ipertrofia prostatica benigna

L’Ipertrofia prostatica benigna: chi colpisce e come si cura

L’Ipertrofia Prostatica Benigna (IPB) consiste in un ingrossamento della prostata. Con l’aumentare dell’età la porzione centrale della ghiandola (posta a manicotto intorno al canale urinario) tende a svilupparsi in maniera eccessiva e spropositata. A causa del suddetto ingrossamento il canale urinario (uretra) può essere com­presso e schiacciato così co­me la parte periferica della ghiandola. L’IPB é caratterizzata oltre che dall’aumento della frequenza delle minzioni diurne e notturne (pollachiuria e nicturia), anche da una sensazione di incompleto svuota­mento, da minzione intermittente fino ad arrivare alla ritenzione urinaria acuta.

È una patologia molto frequente?

Una recente indagine epidemiologica condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana, ha fornito le seguenti indicazioni: 7,6% nei 50-59enni, 12,4% nei 60-69enni e 25% negli ultra 70enni. Estrapolando queste stime alla popolazione italiana ultra 50enne, risulterebbero affetti da IPB sintomatica circa 600 mila uomini. Volendo considerare la possibile sottosti­ma del fenomeno determinata dalla metodologia utilizzata e dati demografici più aggiornati, gli italiani colpiti sarebbero invece 1 milione e 360 mila. Inoltre, è stato appurato che 1 italiano su 3 non si sottopone ai controlli necessari.

Quali sono le cause dell’ipertrofia prostatica benigna?

Non si conosce con esattezza la causa della IPB. Alcuni ri­cer­catori ritengono che sotto lo stimolo delle minzioni con­tinue, delle eia­cu­la­zio­ni e delle in­fiam­ma­zioni si verifichino dei microtraumi che liberano dai tessuti prostatici vicino all’uretra una sostanza capace di causare l’accre-scimento delle ghiandole vicine. Un ruolo essenziale sembra essere svol­to dall’assetto or­mo­nale che si viene a cre­are con il passare degli anni. La IPB può potenzialmente iniziare a svi­lup­par­si molto presto, già dopo i 30 anni, ma non in tutti i soggetti si svi­lup­pa con la me­desima modalità e ve­locità.prostata2

Quali sono i sintomi principali?

Pollachiuria, nicturia, sen­sa­zione di incompleto svuotamento, min­zione intermittente fino ad arrivare alla ri­ten­zione urinaria acuta. Quest’ultima di­ven­ta una vera urgenza urologica che ri­chie­de il po­si­zio­na­men­to di un catetere vescicale al fine di svuo­ta­re la vescica.

Come si fa la diagnosi di IPB?

L’esplorazione rettale, l’ecografia pro­sta­tica trans-rettale e l’uroflussimetria sono si­cu­ra­men­te necessarie per un corretto studio della malattia.

Qual é il trattamento?

Esistono cure farmacologiche e terapie di tipo chirurgico: 

1) Farmaci. Negli ultimi anni sono stati commercializzati farmaci estremamente efficaci nel ridurre i disturbi legati all’IPB. La terapia si avvale dell’uso de­gli alfa-litici ed antiandrogeni pe­ri­fe­rici quali la finasteride e la dutasteride che inibiscono la crescita volumetrica dell’adenoma prostatico riuscendo inoltre in una buona percentuale dei casi anche ridurne il volume. Vengono anche utilizzati prodotti fitoterapici (estratti vegetali) la cui azione non é ben nota ma che sembrano agire sulla com­ponente infiammatoria. Grazie a tali medicine il numero dei pazienti che devono essere operati si é fortemente ridotto negli ultimi tempi. Non tutti i casi, però, ne beneficiano in eguale misura ed é quindi necessaria un’attenta analisi per ogni caso specifico.

2) Interventi chirurgici. Qualora il trattamento medico risulti inefficace è necessario intervenire chirurgicamente con interventi atti a rimuovere l’adenoma prostatico sia con tecniche en­dosco­pi­che (re­se­zio­ne trans-uretrale di pro­stata) sia a cielo aperto (per via trans-vescicale). Esisto­no cure chirurgi­che di diversi tipi: L’adenomectomia chirurgica. È l`intervento tradizionale, che si esegue con un accesso addominale so­vra­pu­bico ed é riservato alle prostate di grosse dimensioni. La resezione endoscopica tran­su­retrale o T.U.R.P. Anche questo é un intervento chirurgico tradizionale che si esegue senza “taglio” ma con uno strumento speciale introdotto nel canale urinario attraverso il pene. E’ riservato a prostate me­dio/piccole. Distruzione della pro­stata con laser. Tipi diversi di laser vengono introdotti per via trans-uretrale per distruggere il tessuto adenomatoso.

Dopo un primo tratta­mento la IPB può ripresentarsi?

Come nel caso delle prostatiti, anche la IPB può ricomparire a seguito di un primo trattamento. Per ognuna del­le tecniche so­praelen­ca­te, in­fatti, esiste la possibilità che si renda necessario un nuovo intervento per rimuovere tessuto ade­no­ma­toso residuo o ricresciuto.

A cura di: Salvatore Lo Giudice – Specialista in Urologia

Olfatto, il motore del desiderio

L’olfatto è un senso che ha un grande potere evocativo

Il ciclo di risposta sessuale in uso attualmente in fisiologia e nella pratica clinica prevede cinque fasi sequenziali: desiderio, eccitazione, plateau, orgasmo e risoluzione. Ha assunto questo profilo nel 1976, dai lavori della dottoressa Helen Kaplan che andavano a completare quanto emerso dai precedenti studi di William Master e Virginia Johnson.

La prima fase, quella del desiderio, si manifesta alla coscienza a vari gradi, nel fisico, a seconda del livello di consapevolezza corporea; è un momento già materico, al quale si arriva da più vie; quelle dei sensi possiamo chiamarle “traiettorie d’amore”, e identificare le vie dei sensi come un insieme di processi del piacere pregenitale. Gli attuali dati sperimentali, supportati dalle nuove tecnologie, ci permettono di studiare che cosa attiva le risposte fisiologiche e comportamentali della sfera dell’attrazione.

Una delle traiettorie della risposta sessuale è il senso dell’olfatto

Oggi, nel quotidiano, non si dà molta importanza all’odore in termini di comunicazione. La maggior parte delle persone quando pensa al proprio odore rimanda al sudore, al lavarsi, all’applicazione di deodorante e profumi. Punto di vista “mondano”, che dimentica il suo ruolo più istintuale: il naso come traiettoria d’attrazione sessuale porta in sé l’antica memoria della quadrupedia dei nostri antenati.

I risultati di alcune ricerche dimostrano come grazie al naso si possano ottenere molte informazioni: quando due persone si trovano vicine, una nello spazio personale dell’altro, alcune sostanze chimiche, che non possiamo rilevare coscientemente, hanno il potere di avviare o troncare la relazione, avendo un effetto attrattivo o repulsivo.

Il naso è sempre operativo e immerso in un mare volatile di stimoli olfattivi, che rimangono per lo più sotto la soglia percettiva senza essere avvertite in maniera cosciente. Studi dimostrano che stimoli odorosi subliminali attivano comunque aree del cervello associate all’attenzione, alla memoria e alle emozioni e influenzano in modo sottile il comportamento vigile.

Il naso è sempre operativo e immerso in un mare volatile di stimoli olfattivi

L’olfatto è un senso che ha un grande potere evocativo, le molecole odorose e altre sostanze che giungono al naso inducono nell’amigdala suggestioni capaci di far rivivere esperienze dal ricco significato emotivo.

La nostra esperienza ci suggerisce che l’essere umano è ancora fortemente influenzato dall’olfatto, anche se non se ne rende conto in maniera evidente” lo affermava Wen Zhou, psicologo e studioso dell’olfatto dell’Accademia delle Scienze di Pechino nel 2015, in un’intervista al National Geografic.

Gli studi

In uno degli esperimenti dell’équipe di Zhou si sono utilizzati dei video realizzati filmando persone reali in movimento che indossavano delle tute dotate di LED in corrispondenza delle giunture. I punti di luce in movimento venivano percepiti da chi le osservava come figure umane in movimento. Tali video sono stati manipolati con tecnicismi, in modo che le figure mostrate nei video fossero androgine, “purificate” da andature che potessero identificare specificità maschili o femminili.

Ai soggetti messi a guardare queste animazioni veniva chiesto “Hai davanti un uomo o una donna?” Mentre guardavano i video, alcuni soggetti venivano esposti a una soluzione che odorava di chiodi di garofano, in cui era contenuto lo steroide maschile androstadienone, quello femminile estratetrenolo, o del semplice olio cosmetico.

Annusare per riconoscersi reciprocamente e aprirsi a emozioni e sensazioni che vanno al di là della ragione

Si è visto che l’esposizione agli steroidi influenzava le risposte: gli uomini che si dichiaravano eterosessuali, ed esposti all’estratrenolo erano più propensi a identificare figure femminili, rispetto a quelli che annusavano semplice olio. Lo stesso risultato è stato ottenuto, all’inverso, con le donne dichiarate eterosessuali esposte all’androstadienone; hanno identificato con più frequenza le figure come maschili, rispetto a quelle che annusavano olio semplice.

I maschi omosessuali rispondevano in modo più simile a quello delle donne eterosessuali; le donne omo o bisessuali sembrano non aver subito un grande impatto dagli steroidi, rispetto alle stesse del gruppo di controllo non esposto. Le persone oggetto di studio, che percepivano dei ferormoni dell’altro sesso senza saper di annusare qualcosa, sono state, quindi, maggiormente in grado di identificare delle figure umane come appartenenti al sesso relativo ai ferormoni.

Conclusioni della ricerca

Una delle conclusioni delle ricerche dell’équipe di Wen Zhou, presentata qualche anno fa all’annuale convegno della Association for Chemoreception Sciences, è che, al di là della visione, siamo in grado di riconoscerci l’un l’altro grazie al naso e alle molecole che, tramite i suoi recettori, incontriamo nello spazio. Sappiamo che, per gran parte del mondo animale, i segnali chimici che passano dall’atto dell’annusare sono quelli più usati nella comunicazione, gli studi effettuati dimostrano che l’olfatto sia una forma di comunicazione anche per l’uomo e che si possano ottenere molte informazioni consapevolmente o meno.

Ricerche come quella descritta confermano che i ferormoni hanno un ruolo importante nell’orientamento inconscio dell’uomo. A captare tali sostanze è l’organo vomeronasale, un sistema recettoriale chiamato anche sistema olfattivo accessorio, che si trova nella cavità nasale, separato dall’epitelio olfattivo, è situato alla base della stessa cavità, all’interno del setto cartilagineo.

I due neuropeptidi, usati nello studio di cui abbiamo raccontato, sono stati trovati nei fluidi corporei umani: l’androstadienone in quelli maschili e l’estratetraenolo in quelli femminili. Sembrano rientrare nel meccanismo della chimica dell’attrazione in quanto in grado di stimolare risposte neuroendocrine e comportamentali differenti a seconda del genere sessuale in cui si riconoscono i soggetti sottoposti allo studio.

Studi dimostrano che stimoli odorosi subliminali attivano aree del cervello associate all’attenzione, alla memoria e alle emozioni

Si è visto che l’androstadienone migliora l’umore e aumenta il livello di colesterolo nelle donne e che l’estratetraenolo aumenta l’eccitazione e migliora l’umore nei soggetti maschili.  Si tratta di un incastro perfetto tra neurotrasmettitori e recettori specifici che dà il via, ad un livello totalmente pregenitale e inconscio, ad un potenziale processo di attivazione della sequenza della risposta sessuale, stimolando recettori del sistema limbico, amigdala e ipotalamo, configurando così il substrato biochimico che poi trova la sua prima forma cosciente nel desiderio.

La compatibilità, il riconoscersi in un’attrazione chimica istintiva, gioca sulla diversità. I ferormoni sono diversi da persona a persona, sono codificati, come tutte le proteine, da sequenze genetiche, epigenetiche e dal sistema immunitario. Nel riconoscersi attraenti è determinante la diversità ‘odorosa’ che sul piano biologico si concretizza nella probabilità di un ampio apporto di geni alla eventuale progenie, per un sistema immunitario più variegato e quindi potenzialmente più evoluto ed efficace.

Odori differenti corrisponderebbero, in termini di traiettoria amorosa, ad una maggiore attrazione fisica, per una maggiore probabilità di successo biologico riproduttivo

Annusare per riconoscersi reciprocamente e aprirsi a emozioni e sensazioni che vanno al di là della ragione. La proposta è quella di riconnettersi consapevolmente all’olfatto per mettersi in linea con la compatibilità olfattiva e recuperare una forma comunicativa sottile che non dice altro che verità.

A cura di

S. Sansone, I. Forza, F. Altamura, L. Brusciano, L. Docimo

Gruppo di lavoro XI Divisione di Chirurgia Generale e dell’Obesità. Ambulatorio per lo studio, la prevenzione e la terapia del Pavimento pelvico. Riabilitazione pelvi-perineale: stipsi cronica, incontinenza fecale, dolore perineale. Master di II livello in Colonproctologia, Master di I livello in Diagnostica Strumentale e Riabilitazione del Pavimento Pelvico Direttore Prof. Ludovico Docimo Seconda Università degli di Napoli

Incontinenza urinaria femminile: una patologia ancora “sommersa”

L’incontinenza urinaria è definita come la perdita involontaria di urina attraverso l’uretra. E’ sicuramente un disturbo invalidante poiché impatta sulla qualità della vita ostacolando le azioni quotidiane e condizionando, dal punto di vista psicologico, le donne affette da questo disturbo.

E’ definita anche “malattia silenziosa” perché è spesso un problema che le donne non espongono al proprio medico. Ma comunque circa due milioni di donne in Italia soffrono di incontinenza urinaria e qualsiasi donna potrebbe essere soggetta ad incontinenza urinaria; è indipendente da età, tipo di lavoro, modo di vivere.

L’incontinenza urinaria è spesso dovuta ad un indebolimento del pavimento pelvico, ad un blocco dell’uretra o ad una diminuzione del tono sfinterico dell’uretra. Ma ci possono essere anche altre cause di incontinenza urinaria: infezioni urinarie o vaginali, effetti secondari di alcuni farmaci, debolezza muscolare, malattie nervose e/o muscolari, effetti secondari di alcuni interventi chirurgici.

Fattori di rischio sono: la pluriparità in quanto quasi un terzo delle donne incinte soffrono di incontinenza urinaria ed il rischio aumenta con parti successivi; la menopausa che comporta un rilassamento dei tessuti uterini e un cambiamento delle mucose; la costipazione cronica che degli effetti sui muscoli pelvici e quindi conseguenze sul sistema di continenza. L’incontinenza si presenta sotto diverse forme e in base ai sintomi e le cause è classificata in: incontinenza urinaria da sforzo, incontinenza da urgenza, incontinenza mista, incontinenza da rigurgito. L’incontinenza urinaria può essere oggi trattata con successo, spesso attraverso la combinazione di più approcci.

La terapia chirurgica, la terapia farmacologica e la rieducazione pelvica sono le tre strade possibili che possono essere intraprese.

Ma quali sono sintomi che più comunemente si presentano quando si soffre di incontinenza urinaria?
Perdite di urina mentre si ride, si tossisce o si starnutisce; bisogno urgente di andare al bagno; forte voglia di andare ad urinare ascoltando o vedendo dell’acqua scorrere; sensazione di residui di acqua nella vagina dopo il bagno; desiderio di urinare più di due volte durante il sonno; minzione dolorosa. E proprio a seconda dei sintomi avvertiti, è possibile definirne una ben precisa tipologia di incontinenza urinaria. Sicuramente l’incontinenza da sforzo è la forma più comune e si presenta proprio quando si ride, si tossisce, si starnutisce, si salgono le scale o si sollevano pesi.
La perdita anche di poche gocce di urina in questi casi altera fortemente la vita quotidiana delle persone. Nelle persone anziane l’incontinenza urinaria da urgenza è molto più comune ed è caratterizzata dalla perdita involontaria di urina a causa di un bisogno urgente di urinare tale da non permettere di arrivare al bagno. La perdita involontaria di urina a causa di una vescica troppo piena che non riesce mai a svuotarsi completamente è invece classificata come incontinenza da rigurgito ed è frequente negli uomini con tumore o adenoma alla prostata. Resta il fatto che nelle donne l’incontinenza urinaria è legata principalmente alla gravidanza e allo sviluppo-evoluzione dell’apparato riproduttivo.

Cosa fare
Come in ogni patologia, il colloquio è il primo passo verso una diagnosi precisa. Non bisogna avere timore di raccontare al proprio medico di soffrire di perdite urinarie. Il medico farà delle semplici ma importanti domande per porre una diagnosi precisa: sul numero di gravidanze e parti, sulla costituzione della paziente, eventuale chirurgia pelvica pregressa ma anche sulle circostanze delle perdite urinarie (sotto sforzo, conseguenti al rumore o alla vista dell’acqua, ecc. in piedi, coricata, ecc.), frequenza delle perdite, abbondanza delle perdite, eventuali farmaci attualmente in uso, costipazione, presenza di altre malattie (diabete, infezioni, malattie neurologiche, ecc.). Successivamente a un primo colloquio, il medico farà un esame ginecologico e rettale e verificherà il tono muscolare pelvico.
Una volta stabilita la diagnosi, si può procedere con una terapia chirurgica, farmacologica o di rieducazione pelvica.

La terapia
La terapia chirurgica ha lo scopo di ripristinare un supporto per la vescica e l’uretra. Oggi, in parallelo alla chirurgia tradizionale che tratta il problema per via addominale, esistono delle tecniche mini-invasive che cercano di limitare l’apporto traumatico dell’intervento agendo con l’ausilio di strumenti tecnologicamente avanzati come le sonde ed introducendo materiali di sostegno biocompatibili.
Tutto ciò permette di avere tempi di recupero molto brevi. In particolare, è stata messa a punto da ormai qualche anno, una tecnica chirurgica mini-invasiva per il trattamento dell’incontinenza urinaria detta la tecnica TVT (Tension-free Vaginal Tape Procedure). La terapia di iniezioni parauretrali, che utilizzano un agente volumizzante, può essere un’attraente alternativa alla chirurgia. Per quanto riguarda invece la terapia farmacologica, i farmaci utilizzati sono ormoni, antispasmodici e parasimpaticolitici.
La terapia farmacologica tratta efficacemente l’incontinenza nei casi in cui l’indebolimento del tono sfinterico è dovuto principalmente alla carenza ormonale causata dalla menopausa.

In alternativa o in parallelo a qualsiasi tipo di intervento chirurgico così come alla terapia farmacologica, si pone quella fisioriabilitativa detta rieducazione pelvica che si basa sulle possibilità di sollecitare ed abituare il paziente alla autogestione delle contrazioni muscolari.
Il ruolo di questa rieducazione è soprattutto preventivo, ma in certi casi si pone come terapia curativa ausiliare. Il suo scopo è, comunque, quello di rinforzare la muscolatura pelvica attraverso esercizi fisici specifici o con l’utilizzo di apparecchiature elettriche per la stimolazione passiva. È importante sottolineare che la patologia del pavimento pelvico è al confine tra le due competenze dello specialista urologo, del ginecologo e del colon proctologo. In attesa di una figura superspecialistica certificata di “pelviperineologo”, si può far emergere questo disagio affidandosi a strutture dedicate in cui la paziente possa trovare il percorso diagnostico e terapeutico completo, evitando inutili perdite di tempo che inevitabilmente scoraggiano l’utenza, portando ancora una volta a trascurare una situazione che crea un impatto importante sulla qualità di vita. Allo stesso modo è fondamentale illustrare alle pazienti i buoni risultati di una chirurgia mininvasiva, non banale, ma risolutiva in una percentuale molto alta se la diagnosi è corretta.

La riabilitazione è un’arma importante, ma culturalmente meno usata in Italia rispetto ad altri paesi europei, dove la ginnastica viene di routine effettuata prima e dopo il parto. Ricordiamo comunque che lo Stato spende molto di più per i presidi per l’incontinenza che per il trattamento medico e chirurgico della patologia.

A cura di: Dott. Salvatore Nallo – Specialista in Ginecologia e Urologia

L’esercizio fisico per il benessere degli spermatozoi

Basterebbero appena 6 mesi di attività per migliorare la qualità dello sperma. A sostenerlo un gruppo di ricercatori della Urmia University dell’Iran, che hanno visto come alcuni uomini, dopo aver praticato esercizio fisico almeno tre volte a settimana, hanno mostrato un significativo miglioramento dello sperma, sia come numero che qualità.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Reproduction, ha anche dimostrato che per ottenere questi risultati è sufficiente un’attività di moderata intensità.

Il campione di 261 uomini sani, tra i 25 e i 40 anni di età, è stato suddiviso in quattro gruppi, in base al tipo e frequenza di esercizi. Questi programmi sono stati seguiti per sei mesi, durante i quali sono stati prelevati campioni di sperma.

Le analisi non hanno lasciato dubbi: i ricercatori hanno rilevato un miglioramento della qualità dello sperma in tutti i gruppi che avevano fatto esercizio rispetto a chi era rimasto fermo. Il gruppo che aveva svolto attività in maniera moderata e continua ha mostrato le performance migliori. il volume degli spermatozoi è aumentato dell’8,3%, del 12,4% nella motilità, del 17,1% nella forma, del 14,1% nella concentrazione e del 21,8% nel numero di spermatozoi.

Fatto significativo è che i benefici sono scomparsi pochi giorni dopo che l’interruzione dell’attività fisica.

Secondo un altro studio, questa volta americano, chi è sedentario ha il 44% in meno di spermatozoi rispetto a chi pratica sport regolarmente.

Lui e Lei, il desiderio per un incastro perfetto: la chimica del desiderio sessuale

Desiderio, sessualità, piacere, sono argomenti delicati, riguardano sfere personali molto intime e della relazione. Sono stati per secoli dominio di poeti, di artisti e come afferma Anthony Giddens, sociologo britannico contemporaneo, portano l’impronta di 2000 anni di cristianesimo. L’atteggiamento nei confronti della sessualità ha iniziato il suo processo di cambiamento grazie ad Alfred Kinsey, biologo statunitense, che con i suoi studi verso gli anni ‘50 ha dato all’argomento una connotazione di carattere sempre più scientifico.

Master e Johnson negli anni ’60 e successivamente la dottoressa Kaplan, hanno ampliato notevolmente la conoscenza della sessualità umana, dando vita a nuove strategie terapeutiche e ad un’innovazione culturale. In particolare negli anni ’70, sulla scia degli studi di Master&Johnson in merito alle fasi di risposta sessuale, la dottoressa Helen Kaplan, psichiatra e sessuologa, ha arricchito il ciclo di risposta di una fase iniziale, che lei definì “non prettamente fisica, ma associata a fattori psicologici e relazionali”: il desiderio.

Ad oggi questo modello sequenziale e ancora in uso nella clinica; successione temporale del ciclo si identifica in: desiderio, eccitazione, plateu, orgasmo e risoluzione. Oggigiorno, grazie agli studi di questi pionieri, parliamo con maggiore facilità di desiderio, sesso e piacere, l’atteggiamento è più aperto, molto è stato chiarito, ma vi è ancora confusione testimoniata dalla persistenza di tabù e falsi miti. In questi anni la tecnologia a disposizione e la strumentazione di ultima generazione hanno permesso lo sviluppo di tutte le scienze tracciando nuove strade di comprensione: la risonanza magnetica funzionale ha permesso di ampliare il punto di vista alla medicina, alle neuroscienze, alla etologia e in poche decadi anche l’Amore, fino a prima territorio esclusivo di artisti, letterati e filosofi, è diventato tema d’indagine scientifica; l’amore e l’eros, che si prestano da sempre a mille interpretazioni, con l’avvento della biochimica, vengono oggi studiati come processi vitali.

Forse tutto questo attiva una logica meno romantica e può ridurre questa magica espressione affettiva a seppur complesse interazioni molecolari. Ma non dobbiamo spaventarci di questo: conoscere la biochimica della nutrizione, infatti, non altera il nostro appetito, né il gusto per la cucina; quindi, perché conoscere le basi biologiche dell’amore dovrebbe intaccare la passione dei sensi, il piacere, la gioia o la sofferenza che lo accompagna? L’uomo ha cercato innumerevoli volte di spiegare razionalmente questo sentimento complesso, cercando di dargli un significato universale ed esistenziale. Partendo dalle differenze strutturali tra maschio e femmina, alla base delle manifestazioni comportamentali volte all’incastro perfetto tra lei e lui, gli scienziati si sono addentrati nell’infinitesimamente piccolo, per carpire il meccanismo d’azione attrattivo e le sue conseguenze nel tempo. Oggi essi concordano sul carattere trivalente dei tre cervelli: secondo questa visione gli istinti più primitivi sono legati alla parte più arcaica dell’encefalo, l’emotività viene presieduta dal sistema limbico e la ragione è rappresentata dalla neocorteccia. Cerchiamo di capire come ci muoviamo nel mondo: i sensi orientano le risposte all’ambiente, queste vengono processate con diversi meccanismi, che poi si manifestano nel corpo con la postura, il movimento, il batticuore, la sudorazione, l’eccitazione. Questa è l’espressività corporea, che è rappresentazione di sé e modalità di interazione e comunicazione con l’altro.

La sessualità, come il piacere, come l’amore e il desiderio, sono in egual misura espressione di noi. Traducendo tutto questo in termini pratici possiamo ora lasciarci guidare dalla fantasia e immaginare lo sguardo di un uomo che viene catturato da una scollatura: i suoi occhi gli permettono di cogliere questo dettaglio dall’ambiente, la sua area preottica si attiva e dà inizio alla cascata biochimica. Ci sembra importante qui sottolineare che desiderio e piacere non sono la stessa cosa: il piacere è la sensazione che si ricava dal desiderio stesso, o dalla sua soddisfazione; il desiderio è l’attesa volta al piacere. La tensione al piacere coinvolge diverse zone del cervello connesse alla genesi dell’eros: pensieri, emozioni, tutti gli organi di senso, l’apparato cardiovascolare, pelvico, il sistema neuromuscolare, neurormonale; uno per uno devono adempiere pienamente alla propria funzione e coordinarsi in maniera integrata l’uno con l’altro per poter funzionare al meglio. Il cervello accende il desiderio sollecitato da stimoli esterni e/o interni. Secondo Massimo Recalcati, nel suo libro “Ritratti del desiderio”, “il desiderio è sempre incarnato, non esiste senza corpo”, in questo senso è sempre erotico perché porta con sé la fisicità. Quando saggiamo il desiderio, lo sentiamo! E’ un’esperienza che nella sua forma fisica si identifica con una tensione neurochimica che trova manifestazione in una forma espressiva.

Gli studi degli ultimi anni testimoniano che il testosterone, una voce suadente o profonda, un profumo inebriante o il contatto con una pelle vellutata, la vista -anche sotto forma di immaginazione-, attivano diverse aree cerebrali. E’ stato dimostrato che al primo incontro il mesencefalo, area che presiede i riflessi uditivi e visivi, rilascia dopamina, neurotrasmettitore del piacere, del desiderio e dell’euforia. La dopamina stimola l’ipotalamo che agisce come un maestro d’orchestra, coordinando tutto il corpo affinché invii e percepisca segnali di attrazione: il cuore accelera, il respiro diviene più frequente e un poco più profondo, le pupille si dilatano, il viso si colora e prende una nuova luce per una leggerissima sudorazione. L’ipotalamo lavora in stretta collaborazione con la sostanza reticolare, un sistema aspecifico del sistema nervoso autonomo nel quale le strade dalla periferia sensoriale al centro di controllo (vie afferenti) e le strade che vanno in senso opposto dal cervello alla periferia (vie efferenti) non hanno un vettore di direzione per cui è una vera e propria rete che lavora on line. La sostanza reticolare è implicata nella postura, modula la disposizione del corpo nello spazio. Tutto il processo del desiderio ha un substrato biochimico poiché, come si è detto, impulsi sensitivi, sensoriali, motori e viscerali danno il via a un ventaglio di risposte neuro-ormonali che hanno un effetto mediato dal sistema limbico e dalla parte più arcaica del cervello e che grazie alla sostanza reticolare si manifesta on line a livello posturale, emotivo, del comportamento e dei sentimenti.

Le aree del cervello che si attivano e alcuni passaggi ormonali del desiderio sono in parte sovrapponibili al “processo” del piacere. Recuperiamo ora lo sguardo di quell’uomo catturato dalla scollatura: i suoi occhi sono il sistema percettivo, la sua area preottica è una delle aree del cervello che si attiva e la cascata biochimica inizia dalla dopamina che stimola il suo ipotalamo e via via di seguito le pupille si dilatano e il suo corpo grazie alla fitta rete neuro-connettivale prende una forma che lo orienta. Come un pavone apre la sua coda, l’uomo, in modo più o meno consapevole, allarga le spalle, aumenta la lordosi lombare e forse parla con un tono più alto. Sono prodromi di seduzione, atteggiamenti corporei che naturalmente rappresentano quella parte istintiva e legata al sistema limbico che ci fa perdere la cognizione del tempo in quell’offuscamento erotico che è il desiderio.

 

A cura di: S. Sansone, I. Forza, D. Giuliano, L. Brusciano, L. Docimo

Gruppo di lavoroXI Divisione di Chirurgia Generale e dell’Obesità. Ambulatorio per lo studio, la prevenzione e la terapia del Pavimento pelvico. Riabilitazione pelvi-perineale: stipsi cronica, incontinenza fecale, dolore perineale. Master di II livello in Colonproctologia, Master di I livello in Diagnostica Strumentale e Riabilitazione del Pavimento Pelvico.

Direttore Prof. Ludovico Docimo – Seconda Università degli Studi di Napoli