Le prime carezze: nutrimento per il bambino

All’inizio della vita l’essere accarezzato, abbracciato e coccolato, rende sensibile le varie parti del corpo del bambino. Lo aiuta a costruire un immagine corporea sana e promuove lo sviluppo dell’amore attraverso il rafforzamento del legame tra il piccolo e sua madre. L’essere umano inizia la propria avventura della vita grazie all’incontro di due mondi diversi, il maschile e il femminile. Da questa relazione ne scaturisce un’altra più profonda e stretta, quella tra feto e corpo materno, luogo accogliente dove la vita può esprimersi.
Nel grembo materno il bambino è chiuso e protetto, tutti i desideri come fame, sonno, sete, vengono soddisfatti senza richiesta: c’è calore, accoglienza, suoni. Inoltre la mamma si adatta a lui espandendosi, affinchè egli possa essere contenuto e non compresso, e da queste primissime sensazioni il piccolo ne trae benessere e sicurezza.

Alla nascita tutto cambia, in poche ore egli è proiettato in una condizione di vita diversa da quella precedente, viene esposto a sensazioni nuove di freddo, pressione, rumore, luminosità, mancanza di sostegno, ma soprattutto abbandono. Ben presto giunge qualcuno in suo aiuto, la sua mamma, che con le sue braccia, secondo contenitore dopo il grembo, lo accoglie, lo riscalda, lo avvolge, lo solleva. Iniziano così “le prime carezze” che stimolano in lui il desiderio di vivere e gli danno l’idea che la vita lì fuori non è poi così malvagia. Purtroppo il disagio ritorna, il bambino deve lottare con i suoi bisogni fisiologici fondamentali che gli provocano confuse sensazioni di piacere o disagio, che continuamente si alternano.

Quando il piccolo si trova di fronte a bisogni per lui insoddisfatti, esprime il disagio mettendo in atto comportamenti istintuali, quali il pianto o l’agitazione corporea, a cui è stato predisposto allo scopo di stimolare, a sua volta, comportamenti protettivi in chi si prende cura di lui. Vive queste sensazioni passivamente, è troppo piccolo per fare valutazioni e per discuterle, non ha i mezzi, né l’esperienza adeguata per modellare un’immagine accurata di se stesso e l’unico punto a cui può riferirsi è costituito dal comportamento dell’altro nei suoi confronti.

Col passare dei giorni, i dati iniziali appresi in maniera passiva e confusionale, man mano, prendono ad organizzarsi in sequenze strutturate, tali da permettergli di giungere a delle conclusioni. Da qui scaturirà il suo atteggiamento verso la vita, in quanto ciò che è stato appreso durante le esperienze primarie viene registrato e rievocato nel corso della vita. Intanto l’immagine della mamma diventa sempre più nitida che, da oggetto di soddisfazione dei propri bisogni, si trasforma in oggetto d’amore verso il quale il piccolo comincia a manifestare il bisogno di attaccamento, un bisogno motivazionale primario, fondamentale per la salute psicologica del bambino, presente in tutti gli esseri umani e negli animali.

Ne sono un esempio i piccoli di scimmia Rhesus che, separati dalle loro madri e, messi a confronto con delle madri fantoccio, di cui ad una attaccato un biberon e all’altra solo una coperta spugnosa, soffice e pelosa, hanno mostrato una particolare preferenza per la madre pelosa. Non per la madre allattante, dispensatrice di cibo, ma per la madre accudente. E’ chiaro che il benessere del piccolo dipenderà dalla capacità materna di comprendere e soddisfare i suoi bisogni in maniera adeguata, lo stato di inferiorità del bambino, a causa della sua piccolezza e della sua debolezza, lo rende dipendente. Entro la fine del primo anno avvengono ulteriori cambiamenti: egli comincia a camminare e non ha più bisogno di essere tenuto in braccio.

È qui che il comportamento materno occupa un ruolo importante. Se la madre è una persona fredda, poco dispensatrice di carezze, dispensategliele solo durante il primo anno perché obbligata, allora esse cessano del tutto. Inoltre si stabiliscono le punizioni in quanto il piccolo combina guai e non vuole starsene fermo.

Se in questa fase il bambino cresce senza carezze, si arrende e si chiude in se stesso. La memoria di questo vissuto primordiale, farà di sé un adulto freddo e rifiutante e rifiuterà in particolare ogni carezza per mantenere un certo grado di integrità e coerenza alle conclusioni tratte inizialmente. Se poi un bambino viene trattato brutalmente, le carezze se le fa da solo. La sofferenza è tale che egli trova sollievo in solitudine, prova benessere nel trovarsi lontano da chi gli ha causato dolore. E’ un bambino sorretto dall’odio purtroppo, perché sente dentro di sè la durezza dei suoi genitori e impara a sua volta ad essere duro. I bambini accarezzati, al contrario, vivono esperienze in cui vengono posti in condizioni di poter dimostrare a se stessi i propri e gli altrui meriti. Trattasi di un atteggiamento espresso dapprima per via empatica e successivamente con gesti, parole, azioni, dove non manca il contatto, quell’atto di sfiorare la mano sul corpo del bambino o di tenerlo stretto a se. Il canto della mamma, il sussurrargli nell’orecchio, il suono del respiro sul suo volto: sono carezze.

La carezza è un gesto che fa sentire il bambino apprezzato e approvato, è un gesto attraverso cui il genitore rimanda al figlio sensazioni positive del suo agire e senso di competenza, accrescendo la sua autostima. La carezza dà la sensazione di essere importante, intelligente, di avere valore. Il bimbo accarezzato si sente “ok” e vede il genitore “ok”. E’ da questo atteggiamento “io sono ok, tu sei ok”, che nasce la fiducia nell’altro e in se stesso. I bambini “ok” comprendono le informazioni che provengono dall’altro e prevedono possibilità non ancora provate dall’esperienza. Il loro atteggiamento non è una risposta ai perché, come avviene per i bimbi non accarezzati, piuttosto si chiedono “perché no?”, in quanto la persona che si prende cura di loro è una persona sensibile, affidabile ed amorosa.

Le prime carezze” sono nutrimento per la psiche del bambino. Purtroppo spesso le mamme tendono a non concedersi troppo ai loro figli, lasciandoli piangere per paura di possibili vizi, di cui il più comune è il vizio delle braccia. Curare, educare, crescere un bambino non è come impostare una lavatrice o una aspirapolvere. Una madre non può crescere il proprio figlio secondo istruzioni guida che indicano come addormentarlo, che le insegnano a lasciarlo piangere senza sensi di colpa. Ad un bambino è estremamente doveroso rispondergli in maniera coerente, nell’attuale, in base a ciò che sta accadendo in quel momento, senza una forma prestabilita. I processi comunicativi che vengono a crearsi tra mamma e bambino devono rappresentare una forma di co-regolazione, intesa come un processo continuo di aggiustamenti reciproci di azioni, dove è l’emozione a dirigere entrambi verso una reciproca negoziazione che porta all’ordine e alla creatività.

La madre che lascia piangere il figlio fino a sfinimento nella culla, lo sta educando a cavarsela da solo e a contare solo su se stesso. Il suo atteggiamento verso la vita sarà “l’altro non è ok oppure io non sono ok, perché immeritevole dell’amore della mamma”. Il non viziare va applicato ai bambini più grandi, effettivamente viziati, ai quali non si sa dire di no. Un bambino in fase di crescita va ascoltato, osservato attentamente, compreso. Va seguito giorno per giorno con disponibilità, va tenuto tra le braccia, perché è proprio in quel primordiale abbraccio che il piccolo, guardando fisso negli occhi della mamma, vede rispecchiato se stesso.

 

A cura di
Tonia Esposito 
Specialista in Musicoterapia

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