Tumore al seno: come fare l’esame dell’autopalpazione

Il tumore al seno è la neoplasia più frequente nel sesso femminile e rappresenta il 25 per cento di tutti i tumori che colpiscono le donne. Purtroppo ad oggi l’incidenza del tumore al seno è in aumento prevalentemente per effetto del crescente invecchiamento della popolazione, ma fortunatamente negli ultimi anni si è registrata una netta riduzione della mortalità grazie ai progressi della medicina. La prevenzione secondaria del tumore al seno, e cioè la scoperta in fase iniziale, rappresenta l’arma più efficace che le donne posseggono per sconfiggere tale malattia.

Con la diagnosi precoce è possibile individuare tumori di piccolissime dimensioni con prognosi eccellenti. Di seguito verrà data risposta ad alcuni frequenti interrogativi e verrà illustrata una semplice guida all’autopalpazione.seno4

Che esami fare, a che età e con quale frequenza?
Le linee guida dell’American Cancer Society per donne asintomatiche (donne che non presentano sintomi sospetti per carcinoma della mammella) prevedono:
dopo i 20 anni, tutte le donne dovrebbero eseguire ogni mese l’autopalpazione del seno;
• dai 20 ai 39 anni, oltre a praticare l’autopalpazione mensile, tutte le donne dovrebbero sottoporsi a visita senologica con eventuale ecografia di supporto almeno ogni tre anni;
• a partire dai 40 anni, tutte le donne dovrebbero sottoporsi ad autopalpazione mensile e mammografia annuale.

La donna che presenta un sintomo di qualunque tipo a carico della mammella dovrebbe effettuare immediatamente una visita senologica, durante la quale saranno consigliati eventualmente ulteriori accertamenti diagnostici: mammografia e/o ecografia.

A quali segni la donna deve prestare attenzione?
Nodulo: nella maggior parte dei casi il tumore si manifesta con la comparsa di una tumefazione dalla consistenza dura.
• Alterazioni dell’areola e/o del capezzolo: talvolta un tumore localizzato vicino al capezzolo, può provocare delle introflessioni o “retrazioni” di quest’ultimo o anche la comparsa di escoriazioni cutanee, che fanno pensare ad un’alterazione della pelle e non della mammella.
• Secrezioni dal capezzolo, particolarmente se ematiche o sierose: si verificano quando il tumore cresce distribuendosi lungo i dotti da cui fuoriesce il latte materno.
• Alterazioni della cute della mammella: arrossamenti locali o diffusi, affossamenti o al contrario ispessimenti della pelle, che può assumere un aspetto simile a quello della buccia di un’arancia.
• Alterazioni della forma e del volume della mammella: talvolta un nodulo può essere visibile già all’ispezione, poiché deforma il normale profilo del seno. Più raramente, in casi più estesi, l’aumento di volume riguarda invece l’intera mammella.seno1
• Aumento di dimensioni di un linfonodo ascellare: spesso i linfonodi ascellari si ingrandiscono per processi infiammatori (benigni); tuttavia, in alcuni casi, l’aumento di volume può essere provocato dalla presenza di cellule di un tumore mammario.
Ogni volta che una donna avverte uno o più di questi segni e più in generale una modifica della propria mammella deve rivolgersi al proprio medico o allo specialista: è meglio avere una rassicurazione in più che una tardiva diagnosi di tumore.

 

Come si effettua l’autopalpazione?
E’ importante effettuare l’ispezione (esame visivo) e la palpazione (esame tattile) di entrambe le mammelle e del cavo ascellare. E’ preferibile eseguire l’autopalpazione in un ambiente caldo o durante la doccia, in maniera tale che il tessuto mammario sia rilassato. Il freddo può determinare una contrazione della mammella e del capezzolo, tale da rendere difficoltoso l’esame.

 

Esame visivo: ispezione
Deve essere effettuata davanti ad uno specchio in un luogo ben illuminato, in quattro passaggi successivi:
con le braccia appoggiate sui fianchiseno2
• con le braccia in alto o con le mani dietro alla testa
• con le mani che premono sulle anche per contrarre i muscoli pettorali
• piegandosi in avanti con le mani appoggiate sui fianchi.
Queste manovre consentono di evidenziare alterazioni di forma e di dimensioni delle mammelle, retrazioni cutanee, alterazioni di forma e di posizione del capezzolo, arrossamenti o altre irregolarità della cute.

 

Esame tattile: palpazione
Può essere effettuata sia nella posizione eretta che nella posizione supina.

 

Posizione erettaseno3
La mammella può essere esaminata anche sotto la doccia; la pelle lubrificata dal sapone rende più agevole la palpazione. Portare il braccio destro dietro la testa. Usando la mano sinistra, esaminare la mammella destra ed il cavo ascellare omolaterale, cercando di rilevare la presenza di eventuali nuovi noduli, seguendo i tre schemi di palpazione che sono stati descritti in precedenza. Nello stesso modo, esaminare la mammella sinistra.

 

Posizione supina
Sdraiarsi con un cuscino o un asciugamano sotto la spalla destra e portare la mano destra dietro la testa. Controllare con la mano sinistra tutta la mammella ed il cavo ascellare destro. Ripetere tale processo per la mammella controlaterale. E’ necessario impiegare i polpastrelli delle tre dita centrali (indice, medio, anulare) e non la punta. Si devono seguire tredifferenti schemi per esaminare la ghiandola mammaria: quando si palpa la mammella seguendo uno degli schemi sovradescritti, bisogna esercitare tre differenti livelli di pressione (lieve, moderata e forte) e dei piccoli massaggi circolari. Non sollevare le dita durante la palpazione, per evitare di non esaminare un’area.

 

Valutazione del capezzolo
Circa un terzo dei tumori insorge nell’area dietro il capezzolo. E’ necessario comprimere il capezzolo e valutare l’eventuale secrezione di liquido, che se è giallo o verdognolo è normale. Al contrario, se è scuro o francamente ematico è da segnalare al proprio medico curante.

Cancro al seno: la ricostruzione mammaria con Lipofilling e PRP

Di recente introduzione, nell’ambito della ricostruzione mammaria, è l’uso di cellule staminali provenienti da tessuto adiposo autologo in associazione a plasma ricco in piastrine. Nel tessuto adiposo, come nel midollo osseo, sono presenti, accanto agli adipociti, delle cellule staminali totipotenti che hanno la possibilità di differenziarsi in cellule di diversi tessuti. Quando si esegue un lipofilling (altrimenti detto lipostruttura o trapianto di grasso) sono proprio queste cellule staminali che sopravvivono e sono in grado di differenziarsi, inoltre possedendo capacità di neoangiogenesi contribuiscono ad un migliore trofismo locale dell’area interessata al trapianto.

Il lipofilling, inteso pertanto come trasferimento di cellule adipose, ma soprattutto di cellule staminali, ha diversi obiettivi e potenzialità: Riempimento, Ristrutturazione, Rigenerazione. Il riempimento è dimostrato dall’incremento volumetrico, la ristrutturazione e la rigenerazione sono evidenziati dai miglioramenti della qualità dei tessuti cutanei e sottocutanei in caso di trattamento di tessuti scarsamente irrorati come aree ulcerate, radiodermiti, radionecrosi e cicatrici di vario tipo.

Nell’ambito della chirurgia oncoplastica mammaria il lipofilling:

Può essere molto utile come integrazione e complemento della ricostruzione mammaria con protesi andando ad avvolgere ed imbottire la protesi aumentando lo spessore del tessuto sottocutaneo contribuendo a rendere meno evidente la protesi stessa, riducendo la sensazione di “seno freddo” spesso presente in caso di ricostruzione, aumentando il grado di ptosi con un aspetto più naturale della mammella ricostruita;

– Può essere utilizzato per reintegrare i volumi mancanti in caso di esiti di quadrantectomie, anche se non tutti concordano sull’opportunità del lipofilling in questi casi per le possibili recidive della malattia anche a distanza di molti anni; – Può essere utilizzato per correggere malformazioni e deformità di sviluppo che si presentano con asimmetrie volumetriche di modesta/moderata entità rispetto al seno controlaterale;

– Recentemente è stato proposto anche per la ricostruzione totale del seno dopo mastectomia; anche se, in tal caso, è opportuno sottolineare che sicuramente sono necessari più interventi a distanza di alcuni mesi con un iter ricostruttivo che, anche in caso di mammelle di piccolo volume, è sicuramente di almeno un anno/un anno e mezzo;

– Può rappresentare l’unica alternativa ricostruttiva nei casi di rigetto di protesi.

Le applicazioni del lipofilling a livello mammario possono essere pertanto molteplici e di grande rilievo. C’è unanimità di consenso nel considerare tale tecnica utile nel migliorare i risultati ottenuti con la ricostruzione mammaria, tuttavia deve essere utilizzata con cautela e, secondo il nostro avviso, non impiegata nei casi di interventi chirurgici per tumori particolarmente aggressivi (associati a linfangiosi neoplastica o neoplasie triple negative) o in interventi di quadrantectomia, per l’elevato rischio di recidiva associato al trapianto di cellule staminali. E’ stato inoltre dimostrato che non determina un ritardo diagnostico del carcinoma mammario, in quanto un radiologo esperto riesce a distinguere le calcificazioni legate al tumore da quelle dovute dalla liponecrosi del lipofilling.

Lipofilling: tempi chirurgici. Il lipofilling può essere eseguito in anestesia locale con sedazione in regime di day-hospital, oppure in anestesia generale in regime di ricovero. Prelievo: le incisioni nelle sedi del prelievo che possono essere diverse (pancia, braccia, cosce, fianchi) sono di pochi millimetri tali da permettere l’ingresso di microcannule che non determinano esiti cicatriziali. Il prelievo viene di norma effettuato con la tecnica della lipostruttura (tecnica sec. Coleman) che fa uso di una siringa da 10 ml con attacco Luer-lock e con una cannula di 3 mm di diametro e 15 o 23 cm di lunghezza, i cui fori di ingresso hanno dimensioni tali da permettere il passaggio delle particelle di tessuto adiposo attraverso il lume della siringa Luer-lock. In questo modo, durante l’aspirazione, viene mantenuta una bassa pressione negativa che riduce il traumatismo del processo sugli adipociti, preservandone la vitalità. Una volta che la siringa è stata riempita dal grasso aspirato, la cannula viene rimossa e un tappo Luer-Lock viene posto sulla siringa per sigillare l’apertura. Processazione del grasso prelevato: la purificazione del grasso prelevato può avvenire per centrifugazione e una volta rimosso lo stantuffo, la siringa viene posizionata in una centrifuga sterilizzata e fatta centrifugare a 3000 rpm per tre minuti o per decantazione.

La tecnica di Coleman, la più diffusa, utilizza come procedura di purificazione la centrifugazione ma indipendentemente dalla tecnica il risultato finale sarà la formazione in provetta di 3 strati: 1. lo strato superiore è oleoso e costituito essenzialmente da materiale fuoriuscito da cellule adipose traumatizzate; 2. lo strato inferiore è il più denso fra i tre ed è formato da sangue e soluzione fisiologica; 3. lo strato intermedio contiene cellule adipose vive che saranno poi infiltrate nella zona da correggere. Sia lo strato superiore che quello inferiore vengono rimossi rispettivamente usando stoppini assorbenti ed esercitando con lo stantuffo una lieve pressione; nella siringa rimane il solo strato intermedio. E’ infatti necessario isolare il più possibile gli adipociti da trapiantare al fine di diminuire la risposta infiammatoria dopo il reimpianto; se nel sito ricevente sono presenti molti detriti cellulari si sviluppa un’intensa reazione infiammatoria con l’attivazione delle cellule della flogosi. Trasferimento degli adipociti nella mammella da trattare: avviene con microcannule, senza lasciare cicatrici.

L’intervento non è doloroso e la durata varia a seconda della quantità di grasso da impiantare da 60 minuti a 2 ore. Nel post-operatorio è previsto l’utilizzo, nell’area del prelievo, di una guaina compressiva, per ridurre eventuali ecchimosi o gonfiori, che viene mantenuta generalmente per tre settimane dopo l’intervento. Sempre nel post-operatorio può essere presente un lieve indolenzimento delle aree trattate, controllabile comunque con antidolorifici di uso comune. Il ritorno alle normali attività è graduale, nell’arco di alcune settimane. Il risultato, apprezzabile già dopo le prime tre settimane, sarà definitivamente raggiunto a distanza di circa sei mesi dall’intervento. E’ opportuno sapere che per ottenere 100 cc di grasso purificato, pronto per essere iniettato, è necessario un prelievo di circa 250 cc di grasso che corrispondono ad una discreta lipoaspirazione e questo consente la correzione di difetti di modesta o moderata entità. Quantitativi decisamente più importanti sono necessari negli altri casi e, sempre a titolo esemplificativo, è bene segnalare che per ottenere un’integrazione volumetrica di circa una taglia, seppur considerando variazioni legate alla base della mammella iniziale, è necessario inserire almeno 300 cc di grasso “purificato”, cosa che implica un prelievo iniziale di 1500/2000 cc di grasso da altre parti del corpo. Ciò significa che possono essere candidate ad una mastoplastica integrativa con tessuto adiposo solo pazienti che hanno, in realtà, anche un’indicazione alla liposuzione. La necessità di trasferire questi quantitativi di grasso è da mettere in relazione al riassorbimento parziale del tessuto trasferito nei primi mesi dopo l’intervento; questo riassorbimento avviene in percentuale variabile non sempre facilmente prevedibile. Corretto è di conseguenza avvertire la paziente che eventuali reinterventi potranno essere necessari od opportuni. Sulla base di queste considerazioni, è comprensibile come siano in corso sperimentazioni cliniche di vario tipo con lo scopo di raggiungere risultati del tutto prevedibili. Si tratta, infatti, di una tecnica in continua evoluzione, per questo negli ultimi anni si è sperimentata l’associazione del lipofilling al PRP.

Platelet-Rich Plasma. Concentrato di sangue omologo o autologo che contiene un elevato numero di piastrine. E’ stato dimostrato che i fattori di crescita in esso contenuti (bFGF, PDGF e IGF, TGFalfa e beta, IGF I e II, EGF, VEGF) accelerano la proliferazione e la differenziazione delle cellule staminali e favoriscono la neoangiogenesi rendendo più efficaci e duraturi nel tempo gli effetti ottenuti con il lipofilling. Le proporzioni di PRP che devono essere miscelate al tessuto adiposo già processato sono di 0,5ml:1ml; prima che tutto il materiale prelevato possa essere trasferito, attraverso microcannule, nella mammella da trattare è necessario aggiungere 1 ml di miscela di calcio gluconato e batroxobina, aspirata in una siringa da 2,5 ml e gentilmente agitata (1 ml di attivatore per 20 cc di PRP); così facendo il concentrato piastrinico assumerà, nel giro di qualche minuto, consistenza gelatinosa dal momento che la batroxobina (enzima ad alto potere coagulante, con attività di tipo trombinica, isolato, mediante opportuni processi di purificazione, dal veleno del serpente brasiliano Bothrops Jararaca) è responsabile della polimerizzazione della fibrina in un gel insolubile, e con il calcio gluconato determina la degranulazione delle piastrine con conseguente rilascio di fattori di crescita e citochine. Il trasferimento nella mammella dovrà pertanto essere effettuato entro e non oltre 15 minuti, poiché il gel piastrinico formatosi dalla trasformazione del fibrinogeno in fibrina non riuscirebbe ad attraversare i fori delle microcannule.

L’uso del PRP è regolamentato a livello europeo dalla “Revisione del decreto legislativo 19 Ago 2005, recante attuazione della direttiva 2002/98/CE” con un Decreto Legislativo del 20 Dic. 2007, n 261, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.19 del 23 Gen. 2008. Secondo questa normativa solo i medici del Centro Trasfusionale di riferimento sono autorizzati a eseguire le procedure per la creazione, seguendo protocolli clinici definiti e utilizzando una strumentazione approvata e certificata CE, del PRP, pertanto i Centri che vorranno effettuare questo tipo di trattamento non potranno prescindere dell’ausilio di un Centro Trasfusionale. La regolamentazione europea e il marchio CE ne garantiscono la sicurezza biologica. Diversi studi presenti in letteratura dimostrano che gli effetti del lipofilling soprattutto in termini di mantenimento del volume mammario nel tempo, sono più efficaci se questo è associato al PRP.

Reggiseno biomeccanico. Utile ausilio, al fine di ottenere migliori risultati estetici con la tecnica di ricostruzione con Lipofilling e PRP; si tratta di un reggiseno biomeccanico, che, esercitando una pressione negativa sulle mammelle, svolge la funzione di espansore mammario esterno. Indossare questo speciale dispositivo prima di un intervento permette di preparare i tessuti a ricevere le cellule adipose e indossarlo nel post-operatorio permette di migliorare l’attecchimento del grasso innestato. Grazie all’associazione del reggiseno biomeccanico al lipofilling, è possibile innestare più grasso rispetto ad un semplice intervento di lipofilling e quindi ottenere un maggior aumento di volume e/o cambiamento di forma delle mammelle per le pazienti che desiderano sottoporsi ad una ricostruzione totale del seno post-mastectomia Questo sistema altamente tecnologico è composto da un reggiseno in cui è inserita una coppia di coppe semirigide che vengono appoggiate sopra le mammelle, dotate di un bordo in morbido silicone che permette di mantenere una pressione negativa all’interno. Ogni guscio è collegato ad una pompa aspirante alimentata a batteria che, grazie ad uno speciale microprocessore, consente di ottenere una pressione negativa costante di 15-25 mmHg. Cosi grazie alla pressione negativa che si viene a creare all’interno delle coppe, i tessuti mammari sono soggetti ad una tensione prolungata e tridimensionale: in risposta agli stress meccanici aumenta lo spazio in cui iniettare il grasso, permettendo di incrementare la quantità trapiantabile di cellule adipose. Inoltre si forma edema locale ed aumenta la vascolarizzazione, con conseguente miglioramento dell’attecchimento degli adipociti impiantati tramite il lipofilling.

Esistono diversi protocolli di utilizzo del reggiseno biomeccanico. Il più utilizzato prevede che il dispositivo venga indossato per 3 settimane prima dell’intervento: i primi 17 giorni deve essere indossato per 10 ore al giorno, gli ultimi 3 giorni prima dell’intervento di lipofilling del seno per 24 ore al giorno. Dopo l’intervento chirurgico il reggiseno biomeccanico deve essere indossato 10 ore al giorno per 45 giorni. Numerosi trial clinici ne hanno provato la sicurezza e l’efficacia. E’ stato inoltre approvato dalla FDA (Food and Drug Administration), l’autorità di vigilianza sanitaria americana, ed è stato certificato dall’ ASAPS, la società di chirurgia plastica americana. La maggior parte delle donne che hanno utilizzato questo dispositivo non ha lamentato particolare dolore o disagio. Possibili effetti sono legati ad un’intolleranza dei materiali e sono dati da eritema, edema cutaneo e talora rash cutaneo, in quest’ultimo caso si consiglia di sospendere il trattamento. Per ridurre al minimo i rischi di insorgenza di irritazioni cutanee, è consigliabile applicare un film a protezione della cute che verrà a contatto con il bordo in silicone delle coppe e una lozione lenitiva idratante non oleosa al termine di ogni applicazione per mantenere ben idratata la pelle.

A cura di: Dott.ssa Naida Faldetta – Specialista in Chirurgia Oncoplastica / Dott.ssa Francesca Sorrentino – Medico Chirurgo

Tumori: aumentano nuovi casi tra le donne

In aumento i casi di tumore tra le donne. E’ quanto emerge dal censimento ufficiale redatto grazie al lavoro dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM). Nel 2016 le italiane colpite dalla malattia sono 176.200 (erano 168.900 nel 2015): in particolare quest’anno sono stimati 50.000 nuovi casi di tumore del seno (48.000 nel 2015).

Per gli uomini invece si assiste a un fenomeno opposto, con 189.600 nuove diagnosi e un calo del 2,5% ogni 12 mesi (erano 194.400 nel 2015).

Nel 2016 sono stimate più di 365.000 nuove diagnosi di cancro, circa 1000 al giorno. La neoplasia più frequente è quella del colon-retto (52.000), seguita da seno (50.000), polmone (41.000), prostata (35.000) e vescica (26.600).

Tumore al seno: le linee guida dell’American Cancer Society

Il tumore della mammella costituisce la prima causa di morte dopo le Malattie Cardiovascolari nelle donne ed è la neoplasia più diffusa sia nei paesi industrializzati sia in quelli in via di sviluppo, con un’incidenza di 1 donna su 10. In Italia si registrano oltre 30.000 nuovi casi ogni anno, circa 7/8000 nelle donne di età inferiore a 50 anni, 13/14000 nella fascia tra i 50 e i 70 anni. Nel nostro paese circa 10 donne su 100 sono destinate a contrarre la neoplasia mammaria nel corso della loro vita. Negli anni 60 solo il 30% delle donne sopravviveva, oggi siamo all’80% grazie a diagnosi precoci, a strumenti sempre migliori ed indagini sempre più sofisticate, oltre a nuove metodiche terapeutiche sempre più efficaci. Molti dei fattori di rischio associati allo sviluppo delle neoplasie mammarie non sono modificabili, come l’età, la storia familiare, il menarca precoce. Su altri è invece possibile intervenire con modificazioni del proprio stile di vita (attività fisica, cosmetici compatibili, blog-terapia), delle abitudini alimentari (dieta consigliata: broccoli, cavoli, cipolle, pomodori, ma anche alghe, semi di lino, rucola e senape) e dell’uso di farmaci.

La sua incidenza continua ad aumentare ma allo stesso tempo cresce il tasso di sopravvivenza. Come? Soprattutto grazie alla diagnosi precoce, alla prevenzione ed a controlli genetici in donne con marcata familiarità. Per combattere la malattia infatti, assume un’importanza strategica l’adesione ai programmi di screening perché con controlli regolari, si ottengono guarigioni quasi al 100%. Secondo le linee guida dell’American Cancer Society, in assenza di segni o sintomi di neoplasia mammaria tutte le donne dovrebbero effettuare: Autopalpazione del seno a partire dall’età di 20 anni e con regolarità (nei Consultori Familiari vengono svolti dei corsi appositi), rivolgendosi al senologo di fiducia qualora si riscontrassero modificazioni od anomalie dell’anatomia di base delle mammelle; Visita senologica con cadenza annuale delle donne al di sopra dei 35/40 anni anche asintomatiche; Mammografia compiuti i 40 anni, con l’esame in due proiezioni a cadenza annuale . Per quanto riguarda l’autopalpazione al seno, è importante per le donne prestare attenzione ad eventuali, insoliti cambiamenti del proprio seno.

L’autoesame. Dopo i vent’anni l’autopalpazione andrebbe fatta una volta al mese (tra il 7° ed il 14° giorno del ciclo mestruale). Prima dell’autopalpazione è importante l’osservazione del seno e del capezzolo con le braccia alzate stese e poi piegate. L’autopalpazione va eseguita con la parte interna dei polpastrelli, palpando il seno partendo dal cavo ascellare con piccoli movimenti ascellari disegnando una spirale dall’esterno verso il capezzolo in senso radiale e dall’alto verso il basso. In presenza di qualunque segno e sintomo tra quelli sopra elencati a carico della mammella, le donne devono rivolgersi al medico specialista.

Esami diagnostici. Il senologo clinico valuterà caso per caso la necessità di integrare i test di screening con ulteriori metodiche di approfondimento diagnostico quali: Ecografia della mammella (c/o Poliambulatori ASP, Policlinici Universitari e Aziende Ospedaliere); Risonanza magnetica mammaria (Policlinici Universitari, Aziende Ospedaliere, Strutture Private Convenzionate); Esame citologico o istologico (ago aspirato o macro-agobiopsia o biopsia escissionale presso Policlinici Universitari, Aziende Ospedaliere); Analisi del sangue- marker (CA-15-3 i cui valori normali sono <30u/ml); Consulenza genetica e secondariamente i test genetici in caso di familiarità. Nel caso di presenza di micro calcificazione sospetta all’esame mammografico, il clinico potrà richiedere ulteriore approfondimento diagnostico strumentale con esame cito-istologico mediante prelievo con “Mammotome” (presso, Policlinici Universitari, Aziende Ospedaliere, Strutture Convenzionate).

Per capire la natura del tumore il prima possibile, è fondamentale per le donne effettuare altri test, in particolare la scintigrafia della mammella (in grado di individuare le piccole lesioni), la duttogalattografia o galattografia (per evidenziare formazioni patologiche nei dotti galattofori), la radiografia del torace, e la risonanza magnetica o risonanza magnetico nucleare. Esiste un tumore al seno definito “Triplo Negativo” che rappresenta il 15% delle neoplasie mammarie ed è il più aggressivo. Questi tumori non presentano sulla loro superficie quelle molecole che li rendono sensibili alla ormono-terapia o alle terapie che colpiscono il recettore per il fattore di crescita epidermico umano di tipo due, HER2. Ne esistono due tipi, quello basale e quello non basale, che ha un basso rischio di ripresa della malattia ed una prognosi migliore. Sarà il Medico-patologo che condurrà lo studio di alcuni biomarcatori (piccole molecole dette MicroRNA circolanti nel sangue) a stabilire l’evoluzione e la progressione del tumore Triplo-negativo basale per un migliore utilizzo di terapie mirate. Per stabilire l’eventuale presenza di metastasi in particolare nel fegato, nei polmoni e nelle ossa, ci sono poi altri esami che il medico oncologo, nel caso di diagnosi del K mammario, dovrebbe richiedere la scintigrafia ossea, l’ecografia epatica, la risonanza Magnetico-Nucleare.

Per quanto riguarda la gravidanza ed il tumore al seno, in Italia vi è una gestazione su tremila ad essere accompagnata dal cancro alla mammella, infatti il 15% delle neoplasie al seno colpiscono le donne under 35 gravide. In questi casi l’ecografia mammaria rimane il gold standard tra gli esami strumentali. Sul “quando” progettare una gravidanza, si consiglia di attendere almeno due anni, periodo con un maggior tasso di recidive. Per quanto riguarda invece le cure, vi è una nuova scoperta italiana, l’Immunoterapia, terapia genica (TGET) che dimostra come le cellule del sistema immunitario modificate sopravvivono per oltre 10 anni negli esseri umani e possono essere applicate contro i tumori. Questi nuovi trattamenti contro il cancro, basati sui linfociti T staminali di memoria, ingegnerizzati cioè corretti geneticamente, sono in grado di riprodursi per anni nel sangue di un individuo e di “attaccare” in caso di malattia. Si mantiene cioè nel tempo la capacità del sistema immunitario di persistere nel sangue delle pazienti, rappresentando così una riserva per le cellule che agiscono in prima linea contro le cellule malate. Importante inoltre nel caso di tumore alla mammella, è un sostegno psicologico per tutti i disagi derivanti dall’evento traumatizzante, da una nuova immagine corporea, dalle ansie, dalla rabbia, dalla paura, da una condizione di equilibrio, del tono dell’umore alterato e da una grossa carica emotiva.

Supporto psicologico. Interessante è dunque un lavoro di multidisciplinarietà tra il chirurgo senologo, lo psiconcologo ed il chirurgo oncoplastico, per aiutare la donna ad avviare processi di accettazione di sè altrimenti impossibili. Utile è anche dedicare qualche ora alle donne operate per aiutarle a vivere meglio le conseguenze delle cure sui rapporti di coppia, sulla sessualità, sulla menopausa precoce, perché non restino in solitudine e trasparenza, con il fantasma dell’abbandono per la paura della perdita della loro femminilità. Per almeno altri 5 anni si raccomanda il follow-up con visita senologica ogni 4 sei mesi, mammografia all’anno ed un esame pelvico annuale. Esiste inoltre la blog-terapia per lottare vivere e sorridere, lezioni di bellezza, trucco e foulard. Grazie alla prevenzione, infatti, eventuali alterazioni vengono identificate negli stadi più precoci, mentre con provvedimenti semplici (chirurgia conservativa), è possibile guarire oltre il 90% dei casi.

Scoperta la molecola che uccide il melanoma

Un importante passo in avanti è stato compiuto nella lotta contro il melanoma maligno. Un gruppo di ricercatori italiani hanno individuato una molecola, miR-579-3p, appartenente alla classe dei microRNA, che funziona da soppressore della crescita tumorale. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, è stato condotto dall’Istituto Pascale di Napoli guidato dal direttore scientifico, Gennaro Ciliberto, e dal direttore della struttura complessa di Oncologia medica Melanoma, Paolo Ascierto e la ricerca è stata finanziata da Airc in collaborazione con il laboratorio di Carlo Croce all’Università di Columbus negli Stati Uniti.

Come funziona. La molecola, presente in abbondanza nei normali nei, diminuisce man mano che il tumore diventa più aggressivo. Lo studio ha dimostrato che se la molecola viene somministrata alle cellule tumorali dall’esterno, i livelli degli oncogeni tendono a diminuire, con la successiva morte delle cellule maligne. Inoltre, la miR-579-3p esterna della particella ha la capacità di ridurre i melanomi resistenti ai farmaci inibitori Braf e Mek.