pcos e acne

Pcos e acne: consigli per la detersione

L’acne è uno dei sintomi caratteristici della Pcos. La scelta di prodotti specifici per la detersione è essenziale per la risoluzione.

Chi soffre di ovaio policistico presenta livelli di androgeni elevati, gli ormoni che favoriscono la produzione di sebo.

L’iperandrogenismo può portare a pelle grassa e acne, una condizione che, a sua volta, può causare la comparsa di macchie su viso, collo, schiena o torace. La comparsa dell’acne può essere fonte di ansia e incidere sull’autostima.

Pcos e acne: detersione specifica

Uno degli errori più comuni che si fanno nella gestione dell’acne, è fare ricorso ad una pulizia eccessiva e aggressiva della pelle, che può privarla delle sue difese naturali, rendendola secca e irritata.

Detergere il viso due volte al giorno, utilizzando un prodotto delicato specifico per pelli a tendenza acneica o predisposte alla formazione di punti neri. Infine, effettuare una pulizia accurata del viso prima di andare a letto.

Esfoliazione delicata

Come la pulizia, un’esfoliazione eccessiva rischia di irritare la pelle, peggiorando il quadro clinico. Un esfoliante aggressivo può portare a una maggiore sensibilità e infiammazione.

L’esfoliazione è comunque importante. Aiuta a rendere la pelle più luminosa e può anche ridurre i comedoni. Per questo è bene chiedere al dermatologo che indicherà un prodotto specifico per la pelle grassa a tendenza acneica.

Inosavance è un integratore alimentare a base di Myo-inositolo, acido folico e vitamina D. 
La vitamina D interviene nel processo di divisione delle cellule. L’acido folico contribuisce alla crescita dei tessuti materni in gravidanza.
pancia gonfia

Digestione lenta o difficile, cosa fare?

In assenza di comprovate malattie gastrointestinali o patologie del fegato, le cattivi abitudini alimentarie gli opinabili stili di vita costituiscono le principali cause di una lenta e cattiva digestione.

Per aiutare la nostra digestione possiamo agire a diversi livelli. Ecco, di seguito, un piccolo vademecum per migliorare la digestione:

Controllare l’alimentazione quotidiana, introducendo cibi sani e poco raffinati. In altre parole, non esagerare con grassi e fritture varie. Possono accelerare le contrazioni dell’intestino e portare a diarrea.

I sintomi dell’indigestione: eruttazioni, sensazioni di vomito e pesantezza, bruciori di stomaco ed un’accentuata sonnolenza.

Evitate pasti copiosi e tenetevi lontani dalle abbuffate “stile domenicale”.

Non andare a coricarsi subito dopo cena. Attendere almeno 2 ore prima di andare letto. E’ consigliabile non mangiare dopo le ore 21.00. E Ricordarsi di dormire sempre a pancia in su, soprattutto se hai mangiato prima di andare a letto.

Masticare bene e lentamente il cibo proprio perché la digestione inizia nella bocca.

Non parlare mentre si mangia. E’ un utile rimedio per evitare l’entrata eccessiva di aria che può provocare aerofagia. Prendersi il proprio tempo per ogni pasto è fondamentale: un pasto frettoloso è nemico della nostra digestione.

Non eccedere con sostanze irritanti come caffeina e bevande alcoliche.

Evitare i cibi che ti creano sistematicamente pesantezza. Tali cibi variano da persona a persona. Lo stesso cibo che a te fa male potrebbe, invece, andare benissimo ad un’altra persona.

Una passeggiata di piacere al termine dei pasti aiuta ad accelerare la digestione, bruciare qualche caloria e soprattutto facilita il passaggio del cibo attraverso il tratto gastrointestinale. Essere sedentari nuoce gravemente alla digestione. Chi è sedentario può avere maggiori tempi di svuotamento dello stomaco ed un transito rallentato.

Attenzione allo stress

Il nervosismo, l’affaticamento, la paura e/o l’ansia possono influenzare negativamente le funzioni del sistema digestivo. Quando, infatti, siamo stressati gran parte della nostra energia è concentrata per calmarci invece che sulla digestione. Non a casa, si riduce perfino la produzione di enzimi digestivi.

A quali alimenti occorre prestare attenzione?

In presenza di gonfiore, evitare le verdure della famiglia dei cavoli, cavolfiore, cavoletti di Bruxelles e broccoli. Queste verdure possono provocare la formazione di gas e accentuare la sensazione di gonfiore. Le spezie, come menta e peperoncino, possono accentuare invece il bruciore e l’acidità.

Mettere a bagno i fagioli, lenticchie per una notte o almeno per qualche ora, permette di renderli ancora più digeribili, anzi aggiungendo un mezzo cucchiaio di bicarbonato nella cottura ne potenziamo la digeribilità.

Per quanto concerne il latte, le persone intolleranti al lattosio e alle proteine del latte vaccino manifestano gonfiore, dolore addominale e diarrea dopo l’assunzione di latte vaccino.

Per i farinacei, si può avere difficoltà a digerire panepizza e/o cornetti non adeguatamente lievitati, ottenuti per azione del Saccharomyces Cerevisiae, il comune lievito di birra.

Digestione lenta e pesante durante ciclo mestruale, gravidanza e menopausa

I cambiamenti ormonali alla base del ciclo mestruale possono interferire con i normali processi digestivi. Gli squilibri nel rapporto tra estrogeni e progesterone inducono un aumento eccessivo della motilità intestinale, che sfocia talvolta in episodi di diarrea, costipazione o difficoltà digestive.

Le medesime alterazioni ormonali, associate ad uno stato emotivo di stress e nervosismo, sono la causa di una cattiva digestione anche in menopausa ed in gravidanza.

Fin dall’inizio della gravidanza, gli aumentati livelli di progesterone inducono un rilassamento della muscolatura e la conseguente perdita di tono dello sfintere esofageo inferiore. Tutto ciò facilita la risalita del contenuto gastrico in esofago con acidità in bocca e bruciore. La situazione digestiva tendo poi a peggiorare a partire dal quarto mese quando la pancia comincia a crescere ed il feto comprime stomaco ed intestino.

Rimedi naturali per contrastare i disturbi digestivi

Alcune erbe e spezie sono utili per prevenire la flatulenza, l’eliminazione di gas e alleviare gonfiore, soprattutto dopo un pasto ricco e pesante. Alcuni carminativi possono essere la camomilla, il finocchio, la menta, il cardamomo e lo zenzero. Dunque, bere un’ottima tisana carminativa prima o dopo i pasti può essere molto utile per ridurre i disagi della cattiva digestione.

Aumentare la presenza di batteri intestinali buoni con i probiotici. I batteri acidophillus Lactobacillus e Bifidobacterium bifidum sono considerati batteri buoni, “probiotici”, perché possono aiutare a mantenere intatta la salute intestinale.

La digestione è il passaggio obbligato tra l’ingestione di cibi e il loro utilizzo da parte del nostro organismo tramite l’assorbimento delle sostanze nutritive nel sangue. Inizia, subito dopo l’introduzione dei cibi, nella bocca stessa.

Nella maggior parte dei casi i disturbi legati alla digestione si attenuano applicando semplici consigli ed allontanando gli alimenti più ostici… Dunque nessun allarmismo…

consumo di sale

Perché è importante ridurre il consumo di sale

Incoraggiare le aziende alimentari multinazionali a ridurre il sale nei loro prodotti e sensibilizzare i Governi a promuovere una strategia per la riduzione del consumo di sale. E’ questo l’obiettivo che si pone il World Action on Salt & Health (WASH), che ha promosso la Settimana mondiale di sensibilizzazione per la riduzione del consumo alimentare di sale.

Lo ricorda il Ministero della Salute che pone l’accento sui rischi per la salute, che derivano da un consumo eccessivo di sale, tra cui insorgenza di gravi patologie cardio-cerebrovascolari correlate all’ipertensione (infarto del miocardio e ictus cerebrale).

Un maggior consumo di sale è stato, inoltre, associato anche ad altre malattie cronico-degenerative, quali tumori dell’apparato digerente, in particolare quelli dello stomaco, osteoporosi e malattie renali.

Molte persone sono consapevoli del fatto che mangiare troppo sale fa male alla salute, ma pensano che ci si debba preoccupare solo in età matura. Questo non è vero poiché mangiare troppo sale durante l’infanzia aumenta la pressione sanguigna che poi si insinua nell’età adulta. Ecco perché è così importante ridurre l’assunzione di sale in tutte le età.

Inoltre la maggior parte della gente mangia troppo sale senza nemmeno rendersene conto. Questo perché fino all’80% del sale che mangiamo è già presente nel cibo che acquistiamo, compresi pane, cereali e dolci.

5 consigli per tenere sotto controllo il consumo di sale

Il tema della settimana 2018 è “5 ways to 5 grams”, per indicare 5 possibili vie per ridurre il consumo di sale fino al valore massimo raccomandato dall’OMS di 5 grammi al giorno (corrispondenti a circa 2 grammi di sodio al giorno).
WASH, grazie anche ai poster predisposti per l’occasione, suggerisce 5 azioni concrete da intraprendere per centrare l’obiettivo.

  • Scola e sciacqua verdure e fagioli in scatola e mangia più frutta e verdure fresche
  • Prova a diminuire gradualmente l’aggiunta di sale ai tuoi piatti preferiti, il tuo palato si adatterà al nuovo gusto
  • Usa erbe, spezie, aglio e limone al posto del sale per aggiungere sapore ai tuoi piatti
  • Metti il sale e le salse salate lontano dalla tavola, così i giovani non prenderanno l’abitudine di aggiungere sale
  • Controlla le etichette dei prodotti alimentari prima di acquistarli, ti aiuteranno a scegliere quelli a minor contenuto di sale.

Leggi anche Più peperoncino per dire addio al sale

Cancro al seno: la ricostruzione mammaria con Lipofilling e PRP

Di recente introduzione, nell’ambito della ricostruzione mammaria, è l’uso di cellule staminali provenienti da tessuto adiposo autologo in associazione a plasma ricco in piastrine. Nel tessuto adiposo, come nel midollo osseo, sono presenti, accanto agli adipociti, delle cellule staminali totipotenti che hanno la possibilità di differenziarsi in cellule di diversi tessuti. Quando si esegue un lipofilling (altrimenti detto lipostruttura o trapianto di grasso) sono proprio queste cellule staminali che sopravvivono e sono in grado di differenziarsi, inoltre possedendo capacità di neoangiogenesi contribuiscono ad un migliore trofismo locale dell’area interessata al trapianto.

Il lipofilling, inteso pertanto come trasferimento di cellule adipose, ma soprattutto di cellule staminali, ha diversi obiettivi e potenzialità: Riempimento, Ristrutturazione, Rigenerazione. Il riempimento è dimostrato dall’incremento volumetrico, la ristrutturazione e la rigenerazione sono evidenziati dai miglioramenti della qualità dei tessuti cutanei e sottocutanei in caso di trattamento di tessuti scarsamente irrorati come aree ulcerate, radiodermiti, radionecrosi e cicatrici di vario tipo.

Nell’ambito della chirurgia oncoplastica mammaria il lipofilling:

Può essere molto utile come integrazione e complemento della ricostruzione mammaria con protesi andando ad avvolgere ed imbottire la protesi aumentando lo spessore del tessuto sottocutaneo contribuendo a rendere meno evidente la protesi stessa, riducendo la sensazione di “seno freddo” spesso presente in caso di ricostruzione, aumentando il grado di ptosi con un aspetto più naturale della mammella ricostruita;

– Può essere utilizzato per reintegrare i volumi mancanti in caso di esiti di quadrantectomie, anche se non tutti concordano sull’opportunità del lipofilling in questi casi per le possibili recidive della malattia anche a distanza di molti anni; – Può essere utilizzato per correggere malformazioni e deformità di sviluppo che si presentano con asimmetrie volumetriche di modesta/moderata entità rispetto al seno controlaterale;

– Recentemente è stato proposto anche per la ricostruzione totale del seno dopo mastectomia; anche se, in tal caso, è opportuno sottolineare che sicuramente sono necessari più interventi a distanza di alcuni mesi con un iter ricostruttivo che, anche in caso di mammelle di piccolo volume, è sicuramente di almeno un anno/un anno e mezzo;

– Può rappresentare l’unica alternativa ricostruttiva nei casi di rigetto di protesi.

Le applicazioni del lipofilling a livello mammario possono essere pertanto molteplici e di grande rilievo. C’è unanimità di consenso nel considerare tale tecnica utile nel migliorare i risultati ottenuti con la ricostruzione mammaria, tuttavia deve essere utilizzata con cautela e, secondo il nostro avviso, non impiegata nei casi di interventi chirurgici per tumori particolarmente aggressivi (associati a linfangiosi neoplastica o neoplasie triple negative) o in interventi di quadrantectomia, per l’elevato rischio di recidiva associato al trapianto di cellule staminali. E’ stato inoltre dimostrato che non determina un ritardo diagnostico del carcinoma mammario, in quanto un radiologo esperto riesce a distinguere le calcificazioni legate al tumore da quelle dovute dalla liponecrosi del lipofilling.

Lipofilling: tempi chirurgici. Il lipofilling può essere eseguito in anestesia locale con sedazione in regime di day-hospital, oppure in anestesia generale in regime di ricovero. Prelievo: le incisioni nelle sedi del prelievo che possono essere diverse (pancia, braccia, cosce, fianchi) sono di pochi millimetri tali da permettere l’ingresso di microcannule che non determinano esiti cicatriziali. Il prelievo viene di norma effettuato con la tecnica della lipostruttura (tecnica sec. Coleman) che fa uso di una siringa da 10 ml con attacco Luer-lock e con una cannula di 3 mm di diametro e 15 o 23 cm di lunghezza, i cui fori di ingresso hanno dimensioni tali da permettere il passaggio delle particelle di tessuto adiposo attraverso il lume della siringa Luer-lock. In questo modo, durante l’aspirazione, viene mantenuta una bassa pressione negativa che riduce il traumatismo del processo sugli adipociti, preservandone la vitalità. Una volta che la siringa è stata riempita dal grasso aspirato, la cannula viene rimossa e un tappo Luer-Lock viene posto sulla siringa per sigillare l’apertura. Processazione del grasso prelevato: la purificazione del grasso prelevato può avvenire per centrifugazione e una volta rimosso lo stantuffo, la siringa viene posizionata in una centrifuga sterilizzata e fatta centrifugare a 3000 rpm per tre minuti o per decantazione.

La tecnica di Coleman, la più diffusa, utilizza come procedura di purificazione la centrifugazione ma indipendentemente dalla tecnica il risultato finale sarà la formazione in provetta di 3 strati: 1. lo strato superiore è oleoso e costituito essenzialmente da materiale fuoriuscito da cellule adipose traumatizzate; 2. lo strato inferiore è il più denso fra i tre ed è formato da sangue e soluzione fisiologica; 3. lo strato intermedio contiene cellule adipose vive che saranno poi infiltrate nella zona da correggere. Sia lo strato superiore che quello inferiore vengono rimossi rispettivamente usando stoppini assorbenti ed esercitando con lo stantuffo una lieve pressione; nella siringa rimane il solo strato intermedio. E’ infatti necessario isolare il più possibile gli adipociti da trapiantare al fine di diminuire la risposta infiammatoria dopo il reimpianto; se nel sito ricevente sono presenti molti detriti cellulari si sviluppa un’intensa reazione infiammatoria con l’attivazione delle cellule della flogosi. Trasferimento degli adipociti nella mammella da trattare: avviene con microcannule, senza lasciare cicatrici.

L’intervento non è doloroso e la durata varia a seconda della quantità di grasso da impiantare da 60 minuti a 2 ore. Nel post-operatorio è previsto l’utilizzo, nell’area del prelievo, di una guaina compressiva, per ridurre eventuali ecchimosi o gonfiori, che viene mantenuta generalmente per tre settimane dopo l’intervento. Sempre nel post-operatorio può essere presente un lieve indolenzimento delle aree trattate, controllabile comunque con antidolorifici di uso comune. Il ritorno alle normali attività è graduale, nell’arco di alcune settimane. Il risultato, apprezzabile già dopo le prime tre settimane, sarà definitivamente raggiunto a distanza di circa sei mesi dall’intervento. E’ opportuno sapere che per ottenere 100 cc di grasso purificato, pronto per essere iniettato, è necessario un prelievo di circa 250 cc di grasso che corrispondono ad una discreta lipoaspirazione e questo consente la correzione di difetti di modesta o moderata entità. Quantitativi decisamente più importanti sono necessari negli altri casi e, sempre a titolo esemplificativo, è bene segnalare che per ottenere un’integrazione volumetrica di circa una taglia, seppur considerando variazioni legate alla base della mammella iniziale, è necessario inserire almeno 300 cc di grasso “purificato”, cosa che implica un prelievo iniziale di 1500/2000 cc di grasso da altre parti del corpo. Ciò significa che possono essere candidate ad una mastoplastica integrativa con tessuto adiposo solo pazienti che hanno, in realtà, anche un’indicazione alla liposuzione. La necessità di trasferire questi quantitativi di grasso è da mettere in relazione al riassorbimento parziale del tessuto trasferito nei primi mesi dopo l’intervento; questo riassorbimento avviene in percentuale variabile non sempre facilmente prevedibile. Corretto è di conseguenza avvertire la paziente che eventuali reinterventi potranno essere necessari od opportuni. Sulla base di queste considerazioni, è comprensibile come siano in corso sperimentazioni cliniche di vario tipo con lo scopo di raggiungere risultati del tutto prevedibili. Si tratta, infatti, di una tecnica in continua evoluzione, per questo negli ultimi anni si è sperimentata l’associazione del lipofilling al PRP.

Platelet-Rich Plasma. Concentrato di sangue omologo o autologo che contiene un elevato numero di piastrine. E’ stato dimostrato che i fattori di crescita in esso contenuti (bFGF, PDGF e IGF, TGFalfa e beta, IGF I e II, EGF, VEGF) accelerano la proliferazione e la differenziazione delle cellule staminali e favoriscono la neoangiogenesi rendendo più efficaci e duraturi nel tempo gli effetti ottenuti con il lipofilling. Le proporzioni di PRP che devono essere miscelate al tessuto adiposo già processato sono di 0,5ml:1ml; prima che tutto il materiale prelevato possa essere trasferito, attraverso microcannule, nella mammella da trattare è necessario aggiungere 1 ml di miscela di calcio gluconato e batroxobina, aspirata in una siringa da 2,5 ml e gentilmente agitata (1 ml di attivatore per 20 cc di PRP); così facendo il concentrato piastrinico assumerà, nel giro di qualche minuto, consistenza gelatinosa dal momento che la batroxobina (enzima ad alto potere coagulante, con attività di tipo trombinica, isolato, mediante opportuni processi di purificazione, dal veleno del serpente brasiliano Bothrops Jararaca) è responsabile della polimerizzazione della fibrina in un gel insolubile, e con il calcio gluconato determina la degranulazione delle piastrine con conseguente rilascio di fattori di crescita e citochine. Il trasferimento nella mammella dovrà pertanto essere effettuato entro e non oltre 15 minuti, poiché il gel piastrinico formatosi dalla trasformazione del fibrinogeno in fibrina non riuscirebbe ad attraversare i fori delle microcannule.

L’uso del PRP è regolamentato a livello europeo dalla “Revisione del decreto legislativo 19 Ago 2005, recante attuazione della direttiva 2002/98/CE” con un Decreto Legislativo del 20 Dic. 2007, n 261, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.19 del 23 Gen. 2008. Secondo questa normativa solo i medici del Centro Trasfusionale di riferimento sono autorizzati a eseguire le procedure per la creazione, seguendo protocolli clinici definiti e utilizzando una strumentazione approvata e certificata CE, del PRP, pertanto i Centri che vorranno effettuare questo tipo di trattamento non potranno prescindere dell’ausilio di un Centro Trasfusionale. La regolamentazione europea e il marchio CE ne garantiscono la sicurezza biologica. Diversi studi presenti in letteratura dimostrano che gli effetti del lipofilling soprattutto in termini di mantenimento del volume mammario nel tempo, sono più efficaci se questo è associato al PRP.

Reggiseno biomeccanico. Utile ausilio, al fine di ottenere migliori risultati estetici con la tecnica di ricostruzione con Lipofilling e PRP; si tratta di un reggiseno biomeccanico, che, esercitando una pressione negativa sulle mammelle, svolge la funzione di espansore mammario esterno. Indossare questo speciale dispositivo prima di un intervento permette di preparare i tessuti a ricevere le cellule adipose e indossarlo nel post-operatorio permette di migliorare l’attecchimento del grasso innestato. Grazie all’associazione del reggiseno biomeccanico al lipofilling, è possibile innestare più grasso rispetto ad un semplice intervento di lipofilling e quindi ottenere un maggior aumento di volume e/o cambiamento di forma delle mammelle per le pazienti che desiderano sottoporsi ad una ricostruzione totale del seno post-mastectomia Questo sistema altamente tecnologico è composto da un reggiseno in cui è inserita una coppia di coppe semirigide che vengono appoggiate sopra le mammelle, dotate di un bordo in morbido silicone che permette di mantenere una pressione negativa all’interno. Ogni guscio è collegato ad una pompa aspirante alimentata a batteria che, grazie ad uno speciale microprocessore, consente di ottenere una pressione negativa costante di 15-25 mmHg. Cosi grazie alla pressione negativa che si viene a creare all’interno delle coppe, i tessuti mammari sono soggetti ad una tensione prolungata e tridimensionale: in risposta agli stress meccanici aumenta lo spazio in cui iniettare il grasso, permettendo di incrementare la quantità trapiantabile di cellule adipose. Inoltre si forma edema locale ed aumenta la vascolarizzazione, con conseguente miglioramento dell’attecchimento degli adipociti impiantati tramite il lipofilling.

Esistono diversi protocolli di utilizzo del reggiseno biomeccanico. Il più utilizzato prevede che il dispositivo venga indossato per 3 settimane prima dell’intervento: i primi 17 giorni deve essere indossato per 10 ore al giorno, gli ultimi 3 giorni prima dell’intervento di lipofilling del seno per 24 ore al giorno. Dopo l’intervento chirurgico il reggiseno biomeccanico deve essere indossato 10 ore al giorno per 45 giorni. Numerosi trial clinici ne hanno provato la sicurezza e l’efficacia. E’ stato inoltre approvato dalla FDA (Food and Drug Administration), l’autorità di vigilianza sanitaria americana, ed è stato certificato dall’ ASAPS, la società di chirurgia plastica americana. La maggior parte delle donne che hanno utilizzato questo dispositivo non ha lamentato particolare dolore o disagio. Possibili effetti sono legati ad un’intolleranza dei materiali e sono dati da eritema, edema cutaneo e talora rash cutaneo, in quest’ultimo caso si consiglia di sospendere il trattamento. Per ridurre al minimo i rischi di insorgenza di irritazioni cutanee, è consigliabile applicare un film a protezione della cute che verrà a contatto con il bordo in silicone delle coppe e una lozione lenitiva idratante non oleosa al termine di ogni applicazione per mantenere ben idratata la pelle.

A cura di: Dott.ssa Naida Faldetta – Specialista in Chirurgia Oncoplastica / Dott.ssa Francesca Sorrentino – Medico Chirurgo

Il trattamento delle teleangectasie degli arti inferiori: con il laser si può

Le teleangectasie degli arti inferiori rappresentano un problema piuttosto frequente la cui causa può essere ricercata in vari fattori: genetici, anatomici (frequentemente si possono riscontrare alterazioni valvolari del circolo venoso profondo), secondari ad obesità, prolungata stazione eretta e gravidanze, per citare i principali e più noti. È pertanto sempre importante una accurata anamnesi prima di suggerire un trattamento, considerato che a quest’ultimo vanno associate tutte le possibili azioni atte a ridurre l’influenza dei fattori predisponenti, per quanto non risultino in molti casi comprensibili o identificabili. Per la stessa ragione spesso risulta indispensabile un concomitante inquadramento clinico e strumentale (ecocolor doppler) in collaborazione con chirurghi e medici vascolari. L’inestetismo tende a rendersi più evidente con il passare degli anni, nonostante sia possibile riscontrarlo in soggetti talora molto giovani: in questi casi sono stati ipotizzati altri elementi scatenanti quali i cambiamenti ormonali associati alla pubertà, l’uso di estro-progestinici, l’abitudine ad indossare abbigliamento costrittivo e l’eccessiva esposizione solare.

Laser o sclerosanti? Conclusa la parte clinica al medico spetta successivamente il compito del trattamento di tipo fisico che a tutt’oggi si serve essenzialmente della scleroterapia e del laser. Nonostante i vari professionisti esprimano spesso preferenze personali nei riguardi di una piuttosto che di un’altra metodica, non sono tuttora disponibili studi clinici in cieco, randomizzati e controllati, che confrontino le modalità laser con la scleroterapia ed i pochi lavori disponibili comprendono coorti di pazienti troppo ristrette. Non dovrebbe pertanto considerarsi appropriato esprimere giudizi perentori in tal senso nonostante l’orientamento generale, prevalente tra gli addetti ai lavori, sembri unanimemente considerare le due metodiche strettamente complementari e non alternative. In particolare le terapie sclerosanti paiono più indicate nei vasi di calibro maggiore, superiore ai 1,5/2 mm, mentre il trattamento laser viene preferito nei vasi di calibro più piccolo e ritenuto unica alternativa in caso di vasi molto sottili (con diametro inferiore a mezzo millimetro) dal momento che utilizzando l’ago in questa situazione potrebbe essere alto il rischio di creare il cosiddetto “matting”, espressione della fuoriuscita del liquido dal vaso con conseguente neoangiogenesi post flogistica e successiva formazione di una fitta rete di capillari disposti a rete, molto sottili e difficili da trattare qualora non regrediscano spontaneamente.

Quali laser utilizzare? Il trattamento transcutaneo delle teleangectasie degli arti inferiori con apparecchiature laser risulta particolarmente impegnativo a causa delle caratteristiche di questo tipo di vasi localizzati a vari livelli di profondità e contraddistinti da una ampia variabilità di calibro nonché da differente struttura e specifiche di emodinamica. Per tali motivi per essere efficace la sorgente laser dovrebbe possedere una ottima affinità per l’emoglobina, una adeguata capacità di penetrare i tessuti ed un tempo di esposizione sufficientemente prolungato da determinare la lenta coagulazione della struttura vascolare: questa condizione ideale non è attualmente disponibile dal punto di vista tecnologico in nessuna delle apparecchiature esistenti. Così mentre per alcuni trattamenti, quali la fotocoagulazione delle malformazioni capillari piane con dye laser, esistono parametri ben stabiliti e consolidati, in questo ambito non si dispone di una lunghezza d’onda che possa soddisfare appieno tutti i requisiti richiesti nonostante negli anni si siano ricercati i migliori compromessi possibili tra i vari parametri.

Il laser Nd:Yag 1064 nm ad impulso lungo .La sorgente laser Nd: YAG 1064nm (normal mode) è stata nominata come trattamento di scelta per le teleangectasie degli arti inferiori nelle “Linee guida per il trattamento vascolare” pubblicate dalla Società Europea di Dermatologia Laser nel 2007. Da quasi un decennio pertanto questa apparecchiatura rappresenta un punto di riferimento internazionale per gli specialisti di questo settore. Nonostante la ridotta affinità per l’emoglobina, questa lunghezza d’onda permette infatti di raggiungere una maggior profondità nel tessuto e le caratteristiche tecniche dei laser oggi disponibili consentono all’operatore di poter disporre di una ampia gamma di spot, tempi di esposizione e fluenze. La scelta di questi fondamentali parametri di trattamento risulta essenziale per ottenere un risultato clinico ottimale attraverso l’accurata valutazione dell’end point che, per questo trattamento, è rappresentata dalla comparsa di un piccolo pomfo lungo il decorso del vaso accompagnato da una debole reazione infiammatoria perivasale al fine di un trattamento più accurato e per una più precisa valutazione dell’effetto sul tessuto è altamente consigliabile l’utilizzo di un visore a luce polarizzata.

Quali parametri utilizzare. L’obiettivo del trattamento è quello di veicolare il flusso di energia all’interno del vaso minimizzando il possibile danno alle strutture dermiche ed epiteliali circostanti: in generale si procede utilizzando il diametro di spot maggiore con la minor fluenza possibile in grado di determinare l’end point terapeutico. I valori assoluti delle grandezze dei parametri possono variare significativamente tra le apparecchiature appartenenti a diverse case manifatturiere. I diametri dello spot utilizzati a tal fine sono solitamente di 1.5, 3 e 6 mm: ad esempio per vasi di calibro attorno al millimetro si può utilizzare uno spot da 3 mm con tempo di esposizione variabile dai 20 ai 40 msec. All’aumentare del tempo di esposizione si dovrebbe ridurre la fluenza e viceversa. Lo spot da 6 mm viene generalmente utilizzato per vasi di calibro superiore a 1,5 mm utilizzando un tempo di esposizione attorno ai 40 msec e riducendo la fluenza rispetto a quella utilizzata con lo spot da 3 mm (ad esempio attorno ai 135j/cm2). Al contrario per vasi molto minuti e superficiali sarà possibile utilizzare uno spot di 1.5 mm aumentando la fluenza attorno ai 320 j/cm2 e riducendo il tempo di esposizione sino a 10 msec. È indispensabile un buon sistema di raffreddamento che verrà modulato con l’intento di minimizzare l’insulto termico che, dal vaso, potrebbe trasmettersi alle componenti dermiche. Successivamente alla avvenuta alterazione della struttura vascolare si assiste ad un progressivo riassorbimento degli elementi in un tempo variabile da 2 a 4 mesi. Solitamente dopo 2 mesi dalla prima seduta si programma un controllo per verificare l’avvenuta obliterazione dei vasi ed in caso di necessità si procede ad una ulteriore applicazione laser. Come detto il target ideale è rappresentato da vasi teleangectasici di colore tendente al blu od al rosso cupo, di calibro sino a 2 mm.

Preparazione alla seduta. È necessario presentarsi alla seduta con pelle detersa ed asciutta: è altresì consigliabile una perfetta depilazione, poiché la presenza di peli potrebbe interferire con il trattamento, ed una cute non abbronzata.

Norme da seguire dopo la seduta. Per circa una settimana viene consigliata l’applicazione di una crema antibiotica. L’uso di calze elastiche graduate può migliorare l’efficacia ed il mantenimento dei risultati ottenuti. Viene inoltre raccomandata una adeguata fotoprotezione solare in particolare per evitare la possibilità di iperpigmentazioni residue. Dato che il riassorbimento dei vasi trattati è un processo biologicamente di lunga durata si consiglia di verificare il risultato dopo 4 mesi dalla seduta. È sempre raccomandabile lo scatto di una foto a documentazione dei risultati ottenuti .

Effetti avversi. Se non vengono rispettati parametri di sicurezza possono crearsi alcune aree di disepitelizzazione conseguenti al danno termico con conseguenti esiti cicatriziali. Tra gli effetti avversi più frequenti si annoverano le discromie ed in particolare la tipica colorazione metacromatica che accompagna gli stravasi di emoglobina. Va ancora una volta ricordato che deve essere riposta particolare attenzione nell’evitare di colpire con laser ad impulso lungo eventuali aree tatuate: questa eventualità potrebbe arrecare ustioni anche severe ed importanti esiti cicatriziali. È pertanto importante coprire accuratamente i tatuaggi con mezzi fisici (ad esempio garze inumidite) o con correttori bianchi.

Controindicazioni al trattamento. Il trattamento non è consentito nelle donne in gravidanza accertata o presunta, nelle pelli recentemente abbronzate ed in pazienti che soffrono di patologie fotosensibili, come ad esempio il lupus. Particolare attenzione deve essere riposta nei confronti dei soggetti che assumono farmaci fotosensibilizzanti: pur essendo il laser una luce coerente, e quindi concettualmente diversa dalla radiazione elettromagnetica naturale, le possibilità di effetti avversi sono in questi casi sempre possibili. In casi dubbi una buona norma potrebbe essere quella di saggiare la sensibilità individuale trattando solo un’area corporea limitata e rimandando l’applicazione estesa dopo un controllo ad una settimana.

Conclusioni. I sistemi laser Nd:Yag 1064 nm ad impulso lungo sono sempre più utilizzati per il trattamento delle teleangectasie degli arti inferiori. Sono caratterizzati da una sorgente solida (cristallo di granato di alluminio ed ittrio drogato con neodimio) in grado di emettere una lunghezza d’onda di 1064 nm che ha la caratteristica di poter penetrare il tessuto molto profondamente: lo svantaggio consiste nel porsi al di fuori della cosiddetta “finestra ottica” della cute, di possedere una affinità per i cromofori ridotta e più vicina all’acqua e di subire in maniera maggiore il fenomeno dello scattering. Nonostante ciò la corretta applicazione laser, che non può prescindere da una buona conoscenza dell’apparecchiatura sia teorica che pratica, permette di ottenere eccellenti risultati nel trattamento dei vasi sino ai due millimetri di calibro. Per il raggiungimento del corretto end point terapeutico è tuttavia indispensabile l’attento bilanciamento dei principali parametri operativi, l’utilizzo di adeguati sistemi di raffreddamento e di visori a luce polarizzata.

A cura di: Dott. Davide Brunelli – Specialista in Dermatologia e Venereologia

 

Bibliografia

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