Incontinenza urinaria femminile: una patologia ancora “sommersa”

L’incontinenza urinaria è definita come la perdita involontaria di urina attraverso l’uretra. E’ sicuramente un disturbo invalidante poiché impatta sulla qualità della vita ostacolando le azioni quotidiane e condizionando, dal punto di vista psicologico, le donne affette da questo disturbo.

E’ definita anche “malattia silenziosa” perché è spesso un problema che le donne non espongono al proprio medico. Ma comunque circa due milioni di donne in Italia soffrono di incontinenza urinaria e qualsiasi donna potrebbe essere soggetta ad incontinenza urinaria; è indipendente da età, tipo di lavoro, modo di vivere.

L’incontinenza urinaria è spesso dovuta ad un indebolimento del pavimento pelvico, ad un blocco dell’uretra o ad una diminuzione del tono sfinterico dell’uretra. Ma ci possono essere anche altre cause di incontinenza urinaria: infezioni urinarie o vaginali, effetti secondari di alcuni farmaci, debolezza muscolare, malattie nervose e/o muscolari, effetti secondari di alcuni interventi chirurgici.

Fattori di rischio sono: la pluriparità in quanto quasi un terzo delle donne incinte soffrono di incontinenza urinaria ed il rischio aumenta con parti successivi; la menopausa che comporta un rilassamento dei tessuti uterini e un cambiamento delle mucose; la costipazione cronica che degli effetti sui muscoli pelvici e quindi conseguenze sul sistema di continenza. L’incontinenza si presenta sotto diverse forme e in base ai sintomi e le cause è classificata in: incontinenza urinaria da sforzo, incontinenza da urgenza, incontinenza mista, incontinenza da rigurgito. L’incontinenza urinaria può essere oggi trattata con successo, spesso attraverso la combinazione di più approcci.

La terapia chirurgica, la terapia farmacologica e la rieducazione pelvica sono le tre strade possibili che possono essere intraprese.

Ma quali sono sintomi che più comunemente si presentano quando si soffre di incontinenza urinaria?
Perdite di urina mentre si ride, si tossisce o si starnutisce; bisogno urgente di andare al bagno; forte voglia di andare ad urinare ascoltando o vedendo dell’acqua scorrere; sensazione di residui di acqua nella vagina dopo il bagno; desiderio di urinare più di due volte durante il sonno; minzione dolorosa. E proprio a seconda dei sintomi avvertiti, è possibile definirne una ben precisa tipologia di incontinenza urinaria. Sicuramente l’incontinenza da sforzo è la forma più comune e si presenta proprio quando si ride, si tossisce, si starnutisce, si salgono le scale o si sollevano pesi.
La perdita anche di poche gocce di urina in questi casi altera fortemente la vita quotidiana delle persone. Nelle persone anziane l’incontinenza urinaria da urgenza è molto più comune ed è caratterizzata dalla perdita involontaria di urina a causa di un bisogno urgente di urinare tale da non permettere di arrivare al bagno. La perdita involontaria di urina a causa di una vescica troppo piena che non riesce mai a svuotarsi completamente è invece classificata come incontinenza da rigurgito ed è frequente negli uomini con tumore o adenoma alla prostata. Resta il fatto che nelle donne l’incontinenza urinaria è legata principalmente alla gravidanza e allo sviluppo-evoluzione dell’apparato riproduttivo.

Cosa fare
Come in ogni patologia, il colloquio è il primo passo verso una diagnosi precisa. Non bisogna avere timore di raccontare al proprio medico di soffrire di perdite urinarie. Il medico farà delle semplici ma importanti domande per porre una diagnosi precisa: sul numero di gravidanze e parti, sulla costituzione della paziente, eventuale chirurgia pelvica pregressa ma anche sulle circostanze delle perdite urinarie (sotto sforzo, conseguenti al rumore o alla vista dell’acqua, ecc. in piedi, coricata, ecc.), frequenza delle perdite, abbondanza delle perdite, eventuali farmaci attualmente in uso, costipazione, presenza di altre malattie (diabete, infezioni, malattie neurologiche, ecc.). Successivamente a un primo colloquio, il medico farà un esame ginecologico e rettale e verificherà il tono muscolare pelvico.
Una volta stabilita la diagnosi, si può procedere con una terapia chirurgica, farmacologica o di rieducazione pelvica.

La terapia
La terapia chirurgica ha lo scopo di ripristinare un supporto per la vescica e l’uretra. Oggi, in parallelo alla chirurgia tradizionale che tratta il problema per via addominale, esistono delle tecniche mini-invasive che cercano di limitare l’apporto traumatico dell’intervento agendo con l’ausilio di strumenti tecnologicamente avanzati come le sonde ed introducendo materiali di sostegno biocompatibili.
Tutto ciò permette di avere tempi di recupero molto brevi. In particolare, è stata messa a punto da ormai qualche anno, una tecnica chirurgica mini-invasiva per il trattamento dell’incontinenza urinaria detta la tecnica TVT (Tension-free Vaginal Tape Procedure). La terapia di iniezioni parauretrali, che utilizzano un agente volumizzante, può essere un’attraente alternativa alla chirurgia. Per quanto riguarda invece la terapia farmacologica, i farmaci utilizzati sono ormoni, antispasmodici e parasimpaticolitici.
La terapia farmacologica tratta efficacemente l’incontinenza nei casi in cui l’indebolimento del tono sfinterico è dovuto principalmente alla carenza ormonale causata dalla menopausa.

In alternativa o in parallelo a qualsiasi tipo di intervento chirurgico così come alla terapia farmacologica, si pone quella fisioriabilitativa detta rieducazione pelvica che si basa sulle possibilità di sollecitare ed abituare il paziente alla autogestione delle contrazioni muscolari.
Il ruolo di questa rieducazione è soprattutto preventivo, ma in certi casi si pone come terapia curativa ausiliare. Il suo scopo è, comunque, quello di rinforzare la muscolatura pelvica attraverso esercizi fisici specifici o con l’utilizzo di apparecchiature elettriche per la stimolazione passiva. È importante sottolineare che la patologia del pavimento pelvico è al confine tra le due competenze dello specialista urologo, del ginecologo e del colon proctologo. In attesa di una figura superspecialistica certificata di “pelviperineologo”, si può far emergere questo disagio affidandosi a strutture dedicate in cui la paziente possa trovare il percorso diagnostico e terapeutico completo, evitando inutili perdite di tempo che inevitabilmente scoraggiano l’utenza, portando ancora una volta a trascurare una situazione che crea un impatto importante sulla qualità di vita. Allo stesso modo è fondamentale illustrare alle pazienti i buoni risultati di una chirurgia mininvasiva, non banale, ma risolutiva in una percentuale molto alta se la diagnosi è corretta.

La riabilitazione è un’arma importante, ma culturalmente meno usata in Italia rispetto ad altri paesi europei, dove la ginnastica viene di routine effettuata prima e dopo il parto. Ricordiamo comunque che lo Stato spende molto di più per i presidi per l’incontinenza che per il trattamento medico e chirurgico della patologia.

A cura di: Dott. Salvatore Nallo – Specialista in Ginecologia e Urologia

L’iperidrosi ascellare: quando la sudorazione diventa un problema

La sudorazione è un normale meccanismo di regolazione della temperatura corporea ma per alcuni ciò può essere causa di problemi e disagio.

L’iperidrosi ascellare è caratterizzata da un eccesso di sudorazione nella zona ascellare che interferisce nelle normali attività giornaliere della persona.
Il chirurgo plastico Fabrizio Castagnetta (nella foto), ci spiega quali sono le cause ed i possibili rimedi.

castagnetta

Qual è la percentuale di popolazione che soffre di questo problema?

“Si stima che circa il 3% della popolazione soffra di questo problema, ma non dobbiamo dimenticare anche quelli che soffrono di eccessiva sudorazione del palmo delle mani e della pianta dei piedi. Questa “condizione” piuttosto che “patologia” è causa di forte imbarazzo per le persone che ne soffrono con ripercussione nella vita sociale”.

Può essere segnale di malattie più importanti?

“In linea di principio no e coloro che ne soffrono sono, in genere, persone in buona salute ma che si vedono costrette a rinunciare ad una vita di relazione normale anche per via della necessità di frequenti cambi d’abito”.

A che età comincia l’iperidrosi ascellare?

“Normalmente questa condizione inizia con la pubertà ma molti pazienti, per una forma di pudore, non ne parlano né tantomeno vanno alla ricerca di un trattamento risolutivo anche per mancanza di conoscenza delle varie opportunità terapeutiche”.

In molti pazienti, al di là della abbondante sudorazione, si può avvertire anche del cattivo odore, da cosa è provocato?

“Le ghiandole sudoripare sono generalmente considerate come la sorgente principale del sudore, il loro secreto è fatto per il 99% di acqua, ma di contro, le ghiandole apocrine con il loro secreto ricco di proteine e lipidi sono le responsabili della bromidrosi ossia la sudorazione accompagnata da cattivi odori”.

Quali sono le possibilità di trattamento?

“Negli anni passati ci si poteva affidare solamente a trattamenti topici o all’uso di particolari deodoranti, oggi fortunatamente esistono, sia tutta una serie di trattamenti mini invasivi, alcuni dei quali in grado anche di risolvere definitivamente il problema, soprattutto per quei pazienti appartenenti alla fascia 1 e 2 della scala di gravità, sia nuovi apparecchi medicali che promettono un miglioramento a lungo termine con minimo rischio”.

Ce ne parli ….

“La tossina botulinica di tipo A è stata ed è ampiamente utilizzata per il trattamento dell’iperidrosi primaria. Normalmente da 30 a 100 unità vengono iniettate nel derma in piccole aliquote tutt’attorno all’area interessata in ciascuna ascella. Una significativa riduzione della sudorazione permarrà per 4 – 6 mesi poi sarà necessario ripetere l’applicazione.
L’inconveniente è il fastidio legato alle punture in una zona ad alta sensibilità. Esiste anche un’opzione chirurgica per l’iperidrosi ascellare legata all’uso di una cannula per liposuzione introdotta nello spazio subdermico con una piccola incisione, che si basa sul trauma meccanico con conseguente distruzione delle ghiandole sudoripare. Ma lo stesso risultato lo si può ottenere in una forma meno invasiva con l’utilizzo di un laser Nd:Yag 1320 nm introdotto alla stessa maniera con la stessa finalità di raggiungere e danneggiare le ghiandole sudoripare ma con un trauma decisamente inferiore.

Infine durante un congresso internazionale che si è tenuto a Singapore, il sudcoreano Dr. Sungil In ha presentato uno studio con l’obiettivo di valutare l’efficacia e la sicurezza di ultrasuoni micro-focalizzati ad alta intensità per il trattamento dell’iperidrosi ascellare primaria.

Il trattamento, in un’unica sessione, ha comportato una riduzione media del sudore del 76% a 14 giorni ed una riduzione media del sudore del 93% a 30 giorni dopo l’applicazione.

A parte qualche livido e un po’ di dolorabilità, il trattamento con ultrasuoni micro-focalizzati ad alta intensità si è dimostrato efficace e sicuro per la cura della iperidrosi ascellare. Il follow-up per ciò che concerne la permanenza del risultato nel tempo è ancora in corso.

Ad ogni modo la scelta del trattamento per la iperidrosi ascellare dipende dal grado di gravità del sintomo e da una buona e riflessiva chiacchierata tra medico e paziente al fine di valutare rischi e benefici di ciascuna metodica.

La mastoplastica additiva: come e quando eseguirla

La mastoplastica additiva, più comunemente nota come chirurgia di aumento del volume del seno, è uno degli interventi maggiormente richiesti in chirurgia estetica. Consente di modificare la forma e le dimensioni di un seno troppo piccolo o di correggere un’asimmetria mamma­ria migliorando l’armonia del corpo e il proprio senso di autostima. L’intervento è indicato per le donne che desiderano:

  • Rendere più proporzionato e volumi­no­so il proprio seno rispetto al corpo.
  • Ridare forma e volume ad un seno che si è sciupato con la gravidanza e l’allattamento.
  • Correggere un’asimmetria mammaria, cioè migliorare una differenza di volume tra le due mammelle.

Non esistono limiti di età per sottoporsi a questo tipo di intervento, ma è preferibile attendere il completo sviluppo del seno che avviene generalmente intorno alla maggiore età. Può essere eseguita da sola o in associazione ad altre tecniche chirurgi­che quali la mastopessi, l’addomino-plastica, la li­po­su­zio­ne o altri interventi di chirurgia esteti­ca. La chirurgia di aumento del seno è una procedura chirurgica abbastanza semplice che dà in gene­re ottimi risulta­ti, di grande soddisfazione sia per la paziente che per il chirurgo che la esegue.

La mastoplastica additiva consente di modificare for­ma e di­men­sio­ni di un seno pic­co­lo oppure di cor­reg­ge­re un’asimmetria mam­ma­ria, migliorando armonia del cor­po e senso di autostima.

Molte migliaia di mastoplastiche ad­di­ti­ve vengono eseguite ogni anno con successo in tutto il mondo. Occorre però non sottovalutare la natura e i rischi di un intervento chirurgico e non cedere alla tentazione di rivolgersi a medici non specialisti che offrono pre­stazioni a prezzi relativamente modici in strutture non autorizzate (centri estetici, ambulatori, ecc.), perché si tratta comunque di un intervento chirurgico serio, dove le complicanze sono rare ma possono accadere ed essere agevolmente superate solo se l’intervento è eseguito da uno specialista in chirurgia plastica all’interno di strutture debitamente autorizzate.

Una possibile complicanza della mastoplastica additiva è la cosiddetta contrattura capsulare (o “rigetto della protesi”) che de­riva dalla reazione dell’organismo all’introduzione di un corpo estraneo. La contrattura capsulare consiste nella formazione di una cicatrice (o “capsula”) tutto intorno alla protesi che può, col tempo, provocare dolore e com­pro­mette­re il risultato estetico dell’intervento. Raramente si possono verificare infezione, ipersensibilità o iposensibilità dell’areola o del capezzolo, dislocazione della pro­tesi o formazione di pliche cutanee intorno all’impianto. Per ridurre i rischi di complicanze è comunque fondamentale seguire esattamente i con­si­gli e le istruzioni che vi darà il chirurgo prima e dopo l’intervento. Le fumatrici dovrebbero diminuire l’uso di sigarette perché il fumo può au­men­tare il rischio di complicanze e ritardi di guarigione.

QUANDO FARLA
La mastoplastica additiva è un intervento molto personalizzato che, come tale, necessita di un’accurata visita specialisti­ca. Durante la prima vi­sita il chirurgo dovrà valutare la forma e le dimensioni del seno, dell’areola e del capezzolo e illustrarvi le possibili modificazioni di forma e di volume che la più moderna tecnica chirurgica mette a disposizione caso per caso.
Il chirurgo dovrà inoltre valutare lo stato di salute per escludere la presenza di alterazioni (quali pressione alta, problemi di coagulazione o di cicatrizzazione) che potrebbero influire sul risultato finale dell’intervento. Prima dell’inter-vento è importante dare istruzioni pre­ci­se sull’alimentazione pre e post-operatoria, sull’assunzione di far­ma­ci, alcool e sigarette.

LE PROTESI
Al termine della visita il chirurgo, d’accordo con la paziente, sceglierà la tipologia di protesi da utilizzare, la via di accesso più indicata (peria­reolare, dal solco sottomammario o dalla via ascellare) e il posizionamento corretto dell’impianto (sottoghiando­la­re, dual plane o sottomuscolare).
Le protesi utilizzate nella chirurgia di au­mento del seno sono costituite da un involucro esterno di silicone e da un con­tenuto interno che può essere di gel di silicone o di soluzione fisiologica. Al­tre so­stanze utilizza­te in passato, co­me olio di soia o altro, sono state pro­gres­si­va­men­te ab­ban­do­nate. A seconda del­la forma del seno che il chi­rur­go pla­sti­co vuole otte­nere si può scegliere una pro­tesi ro­ton­da oppure una protesi con pro­filo ana­to­mi­co o a goccia. Ester­na­men­te, le protesi mam­ma­rie pos­sono essere a superficie liscia oppure a su­per­ficie rugosa (te­stu­riz­za­te).
Le pro­te­si a superficie liscia hanno un ri­ve­sti­men­to leggermente più mor­bi­do ed è meno probabile che vengano per­ce­pite al tat­to, anche se posizionate sot­to la ghian­dola mammaria. Le protesi te­stu­rizzate sono invece un po’ più rigide ma oggi più utilizzate delle lisce per­chè dan­no minore “rigetto” (co­sid­det­ta con­trat­tu­ra cap­su­la­re) una vol­ta in­se­ri­te nel­la re­gio­ne mam­ma­ria. L’im­pian­to di pro­te­si mam­ma­rie non pro­vo­ca nè au­men­ta l’incidenza di tu­mo­re al se­no, di malattie au­toim­muni o di ma­lat­tie del tessuto con­net­tivo. Anzi, è stata re­cen­te­mente dimostrata una minore in­ci­den­za di tu­more mam­ma­rio in don­ne por­ta­trici di protesi mam­marie.
La maggior parte delle case produttrici garantiscono le protesi mam­marie per circa dieci anni, dopodichè consigliano la loro so­sti­tu­zio­ne per evi­tare eventuali deformazioni o sgon­fia­men­ti delle pro­tesi dovuti all’uso pro­lun­gato delle stes­se.

La sostituzione delle protesi può es­se­re una questione di scel­ta personale (nel caso si voglia cambiare il tipo o la di­men­sione della protesi) o una ne­ces­si­tà do­vu­ta all’insorgere di com­pli­canze (es. con­trat­tura capsulare) e può av­ve­ni­re a distanza di pochi anni o dopo 10-20 anni dall’intervento chi­rur­gico.

L’INTERVENTO
Le vie di ac­ces­so mag­gior­men­te uti­liz­za­te nella chi­rur­gia di au­men­to del seno sono dall’areola, dal sol­co sot­to­mam­ma­rio op­pu­re dalla regione ascel­la­re. Le incisioni sono poco visibili in quanto ri­man­gono nascoste, ri­spet­tivamente, lungo il contorno dell’areola o nelle pie­ghe cutanee dell’ascella o della mam­mel­la. Le protesi mammarie possono essere posizionate al di sotto del mu­sco­lo gran­de pettorale oppure al di sotto della ghian­dola mam­maria.
Il posizionamento della protesi al di sot­to del muscolo grande pet­torale ge­ne­ral­men­te per­mette di ot­te­nere un ri­sul­tato estetico migliore, più na­turale e du­ra­tu­ro riducendo inol­tre il ri­schio di con­trat­tu­ra cap­su­la­re che si po­treb­be ve­ri­fi­care in con­se­guen­za dell’impianto di una pro­te­si mam­ma­ria.
L’intervento può es­se­re ese­guito in ane­ste­sia lo­ca­le con se­da­zio­ne (ciò si­gni­fi­ca che la pa­ zien­te sarà sve­glia ma ri­las­sata e in­sen­si­bile al do­lo­re), in regime di day-hospital, oppure in ane­ste­sia ge­ne­ra­le con una o due notti di ricovero in clinica.

La durata del­l’in­ter­vento è di circa 1-2 ore e ter­mi­na con una medicazione co­sti­tuita da un reg­gi­seno che verrà so­sti­tuito dopo qualche giorno.
Nelle 48 ore successive all’intervento di ma­sto­pla­sti­ca additiva la paziente dovrà rimanere a riposo. A partire dal terzo giorno potrà ri­pren­de­re a svolgere una vita normale evi­tan­do però attività fa­ti­cose, saune, bagni turchi e l’esposizione al sole. Nei primi due giorni potranno verificarsi gonfiore, ecchimosi e in­do­len­zimento nella re­gio­ne mam­ma­ria.
Dopo 4-5 gior­ni la pa­zien­te potrà ri­pren­dere l’attività la­vo­ra­tiva se non ec­ces­si­va­mente fa­ti­co­sa.
A tre settimane dall’intervento chi­rur­gi­co riprenderà pro­gressivamente a svol­ge­re tutte le nor­ma­li attività com­pre­sa quella sportiva.

La mastoplastica ad­di­ti­va dà ge­ne­ral­men­te dei risultati molto buoni e di gran­de soddisfazione per la paziente e per il chirurgo che la esegue. Il risultato conseguito è duraturo ma non può dirsi del tutto permanente per­chè soggetto ai normali processi di in­vec­chia­mento del corpo e agli effetti della gravità.

A cura di: Antonio Criscuolo – Specialista in Chirurgia Estetica

 

Rimodellare il naso senza ricorrere alla chirurgia plastica

La rinoplastica è oramai da anni tra i primi 5 interventi maggiormente effettuati in chirurgia estetica. Il desiderio di avere un naso più bello e dritto spesso si va a scontrare con il timore di affrontare un intervento chirurgico a tutti gli effetti, e soprattutto il dubbio di non sapersi accettare con il cambiamento estetico definitivo che una rinoplastica può comportare. Ovviamente c’è anche l’incidenza del costo dell’intervento, non certo di poco conto, specialmente in un periodo di crisi come questo ed il costo degli esami preoperatori necessari per poter effettuare un qualsiasi intervento in completa sicurezza (anch’essi incidono sensibilmente).

Inoltre c’è un postoperatorio abbastanza impegnativo per la presenza di ecchimosi (lividi) evidenti, in quanto presenti sul viso, e di una vistosa medicazione (gessetto) contenitiva al di sopra del naso che deve essere portata per 10/15 giorni con ovvie limitazioni della vita sociale e lavorativa.

Impossibilità di potersi lavare il viso, di praticare attività sportiva, la necessità di essere molto attenti ad evitare colpi sul naso per un congruo periodo di tempo (pensiamo alle signore con figli piccoli che non possono accudirli e neanche prenderli in braccio per il rischio di qualche colpo involontario). Insomma un impegno piuttosto notevole sia dal punto di vista economico che del disagio conseguente. D’altro canto, con la rinoplastica chirurgica, si possono correggere definitivamente quasi tutti i difetti del naso, sia estetici che funzionali.

Ed ancora, c’è da ribadire che sino a non molto tempo fa, l’unico sistema per poter modificare un brutto naso era solo l’intervento chirurgico di rinoplastica.

Negli ultimi anni, invece, con il progredire della medicina estetica ed in particolare con l’uso sempre più articolato e specializzato dei filler (acido ialuronico ed altri) e della tossina botulinica o Botox è stato possibile intervenire anche su alcuni difetti del naso con tecniche non chirurgiche.

Rimodellare il naso senza dover ricorrere a un intervento di chirurgia plastica.

E’ questo l’obiettivo della “rinoplastica medica”, la nuova tecnica ambulatoriale che mediante micro iniezioni di acido ialuronico (o altra tipologia di filler) in punti determinati e precisi del naso, associate ad infiltrazioni di botox, riesce rapidamente ed in maniera sorprendente a migliorare i piccoli difetti del profilo nasale. Con la rinoplastica medica non è possibile trattare tutti i difetti del naso come con la chirurgica ma quelli più comuni si.

L’abbassamento della punta del naso, ad esempio, può essere congenita e quindi essere presente come fatto costituzionale o presentarsi con l’avanzare dell’età. Quando siamo di fronte ad un soggetto con la punta del naso cadente per il trascorrere del tempo si può porre rimedio con una infiltrazione di acido ialuronico con il quale è possibile ottenere un ottimo risultato; quando la caduta della punta è causata da una ipermobilità del muscolo depressore del setto allora è necessario fare ricorso al botox e con una punturina alla base del naso è possibile ottenere una rotazione verso l’alto della punta. Inoltre alcune volte alla radice del naso sono presenti delle rughette così dette del coniglio o bunny lines anch’esse trattabili con tossina botulinica questa volta praticata alla radice del naso proprio nel muscolo nasale. Insomma si può migliorare l’aspetto del naso non necessariamente ricorrendo alla chirurgia ma con tecniche associate di medicina estetica.

Inoltre c’è il vantaggio che essendo dei trattamenti transitori si può tornare allo stato precedente nel giro di qualche mese.

Questo è importante perché offre due possibilità:

a) Se la correzione non fosse piaciuta basta aspettare un po’ e tutto torna come prima.
b) Si può usare come “prova” o “anteprima” in previsione di una rinoplastica chirurgica definitiva.

Con la rinoplastica medica, in una sola seduta presso lo studio medico, è possibile sollevare ed addolcire la punta del naso, migliorare le gibbosità del profilo e riempire e volumizzare un naso troppo piatto o infossato (anche da pregressi interventi chirurgici troppo aggressivi), il cosiddetto “naso a sella”. Quindi con un trattamento ambulatoriale, praticamente indolore, con un costo contenuto, senza bisogno di medicazioni e con un ritorno immediato alle proprie attività è possibile migliorare il proprio profilo.

La procedura deve essere ovviamente affidata alle mani di uno specialista esperto in questo tipo di correzioni. L’approccio è simile a una seduta di fillers, ossia i dispositivi medici già comunemente utilizzati per riempire ed attenuare le rughe del viso o rendere più voluminose le labbra, gli zigomi, ecc.

Insomma, una metodica piuttosto economica, non dolorosa (non richiede anestesia), ambulatoriale, della durata di circa 15 minuti, con un ritorno immediato ai propri impegni (in quanto non lascia tracce) e che offre un risultato naturale e piacevole che dura fino ad un anno, e che può ritenersi un’ottima alternativa alla chirurgia.

Ovviamente questa metodica non sostituisce assolutamente l’intervento di rinoplastica ma rappresenta una buona alternativa non invasiva in caso di piccoli difetti della struttura del naso e soprattutto un’ottima opportunità per tutti coloro che non si sentono pronti ad affrontare un intervento chirurgico e non possono o non vogliono sostenere i costi dell’intervento.

A cura di: Dott. Claudio Amitrano – Medico Chirurgo – Medicina Estetica

L’esercizio fisico per il benessere degli spermatozoi

Basterebbero appena 6 mesi di attività per migliorare la qualità dello sperma. A sostenerlo un gruppo di ricercatori della Urmia University dell’Iran, che hanno visto come alcuni uomini, dopo aver praticato esercizio fisico almeno tre volte a settimana, hanno mostrato un significativo miglioramento dello sperma, sia come numero che qualità.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Reproduction, ha anche dimostrato che per ottenere questi risultati è sufficiente un’attività di moderata intensità.

Il campione di 261 uomini sani, tra i 25 e i 40 anni di età, è stato suddiviso in quattro gruppi, in base al tipo e frequenza di esercizi. Questi programmi sono stati seguiti per sei mesi, durante i quali sono stati prelevati campioni di sperma.

Le analisi non hanno lasciato dubbi: i ricercatori hanno rilevato un miglioramento della qualità dello sperma in tutti i gruppi che avevano fatto esercizio rispetto a chi era rimasto fermo. Il gruppo che aveva svolto attività in maniera moderata e continua ha mostrato le performance migliori. il volume degli spermatozoi è aumentato dell’8,3%, del 12,4% nella motilità, del 17,1% nella forma, del 14,1% nella concentrazione e del 21,8% nel numero di spermatozoi.

Fatto significativo è che i benefici sono scomparsi pochi giorni dopo che l’interruzione dell’attività fisica.

Secondo un altro studio, questa volta americano, chi è sedentario ha il 44% in meno di spermatozoi rispetto a chi pratica sport regolarmente.