Studio canadese: la pasta non fa ingrassare

Lo studio suggerisce che la pasta può essere parte di una dieta sana senza mettere chili in eccesso

I carboidrati non godono di molta stima tra la stampa e spesso vengono indicati come responsabili dell’obesità. Un nuovo studio, tuttavia, suggerisce che questa attenzione negativa potrebbe essere immotivata.

A differenza della maggior parte dei carboidrati “raffinati”, che sono rapidamente assorbiti nel flusso sanguigno, la pasta ha un basso indice glicemico. Il che significa che provoca minori aumenti dei livelli di zucchero nel sangue rispetto a quelli causati dal consumo di alimenti con un alto indice glicemico.

La ricerca

I ricercatori del St. Michael’s Hospital in Canada hanno effettuato una revisione sistematica e una meta-analisi di tutte le prove disponibili da studi randomizzati controllati.

Lo studio ha scoperto che la pasta non ha contribuito all’aumento di peso o all’aumento del grasso corporeo

Hanno identificato 30 studi di controllo randomizzati che hanno coinvolto quasi 2.500 persone che hanno mangiato pasta invece di altri carboidrati come parte di una dieta sana a basso indice glicemico. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista BMJ Open.

I risultati

“Lo studio ha scoperto che la pasta non ha contribuito all’aumento di peso o all’aumento del grasso corporeo”, ha dichiarato John Sievenpiper, uno scienziato del St. Michael’s Hospital. “In realtà l’analisi ha mostrato una leggera perdita di peso, quindi contrariamente alle preoccupazioni, forse può essere parte di una dieta sana come una dieta a basso indice glicemico”, ha affermato Sievenpiper.

Le persone coinvolte nelle sperimentazioni cliniche hanno mangiato in media 3,3 porzioni di pasta alla settimana invece di altri carboidrati. Una porzione equivale a circa mezzo bicchiere di pasta cotta. Al termini, è emerso che hanno perso circa mezzo chilo con un follow-up di 12 settimane.

I ricercatori hanno sottolineato che questi risultati sono generalizzabili alla quella consumata insieme ad altri alimenti a basso indice glicemico come parte di una dieta a basso indice glicemico.

“Nel valutare le prove, ora possiamo dire con una certa sicurezza che la pasta non ha un effetto negativo sugli esiti del peso corporeo quando viene consumata come parte di un regime alimentare sano”, ha affermato Sievenpiper.

Il freddo: un nemico per la pelle di adulti e bambini

Con l’arrivo del primo freddo, la nostra pelle diventa particolarmente sensibile, andando incontro a fenomeni di arrossamento e secchezza.

Patologie come la dermatite atopica – che colpisce soprattutto neonati e bambini – e la sindrome della pelle sensibile sono tra le dermatiti che più risentono del clima invernale.

Dermatite Atopica (DA)

Nel caso della dermatite atopica (DA), detta anche eczema costituzionale o atopico, è una malattia cutanea infiammatoria che compare di solito nella prima infanzia (anche prima del 3° mese di vita).

La patologia è caratterizzata da un intenso prurito e da un andamento cronico recidivante. Clinicamente si distingue in due fasi: acuta (essudativa) e cronica (secca e desquamativa).

L’80% dei casi di DA, a esordio nel periodo neonatale, guarisce entro il 2° anno di età. Il 10-15% persiste fino a dopo la pubertà.

DA

Si manifesta con chiazze intensamente infiammate, eritematose ed edematose, a superficie essudante con formazione di numerose vescicole. La successiva essudazione ed erosione delle stesse porta alla formazione di numerose crosticine.

I sintomi

Il prurito è intenso, costante, e domina la sintomatologia. Nel neonato sono tipici il pianto, l’irrequietezza, l’insonnia e più tardivamente escoriazioni e lesioni da grattamento.

L’80% dei casi di DA a esordio nel periodo neonatale guarisce entro il 2° anno di età. Il 10-15% dei casi persiste tuttavia fino a dopo la pubertà. Tuttavia vi sono molti i casi di DA dell’adulto con esordio tardivo.

Le cause della DA

Il 50-70% dei pazienti ha un parente di I grado affetto da DA o da altra malattia allergica contro il 20% dei controlli. Se entrambi i genitori ne sono affetti c’è una probabilità dell’80% di generare bambini affetti da dermatite atopica. Quindi sembrerebbe una verosimile trasmissione ereditaria autosomica dominante, ma in realtà la patologia è poligenica.

Le aree colpite

Fino al 2° anno di vita le sedi tipiche di insorgenza sono le superfici convesse del viso (guance, fronte, mento). Vengono risparmiate la zona centro-facciale, le superfici estensorie degli arti, il cuoio capelluto e tronco.

Dal 2° anno alla pubertà le sedi sono quelle classiche della patologia: pieghe (collo, superfici flessorie degli arti superiori e inferiori), mani, polsi, caviglie, capezzoli, solchi retroauricolari.

Vi sono numerose manifestazioni associate, quali: pigmentazione infraorbitaria e pieghe sottopalpebrali (pliche di Dennie-Morgan), Pityriasis alba, dermatite periorale e cheilite angolare, pallore del viso. Tutti segni clinici che costituiscono la cosiddetta “facies atopica”.

Patogenesi

Vi è una possibile associazione con elevati livelli ematici di IgE (anticorpi) e storia personale o familiare di malattie allergiche (rinite, asma, congiuntivite).

Una porzione rilevante dei pazienti affetti da eczema costituzionale (15-45%) non presenta storia di allergia: IgE totali nella norma, assenza di IgE specifiche, Prick test negativi per allergeni ambientali e alimentari, assenza di malattie allergiche. Da ciò nasce la distinzione tra DA estrinseca (atopica) e DA intrinseca (non atopica).

Esistono fattori che possono contribuire alla patogenesi, come alcuni:

  • allergeni ambientali e alimentari (uova, latte, grano, crostacei, arachidi);
  • allergeni inalabili (acari domestici, pollini, forfora di animali, muffe);
  • auto allergeni come le proteine cutanee (forfora umana);
  • allergeni infettivi superficiali e irritanti cutanei come gli indumenti di lana, alcuni saponi e cosmetici, e antigeni di virus e batteri.

Nei soggetti con DA vi è una inclinazione geneticamente determinata ad abnorme produzione di IgE verso allergeni comuni, nei confronti dei quali la gran parte della popolazione non si sensibilizza (aumentato rischio di sviluppare allergie).

Inoltre, in tutti i soggetti affetti da eczema atopico vi è una compromissione della funzione di barriera dell’epidermide con maggior penetrazione transepidermica di allergeni ambientali e aumentata perdita di acqua trasepidermica (TWL – transepidermal water loss).

Quindi comparsa di secchezza (xerosi), maggior irritabilità cutanea e intenso prurito. Con il tempo si osserva il graduale passaggio alla forma cronica, più “secca”, della patologia.

Perché l’infiammazione persiste e cronicizza?

Sono diverse e molteplici le cause alla base di una infiammazione che tende a cronicizzare.

Tra queste, vale la pena ricordare l’esposizione cronica agli allergeni (alimenti, aeroallergeni, microrganismi, antigeni endogeni).

La frequente sovrainfezione batterica delle lesioni eczematose, che induce l’attivazione dei linfociti ed il rilascio di citochine flogistiche, oltre al grattamento indotto dal prurito che stimola il rilascio da parte dei cheratinociti di ulteriori citochine.

La DA condiziona il sonno (del paziente e dei familiari), l’umore (irrequietezza, ansia, disagio, riduzione dell’autostima, depressione), l’apprendimento e il rendimento scolastico, il lavoro, finanche i rapporti interpersonali.

La sindrome della pelle sensibile

Anche la “pelle sensibile”, assieme alla dermatite atopica, è una condizione aggravata dal freddo ampiamente riconosciuta da diversi studi scientifici. E’ caratterizzata da estrema suscettibilità, reattività ed intolleranza della cute a diversi fattori scatenanti.

Si tratta di un fenomeno molto più comune nella donna, di solito interessa particolarmente il volto e le mani, ed è identificabile dal dermatologo in base ad una serie di sintomi.

LA CUTE SENSIBILE NON È UNA PATOLOGIA DI NATURA ALLERGICA

Tra questi, quelli più comuni vale la pena ricordare la sensazione di bruciore, pizzicore, secchezza e prurito spesso associati a segni visibili quali intenso arrossamento, assottigliamento dello strato superficiale della pelle e screpolature più o meno evidenti.

Nei casi più estremi anche il solo contatto con l’acqua tiepida può provocare arrossamento, sensazione di tensione e bruciore, di solito difficile da lenire.

I sintomi

I soggetti affetti da pelle sensibile lamentano di non tollerare alcun prodotto cosmetico né alcun sapone per la detersione. In genere, l’esposizione al sole, freddo intenso e vento provoca una reazione quasi immediata, molto fastidiosa e talvolta persistente.

Nel lungo periodo questi sintomi possono diventare cronici, la pelle diventa sempre più sensibile e anche i prodotti utilizzati abitualmente finiscono per essere mal tollerati.

La pelle sensibile può essere facilmente identificata dal dermatologo attraverso un test definito “stinging test” o test all’acido lattico.

Diversamente da quanto si crede, la cute sensibile non è una patologia di natura allergica: tuttavia, spesso chi ne è affetto può lamentare qualche episodio allergico dovuto a cosmetici o detergenti non clinicamente testati. In questo caso, però, il sintomo del prurito è dominante.

Le cause

Le cause responsabili della cute sensibile possono essere definite di tipo “costituzionale”: vale a dire che determinati soggetti presentano una pelle geneticamente più reattiva ai fenomeni esterni, in relazione ad una risposta a stimoli interni di natura ormonale, emozionale e da stress.

La pelle sensibile può essere facilmente identificata dal dermatologo attraverso un test definito “stinging test” o test all’acido lattico.

Il test è di facile esecuzione, rapido, non è doloroso e non lascia segni visibili. Cosa fare Molti sono i trattamenti utili ad attenuare questa condizione, comune ma assai complessa da trattare.

Consigli utili

E’ importante intanto evitare:

  • sbalzi di temperatura (non sostare a lungo accanto a fonti di calore quali caloriferi, forni, caminetti, evitare l’esposizione diretta al sole)
  • squilibri alimentari (evitare alcolici, cibi speziati e piccanti, e quelli produttori o liberanti stamina come crostacei, arachidi, formaggi, ecc.).

Sia per la dermatite atopica che per la pelle sensibile è bene seguire alcune regole comportamentali.

L’uso quotidiano di abbondanti quantità di emollienti, privi di sostanze irritanti e/o potenzialmente sensibilizzanti (nichel, profumi e parabeni) deve essere uno standard terapeutico a partire dalla prima infanzia. Ciò permette di ridurre la secchezza e di conseguenza il prurito ed il grattamento, in modo da ristabilire la barriera cutanea.

In ogni caso, sono da preferire detergenti a base oleosa, e idratare sempre la cute dopo il bagno/doccia.

Anche quando ci vestiamo, occorre utilizzare dei piccoli accorgimenti. Ad esempio, è sempre consigliabile evitare che la cute entri in contatto con indumenti di lana e fibre sintetiche.

Nei casi più gravi, è necessario ridurre drasticamente il tasso di polvere negli ambienti domestici, e, se possibile, mettere in soffitta tappeti, moquette, tende e peluche.

Da non sottovalutare la pulizia regolare di materassi e cuscini con l’aspirapolvere, in quanto rappresentano l’habitat naturale per gli acari (dermatofagoidi).

In caso di accertata sensibilizzazione, per il benessere del soggetto, è necessario, per quanto doloroso, allontanare il più possibile gli animali dagli ambienti domestici.

cheratosi seborroica

Cheratosi seborroica: un fastidioso disturbo estetico

La cheratosi seborroica è una forma di iperplasia benigna dell’epidermide. Si presenta come macchia brunastra più o meno rilevata sul piano cutaneo, con aspetto verrucoso o squamo-crostoso. Può essere pruriginosa e, se traumatizzata, dare origine a sanguinamento.

Viene anche definita verruca seborroica o senile, ma non è di origine virale, e pertanto non contagiosa. Può presentarsi isolata oppure diffusa, in genere su viso e tronco, e arrecare un serio disturbo estetico.

Chi colpisce

La cheratosi seborroica si presenta in genere in soggetti di entrambi i sessi intorno ai 40-50 anni. Da qualche anno, in seguito all’eccessiva fotoesposizione, l’età di insorgenza si è abbassata notevolmente, già a partire dai 30 anni. Assieme alle rughe e al fotodanneggiamento, producono un senso d’invecchiamento precoce.

Come si presentano

Le cheratosi possono essere anche di grandi dimensioni tanto da preoccupare il paziente ed essere scambiate per tumori della pelle.

In alcuni individui, familiarmente predisposti o a causa di patologie concomitanti, tendono a essere molto numerose e con crescita rapida tanto da procurare un fastidio, oltre che visivo, anche nel vestirsi o nel lavarsi. In questo caso occorre procedere alla loro eliminazione.

Le cause

Attualmente le cause della cheratosi seborroica restano sconosciute, ma esistono studi clinici di una familiarità relativa al loro numero e alla localizzazione, il che farebbe ipotizzare una trasmissione genetica dominante.

È certo, però, che la loro crescita, quindi l’evoluzione, è potenziata da alterazioni ormonali o irritazioni, pur non costituendo la causa scatenante: per questo motivo la menopausa, momento di elevata modulazione ormonale, coincide con il potenziamento delle verruche seborroiche, soprattutto sotto la piega mammaria.

Durante l’evoluzione, la lesione si può modificare a seguito di una irritazione. Ciò comporta lo sviluppo di una forma particolare chiamata cheratosi seborroica irritata, che mostra un caratteristico sanguinamento e rossore. Il colore può variare d’intensità: da una tonalità più chiara, giallognola, può arrivare sovente anche a tonalità molto più scure con tendenza al nero.

Molte sono le neo-formazioni da cui bisogna differenziarle:

  • lentigo solare, che a differenza della cheratosi non può essere palpata durante l’esame obiettivo (è solo una macchia sulla pelle);
  • cheratosi attinica pigmentata;
  • melanoma piano in placca;
  • carcinoma basocellulare pigmentato;
  • carcinoma spinocellulare

Trattamento

Le formazioni seborroiche, contrariamente alla cheratosi attinica, non possono evolvere in forme tumorali maligne. Nel caso in cui fosse necessaria l’asportazione per motivi estetici e funzionali, si può ricorrere all’asportazione chirurgica o al courettage, alla diatermocoagulazione, alla crioterapia e alla laser terapia.

In particolare quest’ultima assicura una corretta rimozione senza rischio di esiti come cicatrici, iper e ipopigmentazione, che spesso si riscontrano nella crioterapia.

Il trattamento ottimale per le cheratosi del volto resta quello della laserterapia. Occorre, però, essere certi che si tratti di cheratosi seborroiche e non di altra patologia, per questo occorre una visita specialistica. Il dermatologo, in caso di dubbio, utilizzerà il dermoscopio per accertarsi della diagnosi.

Dott. Mario SANNINO
Specialista in oncologia dermatologica

adiposità localizzate

Le adiposità localizzate: la scelta dei trattamenti più adatti

Le donne sono i soggetti più interessate dalle adiposità localizzate

Con il termine adiposità localizzate si intende la presenza di un eccesso di cellule adipose in una zona specifica del corpo. Sedi tipiche sono i fianchi (le cosiddette maniglie dell’amore), la regione trocanterica (coulotte de cheval) e l’addome.

Queste sedi, in soggetti predisposti, diventano una zona preferenziale di accumulo dei lipidi in eccesso.

Tale fenomeno ha una eziologia multifattoriale dipendendo da fattori intrinseci (sesso, età, genetica, ormoni) ed estrinseci (attività fisica, abitudini alimentari o voluttuarie).

Chi colpisce

Il sesso maschile presenta una distribuzione del grasso androide (a mela) ovvero concentrata nel viso, nel collo, nelle spalle e soprattutto nell’addome al di sopra dell’ombelico, generalmente associata a livelli elevati di glicemia, trigliceridi e pressione arteriosa.

La distribuzione del grasso nel sesso femminile è definita ginoide (a pera) con tessuto adiposo concentrato a livello di trocanteri, glutei, cosce e addome al di sotto dell’ombelico. Generalmente il disturbo insorge sopra i 40 anni, anche se è sempre più frequente anche nei giovani.

Le cause

Persone con uno stile di vita sedentario e una dieta squilibrata sono maggiormente a rischio, anche se in questi soggetti si osserva di solito un accumulo di grasso generalizzato.

Anche gli ormoni hanno un ruolo importante. Ad esempio un basso livello di testosterone, associato ad un elevato livello di cortisolo, tende a favorire l’adiposità addominale. Alti livelli di estrogeni, invece, si associano ad un aumento del grasso negli arti inferiori.

Trattamenti

Sempre maggiore è la richiesta della correzione di tali inestetismi e sempre più i pazienti cercano il trattamento meno invasivo, meno doloroso e che permetta il prima possibile di tornare alla normale attività quotidiana.

Importante è sempre la valutazione clinica del paziente e la corretta e precisa definizione della indicazione al trattamento

Grazie alle nuove tecnologie, oggi esistono molteplici tecniche mininvasive per limitare l’entità delle adiposità localizzate. Tali metodiche hanno reso obsoleta la necessità di ricorrere alla classica liposuzione, che comporta lunghi tempi di recupero, necessità di anestesie locoregionali o generali e costi notevolmente superiori rispetto ad altre tecniche.

Le due metodiche principalmente indicate per la correzione delle adiposità localizzate sono attualmente la laserlipolisi e la criolipolisi.

Laserlipolisi

La laserlipolisi è una tecnica che utilizza la tecnologia laser per distruggere il tessuto adiposo e favorire la retrazione cutanea. Può essere associata alla liposuzione per rimuovere il tessuto sciolto con un minore traumatismo. È una tecnica ambulatoriale in grado di eliminare il grasso superfluo attraverso l’utilizzo dell’energia laser. Questa tecnica è clinicamente testata ed approvata negli Stati Uniti già nel 2006 dalla FDA (Food and Drug Administration).

Come funziona

La principale caratteristica della metodica che rende il trattamento mininvasivo e meno traumatico della liposuzione classica, è data dall’uso di una micro cannula di 1 mm di diametro e dell’energia laser Nd:YAG pulsato. Il principio è semplice ed efficace. La selettività della sorgente laser permette di colpire gli adipociti rompendone la membrana e permettendo la fuoriuscita del liquido in esse contenuto.

La metodica prevede una iniziale somministrazione di anestetico locale attraverso delle incisioni di 2 mm. Successivamente viene inserita la cannula che monta la fibra del laser Nd:YAG e che lavora con 2 lunghezze d’onda. Lunghezze d’onda che possono essere utilizzate separatamente o miscelate insieme a seconda di cosa dobbiamo trattare.

Nella regione più vicina all’estremità della cannula il laser produce un effetto fotomeccanico che riesce ad alterare la permeabilità della membrana degli adipociti causandone un accrescimento e successiva distruzione. Una parte dell’energia, per effetto fototermico, porta alla chiusura dei piccoli vasi sanguigni che irrorano il grasso riducendo la perdita ematica e quindi garantendo un minimo rischio di formazione di ematomi e azzerando il rischio di embolia grassosa.

Negli strati più superficiali è possibile eseguire dall’interno la fotostimolazione del collagene che ne induce lo shrinkage con conseguente tightening del tessuto cutaneo (effetto lifting e retrazione del tessuto).

Dopo l’applicazione laser viene utilizzata una cannula da liposuzione di 3 mm di diametro per drenare il grasso sciolto dal laser limitando quindi l’accumulo epatico di trigliceridi.

Rispetto alla liposuzione classica abbiamo quindi una minore invasività, ridotte perdita ematiche e minore traumatismo con assenza di ematomi ed edemi diffusi e persistenti dopo l’intervento.

Post trattamento

I tempi di recupero sono più brevi con un ridotto ricorso a bendaggi compressivi. Dopo la seduta il paziente può riprendere la normale attività sociale e lavorativa. Dovrà solo astenersi dall’attività sportiva e non bagnare le zone trattate per 15 giorni. Infine indossare un’adeguata guaina compressiva per 3 settimane.

Dopo la rimozione dei punti è utile un ciclo di massaggi drenanti e modellanti, per favorire il drenaggio linfatico del lisato e accelerare il processo di rimodellamento cutaneo.

Il trattamento viene quasi sempre percepito come del tutto indolore, l’unica fase fastidiosa può essere quella dell’infiltrazione dell’anestetico locale.

La parte trattata può risultare gonfia e dolente al tatto per alcune settimane. Inoltre possono comparire piccole ecchimosi che risolvono spontaneamente in 2-3 settimane. In alcuni casi possono essere presenti asimmetrie che vanno corrette in sede di eventuale ritocco.

Criolipolisi

La criolipolisi si basa sul principio che le cellule adipose sono più vulnerabili agli effetti di un forte raffreddamento rispetto ad altri tessuti. Possono essere eliminate in tutta sicurezza dal metabolismo senza arrecare alcun danno all’epidermide.

Come funziona

La procedura utilizza un dispositivo medico per creare un raffreddamento altamente controllato dello strato di grasso sottocutaneo che induce l’apoptosi a carico delle sole cellule adipose.

Le cellule adipose danneggiate rilasciano citochine che, richiamando cellule infiammatorie, danno il via ad un lenta e controllata fagocitazione del grasso trattato, nei mesi seguenti la procedura. I lipidi vengono lentamente processati attraverso il sistema fagocitario, linfatico ed epatico, il tutto in un arco di tempo da 2 a 4 mesi.

La rimozione delle cellule adipose avviene in tempi talmente lunghi da non incidere sui normali valori di colesterolo o trigliceridi.

La procedura, non invasiva, viene eseguita da personale medico a livello ambulatoriale, non richiede nessun tipo di anestesia e tempi di recupero. Dopo il trattamento non vi è alcun tempo di convalescenza ed è possibile riprendere subito le proprie attività domestiche e lavorative.

Dopo attenta valutazione delle zone da trattare e selezione del paziente, si applicano sul corpo particolari manipoli che pinzano, mediante aspirazione, le adiposità localizzate e solo in quei punti si procede con il congelamento.

Al momento della rimozione di qualsiasi manipolo (esistono manipoli di forme e dimensioni diverse specifici per ogni zona del corpo: dal collo all’addome, dai fianchi ai trocanteri) la zona trattata appare deformata e fredda al tatto. Tutto ciò è chiaramente normale, la temperatura corporea e la naturale forma della zona trattata, ritornano alle condizioni originali in pochi minuti.

Post trattamento

La zona corporea trattata apparirà eritematosa per circa 20-30 minuti dal termine della procedura. L’aspirazione potrebbe generare aumento della sensibilità per circa 6-7 giorni e successivamente una fase di iposensibilità fino a circa otto settimane. Alcuni pazienti manifestano persistente eritema, che migliora in qualche giorno.

Un effetto comune è quello di un’area contusa che può perdurare per qualche settimana. Nelle settimane post trattamento si manifesta una progressiva riduzione dello spessore del pannicolo adiposo che perdura fino a 2-4 mesi. Importante è la selezione del paziente e dell’area da trattare in quanto tale procedura non implica una stimolazione della retrazione cutanea.

Conclusioni

Le metodiche descritte garantiscono, come la classica liposuzione chirurgica, risultati definitivi stabili e permanenti e sono attualmente quelle maggiormente diffuse. A mio parere, sono tra le tecniche non invasive quelle maggiormente efficaci nel trattamento delle adiposità localizzate.

Importante è sempre e comunque la valutazione clinica del paziente e la corretta e precisa definizione della indicazione al trattamento. Così anche i tanto odiati cuscinetti adiposi possono essere cancellati in modo ottimale, mini invasivo e a livello ambulatoriale, come un qualsiasi altro trattamento estetico della “pausa pranzo”!.

Dott.ssa Francesca NEGOSANTI
Specialista in dermatologia e venereologia

freddo

I consigli per proteggere la pelle dal freddo

Con la colonnina di mercurio che scende vertiginosamente, è bene prestare prendersi cura della propria pelle dal freddo.

I consigli arrivano dagli esperti dell’University of Texas Health Science Center di Houston (UTHealth) su come mantenere la pelle in ottime condizioni con l’arrivo del clima invernale.

Una crema per ogni situazione

In base alla variazione del clima, e delle temperature, è bene utilizzare creme specifiche.

In presenza di cute secca, che compare in genere durante la stagione fredda a causa dei cambiamenti di temperatura e umidità, è opportuno utilizzare creme idratanti in grado di proteggere la pelle.

Protezione solare anche d’inverno

Anche quando le temperature sono rigide, i raggi del sole possono ancora emettere potenti radiazioni ultraviolette potenzialmente dannose. La neve, ad esempio, ha una superficie riflettente come l’acqua che amplifica l’intensità dei raggi UV, rendendo necessario applicare la protezione solare.

Occhio alle docce calde e lunghe

Molti di noi amano soffermarsi più a lungo sotto la doccia fumante, in particolare quando fuori fa freddo. Ma questa, a lungo andare, può essere una cattiva abitudine in quanto può danneggiare la barriera cutanea e aggravare la secchezza cutanea. Ecco perché è consigliabile limitare le docce ad un massimo di 10 minuti e utilizzare acqua tiepida anziché calda.

In base alla variazione del clima, e delle temperature, è bene utilizzare creme specifiche.

Su pelle umida

Per bloccare l’umidità della pelle, i dermatologi suggeriscono di applicare la crema idratante poco dopo aver fatto la doccia, quando la pelle è ancora umida.

Umidifica la casa

La pelle secca in inverno peggiora quando si accedono i caloriferi in casa. Il calore, infatti, inizia ad asciugare l’aria della casa, che a sua volta inizia ad asciugare la pelle. Un umidificatore nella tua camera da letto quando dormi può davvero aiutare.