Lui e Lei, il desiderio per un incastro perfetto: la chimica del desiderio sessuale

Desiderio, sessualità, piacere, sono argomenti delicati, riguardano sfere personali molto intime e della relazione. Sono stati per secoli dominio di poeti, di artisti e come afferma Anthony Giddens, sociologo britannico contemporaneo, portano l’impronta di 2000 anni di cristianesimo. L’atteggiamento nei confronti della sessualità ha iniziato il suo processo di cambiamento grazie ad Alfred Kinsey, biologo statunitense, che con i suoi studi verso gli anni ‘50 ha dato all’argomento una connotazione di carattere sempre più scientifico.

Master e Johnson negli anni ’60 e successivamente la dottoressa Kaplan, hanno ampliato notevolmente la conoscenza della sessualità umana, dando vita a nuove strategie terapeutiche e ad un’innovazione culturale. In particolare negli anni ’70, sulla scia degli studi di Master&Johnson in merito alle fasi di risposta sessuale, la dottoressa Helen Kaplan, psichiatra e sessuologa, ha arricchito il ciclo di risposta di una fase iniziale, che lei definì “non prettamente fisica, ma associata a fattori psicologici e relazionali”: il desiderio.

Ad oggi questo modello sequenziale e ancora in uso nella clinica; successione temporale del ciclo si identifica in: desiderio, eccitazione, plateu, orgasmo e risoluzione. Oggigiorno, grazie agli studi di questi pionieri, parliamo con maggiore facilità di desiderio, sesso e piacere, l’atteggiamento è più aperto, molto è stato chiarito, ma vi è ancora confusione testimoniata dalla persistenza di tabù e falsi miti. In questi anni la tecnologia a disposizione e la strumentazione di ultima generazione hanno permesso lo sviluppo di tutte le scienze tracciando nuove strade di comprensione: la risonanza magnetica funzionale ha permesso di ampliare il punto di vista alla medicina, alle neuroscienze, alla etologia e in poche decadi anche l’Amore, fino a prima territorio esclusivo di artisti, letterati e filosofi, è diventato tema d’indagine scientifica; l’amore e l’eros, che si prestano da sempre a mille interpretazioni, con l’avvento della biochimica, vengono oggi studiati come processi vitali.

Forse tutto questo attiva una logica meno romantica e può ridurre questa magica espressione affettiva a seppur complesse interazioni molecolari. Ma non dobbiamo spaventarci di questo: conoscere la biochimica della nutrizione, infatti, non altera il nostro appetito, né il gusto per la cucina; quindi, perché conoscere le basi biologiche dell’amore dovrebbe intaccare la passione dei sensi, il piacere, la gioia o la sofferenza che lo accompagna? L’uomo ha cercato innumerevoli volte di spiegare razionalmente questo sentimento complesso, cercando di dargli un significato universale ed esistenziale. Partendo dalle differenze strutturali tra maschio e femmina, alla base delle manifestazioni comportamentali volte all’incastro perfetto tra lei e lui, gli scienziati si sono addentrati nell’infinitesimamente piccolo, per carpire il meccanismo d’azione attrattivo e le sue conseguenze nel tempo. Oggi essi concordano sul carattere trivalente dei tre cervelli: secondo questa visione gli istinti più primitivi sono legati alla parte più arcaica dell’encefalo, l’emotività viene presieduta dal sistema limbico e la ragione è rappresentata dalla neocorteccia. Cerchiamo di capire come ci muoviamo nel mondo: i sensi orientano le risposte all’ambiente, queste vengono processate con diversi meccanismi, che poi si manifestano nel corpo con la postura, il movimento, il batticuore, la sudorazione, l’eccitazione. Questa è l’espressività corporea, che è rappresentazione di sé e modalità di interazione e comunicazione con l’altro.

La sessualità, come il piacere, come l’amore e il desiderio, sono in egual misura espressione di noi. Traducendo tutto questo in termini pratici possiamo ora lasciarci guidare dalla fantasia e immaginare lo sguardo di un uomo che viene catturato da una scollatura: i suoi occhi gli permettono di cogliere questo dettaglio dall’ambiente, la sua area preottica si attiva e dà inizio alla cascata biochimica. Ci sembra importante qui sottolineare che desiderio e piacere non sono la stessa cosa: il piacere è la sensazione che si ricava dal desiderio stesso, o dalla sua soddisfazione; il desiderio è l’attesa volta al piacere. La tensione al piacere coinvolge diverse zone del cervello connesse alla genesi dell’eros: pensieri, emozioni, tutti gli organi di senso, l’apparato cardiovascolare, pelvico, il sistema neuromuscolare, neurormonale; uno per uno devono adempiere pienamente alla propria funzione e coordinarsi in maniera integrata l’uno con l’altro per poter funzionare al meglio. Il cervello accende il desiderio sollecitato da stimoli esterni e/o interni. Secondo Massimo Recalcati, nel suo libro “Ritratti del desiderio”, “il desiderio è sempre incarnato, non esiste senza corpo”, in questo senso è sempre erotico perché porta con sé la fisicità. Quando saggiamo il desiderio, lo sentiamo! E’ un’esperienza che nella sua forma fisica si identifica con una tensione neurochimica che trova manifestazione in una forma espressiva.

Gli studi degli ultimi anni testimoniano che il testosterone, una voce suadente o profonda, un profumo inebriante o il contatto con una pelle vellutata, la vista -anche sotto forma di immaginazione-, attivano diverse aree cerebrali. E’ stato dimostrato che al primo incontro il mesencefalo, area che presiede i riflessi uditivi e visivi, rilascia dopamina, neurotrasmettitore del piacere, del desiderio e dell’euforia. La dopamina stimola l’ipotalamo che agisce come un maestro d’orchestra, coordinando tutto il corpo affinché invii e percepisca segnali di attrazione: il cuore accelera, il respiro diviene più frequente e un poco più profondo, le pupille si dilatano, il viso si colora e prende una nuova luce per una leggerissima sudorazione. L’ipotalamo lavora in stretta collaborazione con la sostanza reticolare, un sistema aspecifico del sistema nervoso autonomo nel quale le strade dalla periferia sensoriale al centro di controllo (vie afferenti) e le strade che vanno in senso opposto dal cervello alla periferia (vie efferenti) non hanno un vettore di direzione per cui è una vera e propria rete che lavora on line. La sostanza reticolare è implicata nella postura, modula la disposizione del corpo nello spazio. Tutto il processo del desiderio ha un substrato biochimico poiché, come si è detto, impulsi sensitivi, sensoriali, motori e viscerali danno il via a un ventaglio di risposte neuro-ormonali che hanno un effetto mediato dal sistema limbico e dalla parte più arcaica del cervello e che grazie alla sostanza reticolare si manifesta on line a livello posturale, emotivo, del comportamento e dei sentimenti.

Le aree del cervello che si attivano e alcuni passaggi ormonali del desiderio sono in parte sovrapponibili al “processo” del piacere. Recuperiamo ora lo sguardo di quell’uomo catturato dalla scollatura: i suoi occhi sono il sistema percettivo, la sua area preottica è una delle aree del cervello che si attiva e la cascata biochimica inizia dalla dopamina che stimola il suo ipotalamo e via via di seguito le pupille si dilatano e il suo corpo grazie alla fitta rete neuro-connettivale prende una forma che lo orienta. Come un pavone apre la sua coda, l’uomo, in modo più o meno consapevole, allarga le spalle, aumenta la lordosi lombare e forse parla con un tono più alto. Sono prodromi di seduzione, atteggiamenti corporei che naturalmente rappresentano quella parte istintiva e legata al sistema limbico che ci fa perdere la cognizione del tempo in quell’offuscamento erotico che è il desiderio.

 

A cura di: S. Sansone, I. Forza, D. Giuliano, L. Brusciano, L. Docimo

Gruppo di lavoroXI Divisione di Chirurgia Generale e dell’Obesità. Ambulatorio per lo studio, la prevenzione e la terapia del Pavimento pelvico. Riabilitazione pelvi-perineale: stipsi cronica, incontinenza fecale, dolore perineale. Master di II livello in Colonproctologia, Master di I livello in Diagnostica Strumentale e Riabilitazione del Pavimento Pelvico.

Direttore Prof. Ludovico Docimo – Seconda Università degli Studi di Napoli 

Ginecologia estetica: il ringiovanimento vaginale

Sempre più pazienti si rivolgono alla chirurgia plastica, non solo per problematiche relative al proprio viso o a parti del proprio corpo decisamente visibili. Richiestissima, infatti, è la revisione, il ringiovanimento o il modellamento degli organi genitali esterni. La crescente domanda dei pazienti in tal senso, è legata all’allungamento della vitalità sessuale che caratterizza donne e uomini entrati negli “anta”. Il chirurgo che risponde a tali richieste ha a disposizione soluzioni differenti a seconda della singola necessità della paziente e legata alla eterogeneità delle stesse.

Anche pazienti estremamente giovani, infatti, spesso richiedono il riempimento delle grandi labbra dei genitali esterni, questo per volumizzare, idratare, rendere certamente più gradevoli le stesse. È certamente un intervento estetico, ma non soltanto, in considerazione che, aumentando il volume, l’idratazione e quindi le superfici di contatto, anche il piacere fisico, durante i rapporti con il proprio partner ne ottiene un benefico incremento. Contestualmente a tale intervento, che in genere prevede l’utilizzo di filler adatti a tale scopo, acido ialuronico in primis, si può effettuare anche la volumizzazione del “punto G” atta ad ottenere gli stessi benefici su citati. E’, questo, un intervento ambulatoriale, che richiede l’adozione di piccolissime dosi di anestetico locale e la cui esecuzione prevede tempi assolutamente ridotti nell’ordine dei quindici minuti circa.

La durata, invece, dell’effetto, a seconda delle quantità di filler utilizzato e del filler stesso, va dagli 8 ai 20 mesi, trascorsi i quali, la paziente può richiedere di effettuare un nuovo trattamento esattamente come, ad esempio, si fa per le labbra piuttosto che per le rughe del viso trattate con i filler. Nessuna particolare attenzione è richiesta dopo il trattamento e la paziente potrà, pertanto, riprendere la propria vita sociale fin da subito. Differenti, sono, invece, le necessità estetiche e funzionali di pazienti che si rivolgono al chirurgo a seguito di prolassi, ptosi, ipertrofia dei genitali esterni. Indagato su eventuali cause e patologie primarie, secondarie o annesse ed escluse le stesse, il chirurgo effettuerà un intervento per ristabilire le condizioni fisiologiche ed anatomiche corrette al fine di consentire un’adeguata e dignitosa vita sessuale alla paziente.

Tempistiche operatorie e post operatorie sono assolutamente legate alla tipologia di patologia e al conseguente intervento chirurgico che la sua risoluzione necessita. Ad ogni modo, sia chirurgica, sia medico-estetica, la risposta al paziente sarà certamente rapida, e senza esiti visibili, il tutto al fine di rendere maggiormente soddisfatta  la paziente.

A cura di: Dott. Rocco Carfagna – Specialista in Chirurgia Plastica

La patologia emorroidaria: tra antiche certezze e nuove prospettive

Storia. Il sostantivo “Emorroide” ha un’etimologia greca, [ha­i­mor­ro­is(des): da “ha­im(a)” = sangue, e “rhoos” = flusso]. Fu coniato, infatti, più di 2400 anni or sono, da Ippocrate, in riferimento ad un sanguinamento anale di tipo ve­no­so. Storia. La malattia emorroidaria rap­pre­senta una delle patologie di più antica conoscenza da parte dell’uomo. Sin dall’antichità ne sono state descritte l’eziopatogenesi ed il trattamento. Ippocrate, intorno al 400 a. C. affermava che le emorroidi potevano “essere governate lavandosi con molta acqua calda in cui fecesi bollire degli armati, poi prati­can­si unzioni con una pomata com­po­sta di tamarisco, litargirio di argento calcinato, noce di galla, il tutto con polvere stemprato con lino, ed incorpato con grasso di oca. Si fa bagnare spesso l’ano nell’acqua”.

In realtà Ippocrate pre­feriva, ove possibile, il trattamento chirurgico: la semplice trasmissione del nodo emorroidario con filo o la cauterizzazione (bruciatura) con ferro rovente dei nodi emorroidari, mentre i suoi con­temporanei preferivano la somministrazione di rafano e la dilatazione anale forzata, ripresa poi negli anni successivi da Lord. Negli scavi di Pompei è stato trovato un di­va­ricatore anale, assai simile al divaricatore di Eisenhammer di attuale utilizzo. Il 1800 è caratterizzato dalla storia di Napoleone e del suo impero. Come risulta dal lavoro di Weiling e Coll, l’imperatore fu vittima di molteplici attacchi emorroidari nella sua vita. Il più impor­tante e de­terminante per la storia dell’Europa fu però quello che si verificò nel 1815. Pochi giorni prima della battaglia di Wa­terloo, Napoleone aveva sconfitto il Generale Blucher a Ligny, ma la stanchezza non gli aveva consentito di continuare i suoi attacchi, perdendo del tempo prezioso. Il giorno della battaglia di Waterloo, Na­po­le­o­ne non era in buone condizioni di salute. Per tutto il giorno aveva cavalcato il me­no possibile, soffrendo durante tutta la giornata. Nel 1937 Milligan e Morgan descrissero la definitiva modifica dell’intervento di emor­roidectomia, utilizzato ancora am­piamente ai giorni nostri.

Chi colpisce. La patologia emorroidaria de­termina manifestazioni morbose assai comuni, ma l’esatta prevalenza non è conosciuta. Essa colpisce pre­valente­men­te la popolazione occidentale. In definiti­va, almeno una volta nella vita tutti saranno interessati da un episodio emorroidario. La malattia emorroidaria affligge circa il 50% della popolazione di età superiore a 50 anni, ma non risparmia i giovani. In USA almeno 1 milione di soggetti per anno si presentano da un me­di­co per un episodio emorroidario sintomatico.

Eziopatogenesi. L’eziologia della malattia emorroidaria non è ancora ben definita. Alcuni hanno ipotizzato una relazione tra le emorroidi sintomatiche e lo stato socio-economico ed occupazionale; gli studi di Burkitt rivelano, infatti, una sostanziale differenza tra gruppi rurali di popolazioni africane, laddove la malattia è estremamente rara, rispetto ad un’alta incidenza riscontrata in aree urbane e nei paesi maggiormente sviluppati, sempre del continente africano. E’ come se esistesse un rapporto diretta­mente proporzionale: più alto è lo stato socio-economico e maggiore la percentuale di persone affette da malattia emorroidaria. L’attività lavorativa e fisica che richiede la posizione eretta o seduta per molto tempo potrebbe giocare un ruolo impor­tante nel determinismo della malattia. La stipsi, lo sforzo eccessivo e la prolungata permanenza sul w.c. sarebbero degli altri fattori favorenti.

Quadro clinico. Sono state proposte molteplici classificazioni della malattia emorroidaria, che viene classificata in 4 gradi a seconda dell’importanza del pro­lasso. 1°: sono emorroidi che non scendono al di sotto della linea dentata con il ponzamento (sforzo). Comprendono le emorroidi in­terne, visibili mediante anoscopia. Posso­no essere sintomatiche e generalmente il sintomo principale è il sanguina­mento; 2°: comprendono le emorroidi interne le quali fuoriescono dopo la defeca­zio­ne, sono visibili all’esterno dell’ano, ma rientrano spontaneamente dopo il pensamento; 3°: sono le emorroidi inter­ne che prolassato all’esterno dopo defecazione, sono visibili all’esterno e rimango­no prolassate all’esterno sino a che il paziente non le riduce ma­nual­men­te all’interno del canale anale, ove ri­man­go­no sino alla successiva defeca­zio­ne; 4°: corrisponde a quelle emorroidi che prolassato e spontaneamente e con­ti­nua­mente dall’ano, sono facilmente vi­si­bili e no possono essere ridotte ma­nual­mente, o che dopo la riduzione prolassato nuovamente e spontanea­men­te.

Terapia medica. Non vi è alcuna dimostrazione che la terapia medica possa modificare l’evoluzione della malattia, ed il suo impiego a scopo profilattico non trova alcuna giustificazione. La tera­pia medica è utile nel controllo del sanguina­mento emorroidario e del dolore. Terapia topica. Molti dei composti topici contengono dei farmaci anti-infiammatori. I più utilizzati sono i de­ri­vati dal cortisone e possono essere in­di­cati in presenza di malattia emorroidaria complicata da processi flogistici. Le der­matiti da pomate spes­so causano una importante ac­cen­tua­zione del­la sin­to­ma­to­lo­gia, in par­ti­colare del bru­ciore e del pru­ri­to locale. Un’altra classe di pro­dotti to­pici è rap­pre­sen­ta­ta dagli ane­ste­ti­ci locali, che sono fre­quen­te­mente as­sociati agli ste­roi­di. Hanno una buo­na efficacia nel­le forme di pa­to­logia emor­roi­da­ria com­pli­cata qua­li le trombosi emor­roidarie e le cri­si emorroidarie acu­te, che sono ca­rat­terizzate dalla presenza di dolore anale. Il loro utilizzo può pre­di­spor­re alla com­parsa di dermatiti al­ler­giche che di­ven­ta­no più fastidiose della patologia di base e sono generalmente difficili da trattare. L’ultima classe di farmaci ad uso topico è rappresentata dai prodotti vasoattivi. Oltre alle pomate sono im­pie­gati nella terapia topica mol­teplici sa­po­ni. Re­cen­temente sono stati impiegati prodotti a base di ni­tro­gli­ce­ri­na e ni­fe­di­pina, che hanno avuto il principale impiego nel trattamento della ragade anale as­so­cia­ta ad ipertono sfin­terico. Invece l’utilizzo di gel rettali sem­bra avere efficacia nel trat­tamento della malattia emor­roi­da­ria. Tale trattamento ha ottenuto una sen­si­bile riduzione a 2 e 4 settimane di tutti gli indici en­do­sco­pici e sin­to­ma­to­lo­gici considerati.

Legatura elastica. La legatura elastica ambulatoriale è una delle terapie di mag­giore diffusione per il trattamento della malattia emorroidaria. L’ in­di­ca­zio­ne a tale tipo di trattamento è rap­pre­sen­tata dalle emorroidi di 2° gra­do. Con­tro­in­di­ca­zioni relative alla le­ga­tu­ra ela­sti­ca sono l’ipertono sfinterico, che tende a pro­vo­ca­re dolore ed im­por­tan­te tenesmo; le emorroidi associate a polipi sessili o a metaplasie dell’epitelio, che andrebbero asportate chi­rur­gi­ca­men­te per ef­fet­tua­re un esame isto­lo­gi­co in modo da esclu­de­re la presenza di de­ge­nerazioni. Con­tro­in­di­cazioni re­lative so­no il Morbo di Crohn e la Retto Co­li­te Ul­ce­ro Emor­ra­gi­ca (RCUE). La tec­nica pre­vede l’applicazione di un ela­stico alla base dell’emorroide, al di sopra della linea pet­tinea. Dopo 3-4 gior­ni il tes­suto le­ga­to va in necrosi e dopo 7-10 giorni cade l’elastico con il mon­co­ne, la­scian­do un’escara nel­la sede della le­ga­tura. Iniezioni sclerosanti. E’ uno dei trat­ta­men­ti più antichi utilizzato nella ma­lat­tia emor­roidaria. La terapia con iniezioni sclerosanti è un’altra metodica am­pia­men­te diffusa, sicura, di facile esecuzione e poco costosa.

Crioterapia. Le indicazioni sono le emorroidi di 1°, 2° e 3° grado. Controindicazioni alla procedura posso­no essere la stenosi anale o il paziente nervoso ed ansioso. Può essere associata alla legatura elastica, effettuando prima la legatura e poi la crioterapia sul nodo già legato ed evidenziato. Una della caratteristiche con­seguenti al trattamento crioterapico è rappresentato dalla com­parsa di ab­bon­danti perdite sierose che tende a verificarsi tra il secondo e decimo giorno dopo la procedura.

Fotocoagulazione. Si utilizza un apparecchio che emette raggi infrarossi ed induce un effetto termico indotto dai raggi focalizzati, modificando la vascolarizzazione locale. Le indicazioni a questo tipo di procedura sono le emorroidi di 1° e 2° grado. Terapia chirurgica. Le emorroidectomie sono classicamente diverse in aperte e chiuse. Negli ultimi anni la pro­las­secto­mia sec. Longo è stata la svolta più impor­tante nel trattamento della malattia emorroidaria. Emorroidectomia sec. Milligan Morgan. Le indicazioni al trattamento chirurgico sono le emorroidi 3° – 4° grado. Le recenti innovazioni tecnologiche han­no consentito di effettuare l’intervento con nuovi strumenti quali il Ligasure o l’Ultracision, che permettono di effet­tua­re il me­de­simo intervento senza do­ver legare il laccio alla base del pedunco­lo che può esse­re coagulato direttamente con tali strumen­ti. Emorroidectomia sec. Whitehead-Rand. E’ una tecnica complessa, che è indicata in caso di prolasso emorroidario circon­ferenziale, in cui è difficile eseguire una delle altre due tecniche pre­ceden­te­men­te descritte. L’avvento della nuova tecnica di prolassectomia circolare sec. Longo e l’alta incidenza di complicanze hanno progressivamente ridotto l’indicazione all’emorroidectomia sec. Whitehead. Prolassectomia sec. Longo. La tecnica di prolassectomia mediante suturatrice circolare messa a punto da Longo, pre­ve­de la correzione del prolasso mucoso ed emorroidali mediante l’escissione di una banda trasversale, compresa tra l’ampolla rettale inferiore ed il canale anale prossimale. Le indicazioni sono le emorroidi di 2°- 3° e 4° grado.

Laserterapia. Utilizzato ampiamente in passato, il laser determina delle distruzioni tessutali importanti con possibilità di danneg­giamento del tessuto muscolare anale. L’unico vantaggio reale, da noi constatato direttamente, sarebbe l’attività meno gravata da disturbi post-operatori e da complicanze in genere, della distruzione tessutale operata dal raggio laser.

Il prurito anale: sintomo nascosto ma molto fastidioso

Il prurito anale non è una patologia ma un sintomo molto fastidioso ed insidioso, che mette a dura prova il paziente ed il medico, poiché può essere espressione di molte malattie locali e/o sistemiche. È molto più frequente di quanto si creda e colpisce in genere il maschio adulto, ma non è raro anche nell’anziano. Può essere molto persistente e le conseguenti lesioni da grattamento possono causare un indurimento della cute perianale che assume un colore grigiastro. I pazienti che ne sono affetti tendono poi a lavare l’area con maggiore frequenza ed intensità, usando sapone e asciugamano. Quasi sempre questo aggrava la situazione, in quanto la cute viene danneggiata e vengono rimosse quelle secrezioni cutanee che solitamente la proteggono, favorendo invece sovrainfezioni batteriche e micotiche. In quanto sintomo, il prurito anale può essere scatenato da diverse cause, tra cui malattie dermatologiche e/o proctologiche. Esistono molti casi di prurito idiopatico (da cause sconosciute).

La terapia del prurito anale deve mirare innanzitutto a rimuovere le cause, siano esse dermatologiche che proctologiche; ciò, però, non sempre è possibile ed allora è necessario attenersi ad alcune importanti precauzioni da adottare. Poiché certi cibi possono causare il prurito anale, deve essere accertato l’effetto della loro eliminazione dalla dieta. Gli indumenti devono essere larghi e non aderenti e le coperte del letto leggere. Dopo ciascuna defecazione, l’area perianale deve essere pulita con del cotone assorbente inumidito con acqua. E’ da evitare l’automedicazione e l’uso di pomate e saponi occasionali ed è consigliata sempre una visita specialistica proctologica con esame rettoscopico.

Tra i numerosi fattori predisponenti ricordiamo: – iperglicemia alimentare e diabete – gravidanza – eccessiva sudorazione – terapie cortisoniche – terapie antitumorali – ipotiroidismo – prolungate terapie antibiotiche – scarsa igiene (raramente) o, al contrario, eccesso di pulizia – malattie neoplastiche

Tra le cause dermatologiche:

  • Miceti: il fungo di più frequente riscontro, per la contagiosità, è la Candida Albicans
  • Batteri, quali Streptococchi e Stafilococchi
  • Virus, quali l’Herpes Simplex e Zoster
  • Parassiti, come gli acari della scabbia e gli ossiuri
  • Protozoi, come il Trichomonas vaginale
  • Dermatiti: come il pemfigo, seborroiche o la Psoriasi

Tra le cause proctologiche:

  • Emorroidi
  • Ragadi
  • Ascessi e fistole anali e retto vaginali
  • Cisti sebacee
  • Sinus pilonidalis
  • Malattia di Crohn e Rettocolite ulcerosa
  • Condilomi anali
  • Incontinenza anale
  • Rettocele
  • Sindrome del perineo discendente

A cura di: Dott. Carmine Prota – Specialista in Chirurgia Generale

Pavimento pelvico e sessualità: lui e lei un incastro perfetto

Questo articolo nasce dall’esigenza di portare l’attenzione a una zona del corpo molto intima: il pavimento pelvico (PP). Un viaggio fatto di ricerche e spunti di riflessione, nell’ambito della rieducazione e della riabilitazione, che accompagneranno il lettore su un argomento attuale e complesso, che tocca l’incontro intimo tra lui e lei, una possibilità per scoprire e riscoprire questo “incastro perfetto”.

Il PP è un distretto corporeo caratterizzato da quell’insieme muscolare e legamentoso che sta alla base del comparto addomino-pelvico con funzione minzionale, defecatoria, riproduttiva e ricreativa sessuale. Il mal funzionamento di questa zona può portare a disturbi che coinvolgono ampie sfere della quotidianità e della sessualità.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1974 definisce la salute sessuale dandogli ufficialmente dignità medica sottolineandone le componenti somatiche, affettive, intellettive e sociali.

I dati riportati negli ultimi tempi dalla Società Italiana di Andrologia stimano che l’assenza di salute sessuale sul totale della popolazione italiana corrisponda ad oggi ad un 13% di uomini che soffrono di disfunzione erettile ovvero di incapacità di sostenere l’erezione, e un 25/40% di eiaculazione precoce con uno scarso controllo del punto di inevitabilità eiaculatoria.

Mentre i dati per le donne forniti dalla Società Italiana di Uro-ginecologia riportano un 15% di vaginismo che si manifesta con difficoltà o impossibilità di accettare la penetrazione e un 12% di anorgasmia per incapacità di raggiungere l’orgasmo.

Inoltre questi numeri riguardano la percentuale di persone che si sottopongono a controlli e lo dichiarano per cui, purtroppo, è molto probabile che si tratti di dati sottostimati.

Come è possibile con questi numeri parlare d’incastro perfetto?

Eppure nell’immaginario comune sembra esistere: forse anche solo per un istante ogni essere umano ci ha creduto, ha sognato l’amore con la “a” maiuscola, andando di certo ben più in là della questione anatomica. Proprio questo Amore potrebbe essere considerato il nostro cliché più antico.

Di esso, storicamente, la prima testimonianza scritta, attraverso una poesia d’amore, ci arriva dai Sumeri e risale a due o tre mila anni prima di Cristo. Della stessa epoca è l’ “Epopea di Gilgamesh” che contiene uno scritto francamente erotico: “Poni la mano, ti prego, su questo nascondiglio dolce come il miele: ponici la mano come su una stoffa piacevole da toccare, fermaci su la mano, come su una stoffa voluttuosa da palpare (..)”.

Platone, dal canto suo, definì l’amore un desiderio irrazionale, mentre Ovidio, a cavallo tra l’1 a.C. e l’1 d.C., scrive l’Ars Amandi.

Sicuramente le testimonianze e i tentativi di spiegare l’amore si devono, da sempre, agli artisti che attraverso la musica, la danza, la pittura e ogni mezzo espressivo hanno affrontato con coraggio e creatività questa complessità che appartiene a tutto il genere umano.

Oggi l’atteggiamento verso le relazioni a due “porta l’impronta di 2000 anni di cristianesimo”, come afferma Anthony Giddens, sociologo britannico.

L’argomento è stato di pertinenza religiosa fino all’800, poi l’industrializzazione, l’urbanizzazione e la crisi del potere temporale hanno indotto un cambio dei costumi tra l’800 e il 900 che si espresse in un fiorire dei bordelli e in un conseguente aumento esponenziale di malattie sessualmente trasmesse.

La Chiesa fu così costretta a cedere il passo alla medicina. Nacquero i primi istituti di dermo-venereologia ma l’atteggiamento era comunque ben radicato anche tra i sanitari per cui solo agli inizi del ‘900 iniziarono i primi studi in merito.

Il novecento

Antesignano in quest’ambito fu il biologo statunitense Alfred Kinsey che intervistò 18.000 americani sulle loro esperienze sessuali sistematizzando i dati raccolti secondo un metodo che oggi chiameremmo “statistico”.

Mise in relazione le abitudini sessuali con la salute e lo stile di vita, raccogliendo questi rapporti in due grossi volumi intitolati rispettivamente “Il comportamento sessuale della donna” e Il “comportamento sessuale dell’uomo”.

E’ considerato il pioniere della rivoluzione sessuale americana e grazie a lui negli anni ‘20 in America l’atteggiamento nei confronti della sessualità subì profonde trasformazioni. Kinsey era guidato da profonde motivazioni personali. Cresciuto in un’America puritana, nel fanatismo religioso della famiglia con dei genitori troppo rigidi (il padre era pastore battista), si orientò alla sessualità umana sotto forma di scienza epidemiologica.

I suoi studi sono stati così significativi che nel 1947 gli fu intitolato un istituto dove ancora oggi si continuano ad analizzare i dati da lui raccolti in quella che viene considerata, per l’epoca, la più ambiziosa statistica esistente. La sua metodologia ha contribuito a dar vita a uno dei più grandi istituti statistici sui comportamenti sessuali del mondo, il Natsal (National Survey of Sexual Attitudes and Lifestyles). E’ l’istituto britannico che elabora statistiche sulla relazione tra comportamenti sessuali, salute e i moderni stili di vita e che negli anni ‘90 ha contribuito ad esempio alla messa a punto di strategie per arginare l’AIDS.

Memori degli studi di Kinsey, negli anni ‘50 William Master & Virginia Johnson condussero in segreto delle ricerche più esplicitamente anatomiche, sottoponendo più di 700 volontari ad un monitoraggio clinico. Master era un ginecologo e si interessava di infertilità. Virginia Johnson iniziò a lavorare con lui come segretaria, ma nel tempo, accompagnandolo nei suoi studi, si appassionò e diventò sessuologa.

I loro studi rilevarono per la prima volta nella storia le risposte fisiche umane durante la copula. Rilevarono parametri come la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna e monitorarono l’andamento dei parametri vitali durante l’atto sessuale. Ciò li portò ad individuare 4 fasi della risposta sessuale che si identificano in

  • eccitamento
  • plateau
  • orgasmo
  • risoluzione

Pubblicarono i loro studi nel 1966 in un primo testo che intitolarono “l’atto sessuale nell’uomo e nella donna”. Ad un certo punto della loro carriera tra i due si insinuò un disaccordo: la sensibilità femminile della dottoressa Johnson esigeva che l’atto sessuale non potesse iniziare d’emblée con l’eccitazione, ma che richiedesse una fase preliminare a cui lei dava il nome di “fase sensoriale”. Lui non accettò questa intuizione poiché lontana allora dal poter essere dimostrata con il metodo scientifico e la rifiutò.

Si giunge agli anni ‘70 quando in un’epoca di grandi cambiamenti ci fu l’apice del femminismo. Questo movimento nei diversi contesti ebbe delle sfaccettature diverse: in America si identificò nella rivoluzione sessuale, in Italia fu maggiormente orientato a che la donna si liberasse dalla tirannide maschile e dal patriarcato familiare.

Sulla scia dei movimenti femministi prendono forma in America gli studi della dottoressa Helen Kaplan. Psichiatra e sessuologa, sviluppò gli studi di Kinsey e di Master e Johnson aggiungendo al ciclo di risposta sessuale una fase non associata prettamente a fattori fisici che chiamò desiderio. Questa fase corrispondeva un po’ a quella che Virginia Johnson aveva intuito: la fase sensoriale.

Il modello della Kaplan prevede quindi 5 fasi nella risposta sessuale:

  • desiderio
  • eccitazione
  • plateau
  • orgasmo
  • risoluzione

Il modello è in uso a tutt’oggi. Questi pionieri con i loro lavori hanno ampliato notevolmente la conoscenza della sessualità umana, dando vita ad un’innovazione culturale e a nuove strategie terapeutiche. Oggi la tecnologia a disposizione permette di tracciare nuove strade di comprensione.

Strumenti come la risonanza magnetica funzionale ad esempio hanno permesso lo sviluppo delle neuroscienze, permettendoci di vedere l’attivazione di aree specifiche del cervello in risposta a determinati stimoli. Supporta, inoltre, la possibilità di ampliare il nostro punto di vista e di capire un poco di più.

In particolare consente di indagare su quanto fino a solo quarant’anni fa era considerato di pertinenza psicologica. Le neuroscienze e il parallelo sviluppo di altre scienze come la neurofisiologia comportamentale ci stanno svelando man mano alcuni aspetti del desiderio, dell’amore, delle emozioni e del legame tra le persone.

Si tratta di una sfida affascinante che pone molte domande a cui rispondere e che a volte può risultare scomoda per come oggi pensiamo all’amore. L’Amore è dentro di noi, profondamente integrato nel cervello, le conoscenze acquisite ci danno più strumenti e la nostra partita è cercare di capirci l’un l’altro.

A cura di: Dott.ri Saverio Sansone e Irene Forza – Specialisti in Riabilitazione