artrite reumatoide

L’artrite reumatoide: chi colpisce e come si cura

L’Artrite Reumatoide è una malattia autoimmune cronica e sistemica

Sono quasi sei milioni gli italiani che soffrono di malattie reumatiche. Ben quattro milioni sono colpiti dalla sola Artrosi, la più diffusa malattia cronica di tipo degenerativo. Queste patologie hanno un forte impatto sociale e sulla qualità di vita.

I soggetti portatori di malattie reumatiche degenerative (come l’Artrosi) e quelli con affezioni reumatiche infiammatorie e autoimmuni (tra cui l’Artrite Reumatoide, l’Artrite Psoriasica, le Spondiloartriti, il Lupus Eritematoso Sistemico, la Sclerodermia, la Sindrome di Sjögren, le Vasculiti) presentano problematiche comuni, derivanti dalla convivenza cronica con la disabilità e dalla necessità di cure e controlli a tempo indeterminato. Di particolare interesse è l’Artrite Reumatoide, in rapporto alle concrete possibilità di trattamento oggi possibili.

Cos’è

L’Artrite Reumatoide è una malattia autoimmune cronica e sistemica, di origine sconosciuta, caratterizzata da un processo infiammatorio, generalmente simmetrico, in corrispondenza delle articolazioni interessate. E’ una malattia seria che pur prediligendo il sesso femminile non risparmia quello maschile. L’Artrite Reumatoide rappresenta una importante causa di invalidità e comporta oneri economici diretti, indiretti e intangibili molto rilevanti per i soggetti colpiti, per i loro familiari e per la società. La malattia, se non trattata presto e bene, ha un andamento evolutivo e può colpire anche organi interni. L’Artrite Reumatoide è una malattia articolare infiammatoria che interessa circa l’1% della popolazione adulta.

Quanto è diffusa

Si calcola che in Italia i malati siano circa 400.000, per lo più donne in età giovane e giovane-adulta, molte delle quali ancora in attività lavorativa. A causa del grave danno articolare che la malattia determina viene compromessa la capacità lavorativa e l’autonomia funzionale. E’ stato accertato che, in caso di ritardo diagnostico o terapeutico, il 10% dei soggetti colpiti smette di lavorare entro 1 anno dalla diagnosi, il 50% entro 10 anni, il 60% entro 15 anni e il 90% entro 30 anni. L’incidenza nei bambini e negli adolescenti è più bassa rispetto agli adulti ma è comunque rilevante se si considera la comparsa annuale di circa 10 nuovi casi ogni 100.000 soggetti di età inferiore a 16 anni.

Diagnosi

La diagnosi della malattia non è difficile se la si giudicherà consolidata e in fase avanzata, quando purtroppo le deformità articolari sono bene evidenti e l’aggressione alle articolazioni è tale da non lasciare grandi speranze di recupero. La diagnosi é, invece, più difficile nelle fasi iniziali, quando l’interessamento articolare è più sfuggente e si può essere indotti a sottovalutare la sintomatologia. In tali casi solo lo specialista Reumatologo è in grado di sospettare la diagnosi, di definirla mediante indagini specifiche e di iniziare subito il trattamento più appropriato. Vi sono alcuni campanelli di allarme della malattia. La tumefazione delle dita delle mani, il dolore ai polsi, la rigidità articolare mattutina, talvolta in associazione ad astenia, costituiscono sintomi da non sottovalutare e da sottoporre all’attenzione del medico di fiducia; questi giudicherà se è o meno il caso di approfondire presso un Centro reumatologico. Nel caso dell’Artrite Reumatoide è assolutamente necessario fare una diagnosi precoce, a seguito della quale è possibile trattare prontamente la malattia migliorandone nettamente la prognosi, fino ad annullare il rischio di deformità e invalidità permanenti.

Trattamento

Il trattamento dell’Artrite Reumatoide è complesso. Accanto ai farmaci tradizionali (anti-infiammatori, antidolorifici e farmaci di fondo immunosoppressori) trovano indicazione i moderni farmaci biologici che neutralizzano efficacemente e prontamente le molecole che distruggono le articolazioni. I farmaci biologici risultano particolarmente indicati nei casi che hanno mostrato di non rispondere alla terapia tradizionale, quando la malattia è particolarmente aggressiva o quando si evidenziano elementi clinici che fanno prevedere un andamento particolarmente sfavorevole. L’impiego di tali farmaci obbliga a un attento controllo dei soggetti trattati al fine di individuare prontamente la comparsa di eventuali effetti collaterali. Purtroppo i farmaci biologici, frutto di una ricerca protrattasi per anni, hanno un costo molto elevato ma non c’è dubbio che il loro utilizzo assicura risultati fino a poco tempo fa inimmaginabili.

A cura di: Prof. Dott. Giovanni Minisola – Primario div. reumatologia osp. “S. Camillo” Roma

La gotta, chi colpisce e cosa fare

L’iperuricemia cronica con depositi di urato è una malattia metabolica sottodiagnosticata e sottotrattata, ma oggi riemergente a causa dei cambiamenti epidemiologici e demografici della popolazione. Pur essendo una patologia da sempre prevalente nel sesso maschile, si è registrato negli ultimi anni un progressivo aumento della sua diffusione anche tra le donne sia in menopausa che in età giovanile, ciò a causa delle modifiche dei comportamenti riguardanti lo stile di vita e che influenzano il metabolismo dell’acido urico.

La gotta è una malattia caratterizzata da episodi ricorrenti di dolore articolare molto acuto, dovuti all’infiammazione provocata dal deposito di cristalli di acido urico nelle articolazioni, nei tendini e nei tessuti circostanti. Nel momento in cui si instaura il processo infiammatorio, le articolazioni tendono a gonfiarsi e il paziente avverte dolore.

La zona più colpita è tipicamente l’alluce, ma ogni articolazione del corpo può essere coinvolta. L’acido urico è una sostanza prodotta nei processi di trasformazione delle proteine contenute. Quando, per motivi diversi, la sua eliminazione con le urine si riduce o aumenta la sua produzione, si ha un incremento della sua concentrazione nel sangue (iperuricemia); essendo scarsamente solubile, l’acido urico può poi precipitare formando cristalli a livello articolare, responsabili dell’infiammazione e del dolore che ne consegue.

L’iperuricemia cronica è generalmente del tutto asintomatica, motivo per il quale spesso il paziente tende a sottovalutare l’aderenza al trattamento ipouricemizzante. Anche se l’iperuricemia cronica può manifestarsi in maniera acuta ed improvvisa (attacchi artritici acuti), la sua natura cronica tende ad evolvere in maniera silente verso un quadro clinico caratterizzato da artrite cronica, nefrolitiasi e nefropatia. Inoltre è stato dimostrato un aumento significativo del rischio di infarto miocardico in pazienti con iperuricemia cronica e deposito di urato.

Quando compare e percheè

La malattia esordisce in genere tra i 30 e i 60 anni, inizialmente con un attacco acuto, e tende successivamente a diventare cronica. Circa il 60% dei pazienti che hanno un primo attacco acuto sviluppa poi un secondo nel giro di un anno. Durante l’età fertile, le donne sono cinque volte molto meno colpite rispetto agli uomini. Dopo la menopausa, invece, l’incidenza diventa paragonabile nei due sessi, il che potrebbe far pensare all’esistenza di meccanismi di regolazione di tipo ormonale. Pare inoltre che la gotta abbia un carattere familiare: alcuni studi hanno infatti evidenziato che circa il 20% dei soggetti gottosi ha parenti affetti dalla stessa patologia.

Altri fattori di rischio

Oltre all’ereditarietà, esistono diversi fattori di rischio e predisponenti per la malattia, in particolare le patologie del rene e dell’apparato digerente, dove ha luogo la sintesi dell’acido urico. Malattie come l’insufficienza renale, l’obesità, il diabete, l’ipertensione, l’iperlipidemia, nonché l’utilizzo di alcuni farmaci che possono aumentare la concentrazione di acido urico (come per esempio i diuretici), un’alimentazione sbagliata e il consumo di bevande alcoliche, superalcoliche e contenenti fruttosio rappresentano fattori di rischio per lo sviluppo della gotta. Spesso l’attacco acuto si verifica di notte o al risveglio mattutino.

I sintomi

Generalmente i sintomi si manifestano rapidamente, nell’arco di un paio d’ore, e, terminato l’attacco, tendono a scomparire del tutto. Oltre al dolore intenso, possono documentarsi gonfiore articolare, arrossamento e prurito delle zone infiammate. A prescindere dalla predisposizione individuale, esistono fattori scatenanti come i traumi e l’attività fisica eccessiva.

Quando la malattia diventa cronica, i sintomi possono diventare più gravi e persistenti, aumentando la probabilità di causare danni permanenti. In quest’ultimo caso si formano i “tofi”, piccoli noduli di colore giallastro contenenti aggregati di acido urico, che possono localizzarsi nelle dita, nell’orecchio, nei polsi e nel tessuto sottocutaneo. In alcuni casi, circa 10-25%, i cristalli di acido urico si accumulano a livello dei reni, provocando la formazione di calcoli che ostacolano il flusso di urina e favoriscono lo sviluppo d’infezioni.

La diagnosi

La diagnosi della malattia, non sempre facile, si basa su una corretta analisi della storia clinica del paziente e su una serie di esami di laboratorio. Si può inoltre effettuare un prelievo di un campione di liquido sinoviale (il liquido contenuto nelle articolazioni) da analizzare al microscopio per individuare la presenza dei cristalli di acido urico (diagnosi certa di gotta) ed escludere nel contempo altre patologie come l’artrite settica (infezione di un’articolazione provocata da un batterio).

Il trattamento

Obiettivi del trattamento sono innanzitutto il sollievo dall’attacco acuto e, più in generale, il miglioramento e la regressione dei sintomi e la prevenzione degli episodi gottosi ricorrenti. Per affrontare l’attacco acuto sono disponibili diversi farmaci (COXIB, FANS, colchicina, corticosteroidi), che devono sempre essere prescritti dal medico.

Consigli alimentari

Oltre la terapia farmacologica possono essere utili i seguenti accorgimenti: bere molto (2-3 litri/giorno), specie in presenza di calcoli di acido urico; servirsi di stampelle se il dolore èlocalizzato alle gambe; riposare a letto durante gli attacchi, utilizzando un alzacoperte se il peso di lenzuola e coperte aumenta il dolore della zona colpita; evitare gli alimenti contenenti elevate quantità di purine (carne rossa, frutti di mare, selvaggina e crostacei) e limitare fortemente il consumo di alcolici (soprattutto birra), superalcolici e bevande edulcorate con fruttosio; arrestare la formazione di aggregati di cristalli di urato monosodico attraverso una terapia ipouricemizzante cronica capace di raggiungere e mantenere persistentemente il controllo terapeutico di uricemia inferiori a 6,0 mg/dl; in caso di sovrappeso, perdere gradualmente peso; evitare farmaci che inducono un aumento di acido urico nel sangue.

Il raggiungimento dell’obiettivo terapeutico di valori di uricemia persistentemente inferiori a 6,0 mg/dl permette di ottenere sicuri benefici clinici per il paziente, ovvero una riduzione della frequenza e dell’intensità degli attacchi artritici acuti fino alla completa risoluzione, una riduzione delle dimensioni dei tofi già formati fino alla risoluzione degli stessi e la prevenzione delle complicanze a carico delle articolazioni e di altri organi.

Il monitoraggio dell’uricemia è essenziale per verificare l’efficacia della terapia ipouricemizzante, per garantire che l’obiettivo terapeutico di valori di uricemia inferiori a 6,0 mg/dl venga raggiunto e per verificare nel tempo l’aderenza al trattamento.

Il trattamento ipouricemizzante classico prevede l’impiego dell’allopurinolo. Da alcuni mesi è disponibile anche in Italia il febuxostat, un farmaco ipouricemizzante efficace e sicuro, particolarmente indicato nei numerosi casi in cui l’allopurinolo risulta inefficace o non tollerato. Mettendo in pratica le norme comportamentali e terapeutiche sopra esposte, tenendo altresì conto delle attuali possibilità diagnostiche e terapeutiche, appare sempre più possibile controllare segni, sintomi e complicanze di una invalidante malattia reumatica come la gotta.

A cura di
Prof. Giovanni Minisola
Presidente SIR
Primario div. reumatologia osp. “S. Camillo” Roma

Leggi anche ” Malattie reumatiche: scarsa informazione e luoghi comuni da sfatare

Malattie reumatiche: scarsa informazione e luoghi comuni da sfatare

Le malattie reumatiche colpiscono le persone anziane” – Falso.
Molte malattie reumatiche, soprattutto quelle infiammatorie come le artriti e le connettiviti, esordiscono in pazienti giovani o in età matura e meno frequentemente negli anziani.

I dolori, chi li ha se li tiene” – Falso.
Il dolore può essere sintomo di una malattia infiammatoria e in tal caso, combattendo l’infiammazione, si può nettamente ridurlo. Il dolore può essere espressione di una malattia scarsamente infiammatoria (come l’artrosi) o non infiammatoria (come le alterazioni della postura con conseguente mal di schiena). In questi casi, oltre agli antinfiammatori, si possono usare analgesici associati ad attività fisica e massaggi. In altre circostanze, come nella fibromialgia, il dolore è esso stesso da considerarsi la malattia e va trattato con farmaci in grado di aumentare la soglia del dolore (come gli antidepressivi).

Le malattie reumatiche colpiscono le ossa” – Vero.
Le malattie reumatiche possono colpire l’osso (come nel caso dell’Osteo-porosi) e l’osso adiacente la cartilagine articolare (come avviene nelle varie forme di artrite, oppure nell’artrosi). Non va però dimenticato che le malattie reumatiche più gravi possono complicarsi e colpire anche i muscoli e alcuni organi vitali come il polmone, il rene e il cuore. Queste complicanze sono riscontrabili in alcune connettiviti come Sclerodermia, Lupus e Polimiosite.

“I reumatologi prescrivono solo cortisone” – Falso.
Se in passato c’è stato un grande utilizzo di cortisone nell’artrite reumatoide e in alcune connettiviti, oggi l’avvento di alcuni farmaci immunosoppressori consente di evitare o di ridurre le dosi e la durata l’utilizzo dei cortisonici.

In alcune patologie il cortisone viene utilizzato come trattamento curativo (come nella Polimialgia Reumatica e in alcune Vasculiti) ed è spesso in grado di contribuire alla prevenzione e alla cura delle complicazioni a livello degli organi vitali. Oggi sono considerate anche nuove modalità di utilizzo del cortisone che prevedono la somministrazione nelle ultime ore della sera al fine di contrastare più efficacemente la rigidità mattutina tipica dell’artrite reumatoide.

Non va assolutamente dimenticato che l’impiego del cortisone per lungo tempo può avere effetti negativi sull’osso e che tali effetti oggi possono essere moto ben controllati con i farmaci impiegati per il trattamento dell’osteoporosi.

Togliere il liquido da un’articolazione non serve: più ne togli e più si riforma. Le infiltrazioni fanno male perché il cortisone fa male” – Falso.
È la malattia a determinare la formazione del liquido che, almeno una volta, dovrebbe essere analizzato per cercare di identificare la causa che lo ha determinato) gotta, condrocalcinosi, artrite reumatoide, artrosi, …). A volte per controllare l’infiammazione è opportuno procedere con iniezioni di cortisone o di sostanze che migliorano il trofismo della cartilagine, come l’acido ialuronico.

“I farmaci utilizzati per curare l’artrite reumatoide sono antitumorali e quindi pericolosi” – Falso.
Se è vero che alcuni farmaci immunosoppressori sono impiegati anche come antitumorali, è altrettanto vero che le dosi e le modalità di impiego in Reumatologia sono diverse e, quindi, il profilo di sicurezza e tollerabilità è assolutamente buono.

Leggi anche: “Prevenire l’osteoporosi: l’importanza di una sana alimentazione”

Reumatologo e Ortopedico: l’uno vale l’altro” – Falso.
Le competenze di ciascuna specializzazione sono diverse e talvolta complementari. Il Reumatologo si occupa del trattamento medico di forme infiammatorie, degenerative e dismetaboliche articolari e non articolari, mentre l’ortopedico è un chirurgo che interviene nella correzione di patologie che non rispondono più alle terapie (come l’artrosi avanzata per la quale si richiede la protesizzazione) o che opera condizioni non curabili con farmaci (come la rottura di un tendine o la frattura di una vertebra o di un femore).

“Le malattie reumatiche si identificano con la radiografia” – Falso.
Non sempre le radiografie tradizionali rilevano alterazioni in presenza di un’articolazione dolente. Esistono metodiche come l’Ecografia articolare, la TAC e la Risonanza Magnetica che fanno vedere bene la struttura e l’infiammazione dell’osso, dei tendini, della capsula articolare, della cartilagine, etc. Queste metodiche spesso consentono una diagnosi più precoce e quindi terapie più tempestive e appropriate.

“L’umidità fa venire i reumatismi” – Falso.
Anche se l’umidità e la bassa pressione possono favorire l’insorgenza del dolore e aumentarne l’entità, esse non provocano malattie reumatiche.

“Le compresse utilizzate per i dolori articolari e per l’osteoporosi fanno venire l’ulcera” – Falso.
Esistono da alcuni anni nuovi farmaci antinfiammatori molto meno gastrolesivi di quelli più datati, come gli inibitori specifici della COX-2. Inoltre esistono farmaci antidolorifici senza alcun effetto lesivo a livello gastrico, che possono essere usati per il trattamento del dolore non infiammatorio.

Quando è necessario, l’impiego di gastroprotettori diminuisce il rischio di gastrolesività dei farmaci antinfiammatori che, comunque, devono essere impiegati per il periodo di tempo strettamente necessario e sotto controllo medico. Per quanto riguarda i farmaci per l’osteoporosi, esistono precauzioni da adottare e alternative terapeutiche per i pochi casi intolleranti alla somministrazione orale di farmaci antiriassorbitivi. I farmaci per combattere l’osteoporosi severa, come il paratormone e il denosumab, si somministrano invece per via sottocutanea e non sono gastrolesivi.

Prof. Giovanni Minisola
Primario div. Reumatologia
Ospedale “S. Camillo” – Roma

Dolori articolari al pollice: tutta colpa degli smartphone

E’ stata definita la “sindrome del pollice da smartphone” ed è in continuo aumento. Ma cos’è e perché dobbiamo preoccuparci? Si tratta di dolori alla base del pollice causati dall’utilizzo continuo del dito sullo schermo touch.

Ad occuparsi del fenomeno sono i ricercatori della prestigiosa Mayo Clinic Usa, che da sette anni a questa parte hanno rilevato un aumento preoccupante di casi.

Secondo il team di studiosi, l’uso dello smartphone costringerebbe ad un movimento anomalo delle ossa del dito, causando dapprima dolore ed eventualmente artrite osteoarticolare.

La dottoressa kristin Zhao, a capo del gruppo di ricerca avviato nel 2010, ha spiegato che “La diffusione dell’artrite del pollice è in aumento e vorremmo essere sicuri di non incoraggiare stili di vita che la favoriscano”.

L’attenzione maggiore è rivolta agli effetti a lungo termine sui bambini, che iniziano in tenera età smanettare con tablet e smartphone.