Il piacere di raccogliere un fiore per regalarlo

In questo numero nella rubrica Filosofia e Consulenza, affronteremo il tema dell’utilità dell’inutile

In questi anni abbiamo assistito ad un lento annichilimento delle relazioni, ad un evidente inaridimento dell’essere, chiuso e imploso, nell’esasperata difesa di interessi particolari. Ogni agire è mosso dal principio di utilità, si è indotti al fare solo se si coglie nell’azione un interesse che in apparenza non può che essere economico. La parola utilità deriva dal latino utilitis di uti, e significa: che reca o può recare vantaggio, profitto. Il termine profitto induce a pensare all’aspetto economico. Le società moderne associano l’utile all’economico; i bilanci, per definire il profitto, utilizzano tale termine.

Il valore della difesa dei propri interessi, non di rado, è ritenuto l’unica modalità che giustifica e determina l’agire utile. La questione è discutere sul suo significato morale e sulle sue conseguenze sul piano dell’agire pratico. L’utilità è il grande riparo valoriale che ha reso possibile, per tanti normale, edificare mura per definire, circoscrivere i confini a difesa di orde di barbari che possono invadere la nazione, che queste mura siano fatte di cemento o che siano i porti chiusi poco importa. In questo caso l’agire trova, in nome dell’utilità pubblica della nazione, la ragione giustificatrice.

Le persone che sono al di là di quelle mura, sui barconi ecc, non hanno più volti, non hanno più vita ma diventano l’oggetto, la cosa da cui difendersi, poco importa cosa portano con sé, semplicemente non sono umani. Come ha scritto Vittorio Andreoli in Homo stupidis stupidis, lo abbiano già visto, è accaduto con gli eretici, arsi vivi perché i loro pensieri erano ritenuti non umani; con i matti e i criminali dichiarati de-generati; con i gulag dell’Unione Sovietica dove si rinchiudevano i quasi uomini; con i lager nazisti dove sono stati eliminati quanti non ariani e quindi non corrispondenti al modello dell’uomo perfetto. E’ una storia nota, ma la comoda nemesi fa sì che ciò che è stato venga rimosso.

Ritorna il tema della responsabiltà etica dell’agire, sia dei governanti che dei governati e con esso la domanda, forse la più importante: qual è l’interesse che muove e determina la scelta del fare e che per sua natura è utile? L’azione ha come sua ancella la giustificazione, ogni cosa trova una sua ragion d’essere, ogni motivazione rappresenta un valore. E’ evidente, come scrive Nuccio Ordine nell’introduzione del suo libro, l’utilità dell’inutile, nell’universo dell’utilitarismo, in una società che si muove nell’esclusivo interesse economico, un martello vale più di una sinfonia, il coltello più di una poesia, una chiave inglese più di un quadro: perché è facile capire l’efficacia di un utensile mentre è sempre più difficile comprendere a cosa possano servire la musica, la lettura o l’arte.

Se per i governanti l’agire è dettato, giustificato dall’utilità pubblica, sempre più circoscritta nei confini nazionali, ed è ritenuto bene comune prevalentemente quello economico, per i governati, per l’uomo così come egli è, un essere gettato nel mondo, si pone una vecchia domanda che rappresenta una nuova questione: qual è il motivo del suo agire? La società del terzo millennio va sempre di più verso una sorta di disumanizzazione, i robot sostituiranno in molti ambiti il fare dell’uomo, le relazioni soffrono di un evidente

inaridimento sentimentale, di un rin-chiudersi in un privato sempre più isolato. Il lasciarsi andare al particulare chiude il mondo all’altro, la dimensione esistenziale perde i connotati del contatto e si sterilizza. Questa sorta di nichilismo esistenziale chiama, in ogni modo, il singolo ad assumere su di sé la responsabilità all’agire. Ritorna per ogni persona, oggi più di ieri, la questione del valore in sé dell’utilità. Non si parla della retorica, a volta astratta e confusa, del bene comune, ma dell’agire pratico, concreto, immediato e quotidiano. In queste ultime settimana abbiamo assistito ad un novum, alla spontanea ribellione umana a questa sorta di analfabetismo sentimentale.

La marcia dei buoni, così qualcuno l’ha definita, ha posto un’altra idea di utile, un’altra modalità valoriale che ha dato volto e anima e quindi senso all’altro da sè, ad un altro senza connotazione alcuna. Lo ha reso parte del proprio orizzonte di senso rompendo, in questo modo, le lontananze, di qualsiasi genere, ponendo invece nel suo mondo, l’utilità dell’essere insieme parte di un mondo di essere umani, e quindi appartenenti al modo. Una nuova dimensione democratica di partecipazione sembra presentarsi, è fatta dai tanti che alle barriere, ai porti chiusi, contrappongono la costruzione di ponti, metafora di incontro e, in quanto tale, di humanitas. In questo recupero di humanitas trova senso e utilità il piacere di raccogliere un fiore per regalarlo.

A cura di
Prof. Raffele Aratro

Docente di Filosofia e Storia

Il senso di appartenenza: la difesa del particulare ordine e norma delle relazioni

E’ diffusa la convinzione che la difesa del proprio spazio sia ragione primaria dell’esistenza delle persone; il sé è la ragione che governa il mondo, un governo, però, che ha un orizzonte di senso molto limitato e limitante.

Ciò che mi appartiene sempre più assume i caratteri della proprietà privata e sempre meno investe il campo, più vasto e articolato, del senso di appartenenza. Ogni individuo è parte di una razza, di una famiglia, di una città, di una nazione, di un continente; è parte, forse sarebbe il caso di dire è una piccola parte, di un insieme un po’ più grande.

Il concetto di insieme, così come la consapevolezza di essere parte di una molteplicità, è messo semplicisticamente in crisi; al concetto ampio di cosmopolitismo è contrapposto il municipalismo; la fanatica difesa della micro appartenenza prevale, è l’interesse, anche di natura economico, da tutelare. Il nazionalismo, figlio legittimo del semplicismo interpretativo, oggi imperante, trova giustificazione ideologica nell’idea che l’appartenenza è proprietà, sempre più privata, sempre più e solo mia.

La crisi culturale e di conseguenza sociale, del senso di appartenenza non è una novità. Anche in altri periodi storici siamo stati “invasi” da questo analfabetismo; il fascismo e il nazismo trovarono nell’idea “forte” del nazionalismo le basi per “giustificare” le più orribili azioni. L’idea “forte” del nazionalismo, associato a notevoli pressioni economiche del sistema capitalistico, rese possibile la pratica odiosa del colonialismo e dell’imperialismo, riducendo, ancor di più, intere popolazioni e nazioni alla fame, contribuendo a determinare una distribuzione della ricchezza iniqua e insostenibile. L’esasperazione egocentrica e quindi egoistica del senso di appartenenza come proprietà privata ha generato l’idea “forte” della chiusura, della recinzione, del primato del particulare, della legittima difesa quasi senza più vincoli, a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo e modo, della proprietà, della mia proprietà. Ogni uomo possiede internamente la bomba H come desiderio di controllo sadico e onnipotente sul proprio nemico, come ha scritto Gunter Anders.

Oggi a questo si è aggiunto una sorta di modalità distruttiva nei confronti dell’altro, di qualsiasi altro, che possa mettere a repentaglio quanto mi appartiene. E’ un’appartenenza non solo economica, sociale, culturale ma anche emotiva emozionale.

Il femminicidio trova in questa idea malata una sua manifestazione. L’altro(a) è oggetto del mio ego e deve soddisfare l’idea che ho del fare. Non ha cittadinanza la pluralità e ancor meno la diversità. E’ un vento che non fa respirare. L’uomo, in questa fase storica sembra abbia smarrito il senso critico, la coscienza critica. E’ sempre più numeroso il gregge che non pensa ma segue. Quanto abbiano influito la diffusione dei nuovi strumenti di comunicazione di massa nel determinare questa situazione, è difficile dirlo.

Il titolo di un bel libro di Crepet,” Baciami senza rete”, può indicarci una possibile riflessione. Naturalmente non si tratta di contrapporsi al progressivo e fortunatamente inarrestabile sviluppo della tecnica e delle scienze, fonte di grandi conquiste e di miglioramento della vita degli uomini; sarebbe, però, importante, avviare una riflessione sull’inaridimento sentimentale, sull’anaffettività, sull’incapacità di provare emozioni. Nel momento più grande della diffusione comunicativa a carattere planetario è sempre più limitata, piccola piccola, la comunicazione vicina, intendo quella tra le persone che si frequentano, che si vedono, che si amano.

Alla comunicazione vicina abbiamo sostituito quella lontana dei whatsapp o di instagramm e altro, un sentire freddo, come il vento gelido da cui bisogna difendersi per prevenire gravissime conseguenze. Chi e come può rendere possibile una nuova genesi comunicativa è difficile dirlo, forse sarà im-possibile ri-generare il calore della comunicazione del corpo, delle mani, degli sguardi, delle parole dette e non scritte.

Forse abbiamo bisogno di una rivoluzione del pensiero debole che si contrapponga al pensiero forte del potere dominante del nulla relazionale. La scuola, la famiglia forse la chiesa potrebbero costituire le basi sociali e culturali della rivoluzione del pensiero debole. Ci sarebbe bisogno di un nuovo patto educativo, bisognerebbe riappropriarsi dei luoghi della parola, del sentire e del dire, bisognerebbe, insieme, costruire una nuova grammatica educativa, non contro ma per. Per vedersi, per sentirsi, per ascoltarsi, per amarsi.

Gli scettici si chiedono se questo possa essere possibile, la risposta sta nell’etimologia della parola potere, deriva dal verbo latino poteo e in particolare da una forma arcaica dell’infinito posse che è proprio potere. Questo termine indica semplicemente il “poter fare qualcosa”, questa è la più grande forza dell’uomo che, se guidato dal senso critico, e da un’attenzione all’altro, ha in sé il potere del pensiero debole di im-porre la più importante e necessaria rivoluzione che potremmo sintetizzare in baciamoci senza rete.

Prof. Raffaele Aratro
Docente di Filosofia e Storia

La felicità possiede la natura dell’attimo

“I momenti di felicità… Ne abbiamo avuto l’esperienza, ma ci è sfuggito il significato.” (T.S. Eliot, Quattro quartetti)

L’etimologia della parola felice è da ricondursi alla radice sanscrita bhu- (poi trasformatasi in foe- o in fe-) da cui il greco φύω (fyo) = produco, faccio essere, genero (da cui hanno origine i termini fecondo e feto) ed infine al latino foelix o felix = felice cioè fecondo, fertile, ed in senso più lato, soddisfatto, appagato… Forse il senso profondo del sentirsi felice sta da una parte nel senso di appagamento che questo stato da’, dall’altra parte, riprendendo la radice sanscrita della parola, sta nel “faccio essere”, nel senso di generare. Ecco la felicità genera, dà vita produce relazioni, non di rado, disinteressate.

La relazione implica l’esistenza dell’altro, di un TU. La vita è fatta di relazioni, di alterità, di un esser-Ci che si relaziona con l’altro, la felicità, quella pura e disinteressata, richiede, forse necessita, della cura, dell’essere ac-curati, ha bisogno di una prossimità disinteressata ma avvertita.

La felicità è caduca, è l’esperienza di un momento che si espande senza limiti, in questo senso è rivoluzionaria quanto imprevedibile. Forse è nelle piccole cose, nell’attimo che si incontrano le felicità. Essa risiede, vive in quegli attimi sfuggevoli e in-copremsibili. L’essere al mondo implica una dialettica esistenziale che passa attraverso una sorta di dialettica della felicità, una pluralità modiale, di modi di essere che raccontano di stati d’animo, di emozioni, di sensazioni contrastanti e non di rado contradditori, di libertà anticonvenzionali e quindi irriverenti. La felicità non è singolare, ha in sé una sorta di pluralità.

La felicità dell’incontro trova cittadinanza nel sentire l’altro come parte di sé, come condivisione di odori, di suoni non sempre onomatopeici. La felicità dello sguardo, di occhi che si guardano e che, allo steso tempo, si parlano. Si dicono, nel dire muto, le parole più belle, più intime, che la parola stessa non può raccontare.

La felicità della libertà, del fare senza attese, senza richiesta, senza morale. La felicità del voler bene, è la felicità del portare con sé l’altro e preservarlo e proteggerlo ovunque, di dargli un posto, il posto nell’anima, luogo sicuro e intimo.

La felicità del perdono perché siamo imperfetti, perituri e deboli e perché nel perdono risiede la possibilità di accogliere l’altro.

La felicità dello sguardo intimo. E’ lo sguardo che va oltre il velo di maya e che aiuta a vedere altro, un altrove che non trova né tempo né spazio e che ha in sé l’infinito La felicità è solipsistica, è intensa quanto in-comunicabile, è un sentire che non implica il dire; è un raccontare che non implica il condividere. La felicità di… e ognuno aggiunga ciò che vuole e ciò che sia.

Questa volta lasciate che sia felice recita il Poeta; la felicità è libertà, non ama e non sopporta catene, confini, limiti. La felicità è blasfema e anticonformista, vuole ed esige egoismo egocentristico, sapendo che vale lo stesso per l’altro chiunque e ovunque sia l’altro. Vuole ed esige l’accettazione incondizionata senza se e senza ma.

Vieni via con me canta il poeta, vieni con me ovunque vada sapendo che anche se non ci sei, Tu sei con me. La felicità risiede nelle piccole cose, nel mondo incantato di incontri plurali, di attimi vissuti con intensità senza regole. La felicità E’ e non c’è altro. Dei momenti di felicità…Ne abbiamo avuto l’esperienza, ma ci è sfuggito il significato. Qual è il significato? Qual è la risposta. Forse è un dubbio esistenziale la cui risposta risiede nella domanda stessa.

In definitiva Questa volta lasciate che sia felice e il bello sta nel fatto che sono felice e questo è quello che conta, è una dimensione dell’essere, dell’essere al mondo.

A cura di
Prof. Raffaele Aratro
Docente di Storia e Filosofia

La retorica del parlarsi e la comunicazione fragile delle emozioni

Le parole, quelle che parlano all’anima e dell’anima, non sono adatte al racconto fragile delle emozioni. L’uomo è continuamente chiamato a cercare le parole, quelle “adatte”, per entrare negli abissi dell’interiorità perché lì abita la verità. Questo viaggio è un percorso solipsistico, non di rado afono e in-comprensibile, durante il quale si può cadere negli abissi, oscuri e faticosi, del vuoto della relazione, e del vuoto in-volontario, e negli abissi accecanti degli incontri mostruosi. In questo viaggio, che è allo stesso tempo una ricerca, si incontra la fragilità del proprio essere e quella degli altri che trova nelle emozioni uno spiraglio di luce, una finestra per aprirsi al mondo e per incontrare “la vita interiore dove regna la verità”.

La verità delle emozioni è fragile, parla della delicatezza, della gentilezza, del racconto interiore che vorrebbe dire ma che la parola, paradossalmente, “smentisce”. Vi sono luoghi lontani, nella vicinanza dell’essere, che le parole a volte svelano e tante altre volte annichiliscono, è lì che interviene il linguaggio del silenzio. Nell’epoca della comunicazione totale e immediata non è previsto l’ascolto del silenzio.

La superficialità comunicativa brucia in un attimo la parola, essa viene, ad esempio, affidata al fuoco dei social, passa veloce ed è, nell’attimo stesso che è detta, dimenticata, bruciata. La comunicazione “veloce”, quella a cui quasi tutti ormai ci affidiamo, non consente, anche perché non prevede, l’ascolto dell’anima, delle emozioni, dei gesti, degli sguardi, dei silenzi anzi si assiste alla rappresentazione triste dell’uso retorico della parola perché svuotata di significato e di valore.

L’uso abusato di parole come amico o peggio ancora amico del cuore, amore, simpatia, empatia, vicinanza, solidarietà, e tante altre, rendono vacuo e lontano il linguaggio e la comunicazione. Si è vittima, e nello stesso tempo carnefice, di una comunicazione fatta di parole prive di valore, si perde la strada, si smarrisce il senso, è una comunicazione che confonde perché è confusa, è vuota perché priva di significato.

La retorica del linguaggio, l’abuso della parola, costruisce muri di ottusità che solo il silenzio, e la capacità di ascoltare il proprio e l’altrui silenzio può rompere. L’esperienza di estraneità da sé, e dal mondo, irrompe sempre con maggiore evidenza, a volte fino a condurre ad atti estremi, nelle quotidiane relazioni. E’ una estraneità che trova nella retorica del linguaggio la sua radice, nella relazione apparentemente “profonda” ma evidentemente superficiale, la sua evidenza esplicita. La relazione, in questi casi, il più delle volte è urlata, basata su una comunicazione “elementare”, semplice, banale, fatta di parole vuote e infinitamente ripetute. E’ la comunicazione senza ascolto non solo dell’altro ma anche di sé, più si urla e tanto maggiormente si ammutolisce la voce interiore.

La retorica della parola “aiuta” ad allontanare da sé l’ascolto della vita interiore e in questo modo si produce una sorta di annullamento, inconsapevole ma colpevole, della propria vita dove il
primato è apparire: ne è conferma l’enorme successo di alcuni social dove ciò che conta è la foto postata e quanti like hai avuto. Siamo in presenza di una sorta di paradossale isolamento esistenziale che è misurato e quantificato. La possibilità di ri-iprendersi la propria vita, di riappropiarsi del valore delle proprie emozioni e dei propri sentimenti, dando ad essi il giusto valore e senso, forse passa attraverso l’ascolto del silenzio.

Saper ascoltare il silenzio affina l’udito, produce un naturale avvicinamento, quella prossimità all’altro, intima e discreta, che apre le porte alla speranza di una vita dove sentire l’altro. Anche l’altro da sé che abita dentro gli abissi di se stesso, apre le porte alla comunicazione del cuore, alle parole sussurrate con discrezione e attenzione, a cui cui battiti del cuore della comunicazione sincera danno nuova linfa e vita. E’ il momento di una nuova fenomenologia della comunicazione, dell’avvio di nuove forme dialogiche.

Bisognerebbe liberare il linguaggio della tenerezza, come quello della mamma che allatta il figlio, quello dei figli con i genitori, del volontario con le persone che hanno bisogno di aiuto, ecc. E’ un linguaggio che in parte già esiste ma che non sempre è ri-conosciuto perché non ha una grammatica codificata da gestualità e modalità tradizionali.

Dare accoglienza ad una nuova fenomenologia della comunicazione vuol dire aprire il mondo delle parole ad una nuova sintassi dove il silenzio, la speranza, l’accettazione incondizionata, la prossimità, la gestualità, il pianto, il riso, lo sguardo sono parte del mondo infinito e incantevole della parola. E’ il momento, forse è un bisogno esistenziale, di una fenomenologia della comunicazione che, accanto alla semplificazione e accelerazione comunicativa offerta dalla tecnologia, dia legittimazione alla comunicazione lenta, quella dei sentimenti, che trova in altre e diverse modalità la sua espressione.

Una nuova fenomenologia della comunicazione che ri-conduca l’essere alla sua dimensione di leggerezza, dalla quale l’anima fluttua, è una fenomenologia della salita leggera dagli abissi della comunicazione pesante. E’ la dimensione metafisica del linguaggio che fa volare verso nuovi lidi dove l’incontro incantato con sé e gli altri conduce nel mondo della meraviglia.

A cura di
Prof. Raffaele Aratro
Docente di Filosofia e Storia

La morale dell’incontro e lo spazio sociale – L’etica della solitudine e lo spazio vuoto

In questo numero nella rubrica, Filosofia e Consulenza, affronteremo il tema della solitudine

E’, ancora una volta, la cronaca a rivelarci l’estrema lontananza di chi, non di rado, ci è tanto vicino. Così è stata la vita di Michele, Giovanni, Carolina, Tiziana e, purtroppo di tanti altri. Vite stroncate da tante “semplici” morali dello stare insieme.

Lo spazio sociale: la famiglia, la scuola, il gruppo, il quartiere, le città, sono luoghi affollati, disordinati, distratti che assistono inermi e spesso impreparati ad ac-cogliere le vite degli altri.

La morale dell’incontro “impone” all’individuo di vivere una vita “social” non di rado apparente, finta, vuota. Siamo testimoni di una comunicazione – relazione sempre più eterea senza spazio e senza tempo. Emblematica è la comunicazione attraverso l’uso di social network: tanti amici ma nessun amico. Lo spazio sociale, egoista ed egocentrico per sua natura, non riconosce l’etica della solitudine. In questo spazio si coglie anche l’incapacità dell’individuo di essere solo con se stesso. L’io gettato nel mondo misura la sua solitudine in infiniti micro eventi, è la sperimentazione fattuale dell’in-comprensione, nel seno che non si è parte, non si fa parte. Si è dentro lo spazio sociale solo quando se ne condividono le regole e con esse gli stereotipi, si è emarginati nell’attimo in cui si esce fuori dal gregge, dal gruppo.

Le vite strozzate raccontano proprie del non essere compreso. Un non essere che fa incontrare l’io con lo spazio vuoto, un vuoto che diventa assenza di vita, e in alcuni casi assenza di voglia di vivere. La sensazione di vuoto, dello spazio vuoto, accompagna frequentemente lo stare insieme. Gli spazi sociali raccontano di persone che guardano i loro cellulari, “attenti” ad essere parte del mondo virtuale, a comunicare con amici anch’essi virtuali.

Il mondo si rac-chiude in un “piccolo” spazio sociale pieno di cose raccontate e mostrate, una comunicazione a specchio che racconta di tanti mi piace ma di nessuna comprensione. Una comunicazione che racconta di sé ma non ascolta, guarda e osserva distrattamente, finita nell’attimo stesso che la bacheca mostra altre comunicazioni. E’ un linguaggio senz’anima, senza passione, senza amore. E’ un linguaggio afono che non genera, non crea, il più delle volte connota; è una comunicazione dove, in sostanza, l’altro non esiste.

C’è però un’etica della solitudine, uno spazio vuoto che genera, che dà vita e che crea. E’ l’incontro con l’altro, è un sentire l’altro. E’ lo spazio della metafisica. E’ lo spazio dove l’altro mi ap-partiene nel senso che parte di me, è un sentire che non chiede nulla in cambio, è una com-partecipazione dis-interessata, è com-passione. E’ vivere ed essere nella vita con le sue contraddizioni, dolori, soddisfazioni, difficoltà, condivisioni, estraneità. La solitudine della metafisica è una sorta di spazio vuoto ma pieno di cose, di fatti, di emozioni, di racconti. E’ lo spazio dell’anima felice nella tragica ricerca di un incontro im-possibile. E’ l’incontro dello sguardo complice, è lo sguardo che non parla ma dice. E’ l’esperienza felice e muta, non raccontata ma sentita, della vicinanza, del comune sentire del dialogo afono dell’anima.

L’incontro con i tanti ci racconta di storie interrotte, dis-perse, in-felici, spesso accomunate dalla solitudine dell’anima. Sono racconti di incontri, di ascolti mancati. Sono i racconti del ritardo emozionale, sono i racconti vuoti dello spazio sociale e di un’anima che a cospetto di se stessa incontra l’infinità finita. La vita forse ha un senso solo quando si entra in relazione con l’infinito, ma quando finiscono le speranze, le fiducie, l’affidarsi, la cura; quando le ragioni di senso sono distratte e confuse, allora lo spazio sociale, quello del vuoto totale, asfissiante e desolante, prende il sopravvento. E’ in questa desolante e desertificante esistenza che si incontra il baratro del non essere, del non essere più, del non essere in questo spazio e in questo tempo.

L’incontro metafisico dell’esistenza allo spazio vuoto apre nuove vie, sperimenta nuove esistenze e incontri. Non è l’incontro con la solitudine esistenziale ma con il sé, con l’io gettato nel mondo che è parte attiva della propria vita e, in un qualche modo, della vita degli altri. E’ l’essere in-consapevole che progetta la sua vita e che trova nell’incontro con l’altro un nuovo sentire e nuovo senso della propria esistenza. E’ in quest’incontro che si realizza la comunanza, la prossimità; è lo spazio vuoto che trova nell’etica della solitudine la pienezza e la ricchezza delle emozioni, non raccontabili ma sentite perché l’altro mi appartiene in quanto parte di un’esistenza comune.

E’ un nichilismo esistenziale che nel volere l’altro lo accetta incondizionatamente. E’ come l’amore che nulla vuole e nulla chiede. E’ una rivoluzione di prospettiva dove la morale dell’incontro e lo spazio sociale si realizzano nell’etica della solitudine, e lo spazio vuoto è pieno d’altro, è pieno e ricco di altre esistenze; è l’incontro con la pluralità esistenziale che racconta dell’unicità della vita, della propria vita.

Rubrica di Filosofia e Consulenza
A cura di
Raffaele Aratro
Docente di Filosofia e Storia