Il viaggio dell’anima: l’incontro con i deserti luoghi

Rubrica “Filosofia e Consulenza” a cura di Raffaele Aratro, Counsellor e docente di filosofia e storia,

Eugenio Borgna nel suo libro La solitudine dell’anima scrive: “La solitudine è un’esperienza, o meglio una forma di vita, che non può essere valutata, e nemmeno riconosciuta, se non muovendo dalla interiorità, dalla soggettività, di chi la rivive… Ci sono solitudini, esperienze interiori di solitudini, che riemergono da esistenze febbrilmente impegnate in grandi orizzonti di senso, e di lavoro, e che sono capite solo da chi le stia dolorosamente rivivendo. Non ci sono occhi, in questo caso, che consentano di andare al di là delle apparenze: cogliendo le ombre, le notti oscure, dell’angoscia e della disperazione: della solitudine come straziato dialogo con noi stessi”.

Ci sono viaggi dell’anima che aprono la mente, schiudono il cuore e la vita ha una nuova alba, altri, invece, che chiudono alla vista l’oltre e l’altro e la vita è avvilita in un perenne tramonto. E’ così il viaggio dell’anima; un andare senza mete attraversando deserti luoghi senza certezze, senza attese. “Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando verso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? (F. Nietzsche, La gaia scienza).

Anonimo, Laura e il Poeta, Casa di Francesco Petrarca

Il racconto dell’anima, quello interiore, è afono, alterato e sbiadito dall’accecante luce della notte: “Ti scriverò lettere sbagliate. Quelle autentiche non sfiorano neanche la carta”, così scrive
Marina Cvetaeva in Deserti luoghi. Non si può che scrivere lettere sbagliate perché, in fondo, non esistono, nel racconto del viaggio dell’anima, lettere giuste. E’ una sorta di ritorno al rimosso, il ritorno di quanto più indicibile, un eterno ritorno all’origine, alla ricerca di una nuova e comunque diversa orizzonte di senso; è un viaggio che rifiuta la linearità del tempo ciclico, passato – presente – futuro, ma risiede nel caos, nella confusione, nel disordine. E’ l’IO che trascende se stesso, che va al di là dell’umano, è un viaggio tanto lucido quanto folle perché in-comprensibile, a-tipico, in-definito, aspaziale e atemporale. E’ il deserto, luogo dello spaesamento. Capita o meglio si vive, abbastanza frequentemente, la dimensione dello straniamento, del sentirsi estraneo, nel senso che lo spazio, così come il tempo, non appartengono alla dimensione dell’IO, addirittura la propria esistenza è estranea, è altra cosa, non appartiene all’essere, è solo una sensazione d’essere; un allontanamento esistenziale che segna un solco profondo e nessun ponte riesce a mettere in relazione.

E’ la dimensione del lontano, un altrove, un lontano da sé e dalla propria anima; è il deserto, una desertificazione relazionale e esistenziale. L’essere non ha più orizzonti di senso ma solo orizzonti spaziali che, in quanto tali, segnano un limite, una fine; l’esistenza si fa finita e limitata, frantumata e stracciata, sradicata e oppressa. E’ la frattura dell’anima che non trova né spazio né tempo e nel suo viaggio attraversa deserti luoghi, i luoghi della profonda e sconsolata solitudine nei quali l’anima, abbandonata al suo “destino”, si lascia andare alla corrente, inesorabile e tragica, della vita apparente. E’ la misura della frattura tra ciò che è e ciò che appare, tra l’indifferenza e la differenza, tra il quieto e l’inquieto. Sia fatta la tua volontà è scritto nei libri sacri e allora sia proprio fatta la tua volontà; si rinunci alla ricerca della felicità, si ridicolizzino i sogni, sia lode all’ovvio, al semplice, all’evidenza effimera, sia elevato a inno esistenziale l’appagamento fine a se stesso, e tutto apparirà facile e raggiungibile. L’anima perde la sua esistenza fattuale per acquisirne un’altra, quella apparente, superflua e semplice, è qui, proprio qui che si misura la perdita e si attraversa il deserto, e si abbandona nel profondo e asfissiante vortice del nulla. E’ in questo momento che l’anima si trova di fronte ad infinite scelte, sa, però, che alla fine ne può scegliere solo una; comprende che una volta scelto non può più recriminare, sa che è il momento di mettersi in cammino.

E’ qui che si incontra e si misura la solitudine esistenziale ed è in questo momento che nulla ha più senso perché non ci sono orizzonti di senso ma solo anime che incontrano altre anime e dialogano, in modo assordante, ma senza emettere suoni, e allora prestano maggiore attenzione e avvicinano le orecchie per meglio ascoltare il suono afono, “Perché oltre alle parole noi due non abbiamo nulla, alle parole siamo condannati. Perché tutto quello che con gli altri avviene senza parole, attraverso l’aria – quella tiepida nuvola da a – in noi si compie attraverso le parole, parole afone, senza la correzione della voce. Il poco pronunciato (l’aria inghiottite!) è già affermazione, tacito urlo” Marina Cvetaeva, Deserti luoghi, Lettere 1925 – 1941). In quest’afonia di senso le anime si guardano si odorano, si aspettano, si amano, si odiano, si cercano, si rifiutano, ma alla fine tutto resta immobile e nulla ha più senso; è l’anima, che al suo cospetto, accoglie la solitudine esistenziale rendendo possibile la finitezza dell’infinito. E’ l’attimo dell’assenza e del diniego, è l’attimo del sé. E’ il momento della solitudine che è forma di vita. “Il mio suono è diverso da quello della passione. Se tu mi prendessi con te, prenderesti le plus déserts leiux” (A. Rainer Maria Rilke, 2 Agosto 1926).

Alla ricerca dell’invisibile: verso la cattura dei Pokémon

Rubrica “Filosofia e Consulenza” a cura di Raffaele Aratro, docente di Filosofia e Storia

Quest’estate mi è capitato di assistere ad una scena all’apparenza incredibile, seduto su una panchina in una piazza, all’improvviso decine e decine di persone, all’unisono, con gli occhi fissi sullo smartphone si sono mosse tutte nella stessa direzione, meravigliato e incuriosito li ho seguiti per capire cosa stesse accadendo, ma proprio non sono riuscito a capire, è stato mio figlio a svelare l’arcano. Tutte quelle persone, senza distinzione di età, sesso e razza, erano concentrate per catturare dei Pokémon. Non nascondo una certa meraviglia e incredulità, mi sono chiesto qual è l’interesse, il fine che spinge tantissime persone a passare il loro tempo alla ricerca dei Pokémon.

Non sono tra quelli che vogliono a tutti i costi sostenere che “prima”, “una volta”, “ai miei tempi” era diverso, dove diverso sta per migliore, anzi credo che le scoperte, soprattutto nell’ambito dell’informazione e della comunicazione siano state, e lo sono ancora, le più importanti dell’epoca moderna. Mi convince però, e molto, l’analisi dello psichiatra Paolo Crepet, sviluppata nel suo ultimo libro “Baciami senza rete”. Forse bisognerebbe tendere gli occhi non tanto verso il basso ma verso l’alto, questa modalità renderebbe possibile vedere altro e altrove.

Credo che una delle questioni, non più procrastinabile, sia quella dell’analfabetismo sentimentale. Sembra che prevalga il “semplicismo” comunicativo, l’immediatezza nella sua essenzialità, il primato di una grammatica senza etica, senza ascolto, senza attenzione.

Gli individui, piccoli piccoli rispetto alla grandezza del mondo che, però, non si riesce a cogliere. Una grandezza, quello dell’universo altro, non solo spaziale ma soprattutto sentimentale, è nascosto, negato, violato. Nell’epoca delle relazioni liquide a volte la prospettiva, la visione del mondo, delle cose, dei fatti, è capovolta; il solipsismo comunicativo-relazionale produce una sorta di cecità che fa apparire il mondo piccolo, soprattutto il mondo dell’altro, e l’individuo grande, grandissimo.

Analfabetismo sentimentale ed egocentrismo esasperato possono determinare fenomeni odiosi, soprattutto tra gli adolescenti; sono poco ma, purtroppo, abbastanza diffusi i fenomeni noti come il cyberbullismo. E’ un comportamento che colpisce per la sua diffusione, per la colpevole “inconsapevolezza” di chi lo pratica. Intendo inconsapevolezza quella modalità che porta a dire “ma cosa ho fatto?”. E’ una violenza “gratuita” quanto odiosa, aggravata dalla “forza” insopportabile del gruppo, scudo per proteggere e nascondere la responsabilità del singolo. E’ la forza del gregge belante che segue il gruppo senza farsi domande, certo che quella è la strada; si tratta di una modalità esistenziale inconsapevole e irresponsabile, un agire senza morale, senza dubbi, senza ricerca. E’ la logica comportamentale della superficialità, della banalità del male che tanti danni ha prodotto e continua a produrre. Si sa, l’individuo inconsapevole è pericoloso, perché, in fondo, è un incapace, è l’individuo cieco che genera mostri.

La ricerca dei pokémon così come il cyberbullismo, sia pur in forme e modalità non associabili, sono il prodotto di modalità relazionali tristi e in alcuni casi devastanti. L’individuo è chiuso in se stesso, è teso alla realizzazione o appagamento di un bisogno semplice e immediato; nella cattura dei pokémon non c’è nessuna abilità da sviluppare, è un gioco direi elementare. L’effetto magico quanto effimero è quello di rendere visibile l’invisibile, chiuso in se stesso l’individuo appaga il suo bisogno elementare in un tempo brevissimo, con poco sforzo e senza relazionarsi o misurarsi con nessuno.

Così è la violenza di gruppo nel fenomeno noto come cyberbullismo, tanti contro uno dove i tanti sono soli con se stessi, con il loro telefonino, con la testa in giù a scrivere messaggi utilizzando una grammatica povera ed essenziale.alla-ricerca-deo-pokemon

La ricerca dell’invisibile sia che si ricerchino i pokémon o che si offenda e ferisca, addirittura senza rendersene conto, sia pur non paragonabili sul piano etico, appaiono simili nelle modalità, in entrambi prevale una sorta di solipsismo esistenziale, non c’è relazione, confronto, in alcuni casi si è insieme ma soli con il proprio telefonino chattando con i “tanti”. E’ un paradosso, le chat aprono la porta della comunicazione, si entra in “contatto” con i tanti e in ogni parte del mondo e nello stesso tempo e spazio, e contemporaneamente si chiudono le finestre della conversazione con chi è ad un palmo di distanza. Questo è un fenomeno facilmente osservabile, non ha età, riguarda tutti noi. Lo vediamo nei bar, al ristorante, in strada, in auto, insieme ma ognuno solo con il proprio telefonino.

L’osservazione semplice delle nostre modalità comunicative, modificate e forse impoverite sul piano relazionale, al di là dei pokémon o del cyberbullismo, rimandano alla questione della comunicazione empatica, dell’ascolto attivo, o come affermava il filosofo francese Paul Roceur, della nostra relazione con l’altro, con quell’altro da sé che è parte del mio orizzonte di senso e che quindi mi ri-guarda.

Gli occhi non dovrebbero, allora, essere rivolti verso il basso, ma verso altri occhi per vedere e scoprire nuovi e diversi orizzonti.