il rischio di entrare nel mondo del dolore senza via d’uscita.

Nel momento in cui il dottore del sorriso entra nel reparto, non sa mai cosa si trova di fronte, deve essere preparato ad ogni evento e, anche se la maschera che indossa è giocosa e carica di allegria, ed egli stesso è preparato a vivere ogni situazione con spirito rilassato, respira sicuramente il dolore delle situazioni con cui viene in contatto.

Chi entra in quella camera è il personaggio clown, che lascia fuori tutti i problemi e le preoccupazioni, staccandosi mentalmente dal contesto, per portare gioia e meglio gestire la relazione con il paziente. Se già questo prevede una preparazione e del tempo sufficiente per realizzarlo, altrettanto faticoso può risultare spogliarsi dei panni del clown per ricongiungersi all’uomo rinchiuso in quei panni, che ha vissuto emozioni, ha toccato con mano la sofferenza. Egli deve avere capacità di sapersi vestire e svestire di quei panni senza creare disagio.

Allora come deve essere fatto un dottore del sorriso? Come dice un amico dei bambini, missionario clown per tutta la vita, Don Gianni Mattia ”Birillo”, “un clown deve avere spalle forti per sapere accettare tutto dagli altri e da sè, mani che sappiano accarezzare piccoli e grandi, occhi che sappiano leggere la sofferenza di quanti incontra e due piedi che sappiano camminare lungo i percorsi di qualsiasi storia umana”.

Un clown non esiste al di fuori dell’attore che gli dà voce e nonostante le sue debolezze e i suoi lati ridicoli, che lo mettono in imbarazzo, rendendolo triste, sorride. Sorride per far “sorridere alla vita” e deve saper portare sempre dentro di sè la gioia, anche quando quel naso rosso non c’è più.

A cura di: Tonia Esposito – Musicoterapeuta

Redazione Scientifica

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