Esporsi al sole da ragazzi previene la miopia in età adulta

I raggi del sole possono prevenire la comparsa della miopia in età adulta

Che il sole sia fonte di benessere per il nostro organismo è risaputo. Il beneficio più importante è senza dubbio la produzione di vitamina D, essenziale per la crescita e la conservazione di denti e ossa. Ma non è tutto. Secondo una recente ricerca, stare più a lungo al sole da bambini e fino all’adolescenza potrebbe ridurre sensibilmente il rischio di diventare miopi da grandi.

La prova scientifica arriva da uno studio condotto dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine, pubblicato di recente su Jama Ophthalmology.

Lo studio
I ricercatori hanno esaminato un campione di over 65, che includeva 371 persone affetti da miopia e 2.797 sani, ‘estratti’ da uno studio europeo, lo European Eye Study. E’ emerso che un aumento dell’esposizione ai raggi UVB, quelli che presi ad alte concentrazioni sono responsabili delle scottature, dall’età di 14 anni fino ai 19 anni e dai 20 a 39, risultava associata a una ridotta probabilità di contrarre la miopia.

Una corretta alimentazione per il benessere dei nostri occhi
È opportuno consumare molta frutta, verdura (peperoni, pomodori, carote, ma anche vegetali a foglia verde come lattuga e spinaci) e seguire una dieta povera di grassi. Può essere utile – in soggetti affetti da distrofie retiniche – l’assunzione di complessi multivitaminici (vitamina A, C ed E, ma anche selenio, zinco e luteina) per ridurre ulteriormente lo stress ossidativo e proteggere le cellule della retina.
Frutta e verdura contengono vitamine benefiche per il metabolismo dell’occhio e della retina: vitamina C (fragole, kiwi), betacarotene (carote, albicocche), omega 3 (salmone, sgombro). Consigliabile è anche il consumo di verdure a foglia verde che contengono luteina e zeaxantina (vitamine specifiche per la retina degli occhi) e di mirtilli, capillaro-protettori importanti per la salute della complessa rete vascolare del microcircolo.

 

L’alimentazione pre-gravidica: occhio al peso e alle cattive abitudini

Noi siamo il risultato di ciò che nostra madre mangia

Lo stile di vita pre-gravidico può influenzare la vita del nascituro?
La risposta è si; numerosi studi hanno evidenziato quanto i regimi alimentari e le abitudini pre-gravidiche possano influenzare la vita del nascituro al pari, o in alcuni casi anche più, dei regimi adottati durante la gestazione.

Negli ultimi anni le ricerche scientifiche si stanno concentrando sull’epigenetica, una branca della genetica che studia i cambiamenti fenotipici, indipendenti dalle sequenze del DNA, regolati da sistemi di attivazione e inattivazione del nostro genoma che possono essere ereditati dalle generazioni successive e risentono fortemente dei fattori ambientali. L’ipotesi dell’origine fetale propone, infatti, che alcuni geni del feto possano essere “accesi” o “spenti” in base agli stimoli segnalati dall’ambiente a cui è stata esposta la madre in gravidanza.

Gli effetti della malnutrizione materna sono stati ampiamente studiati nei soggetti nati durante la seconda guerra mondiale in Olanda, a seguito della grande carestia che colpì la popolazione, costringendo le madri ad un regime dietetico molto scarno; eppure i meccanismi genetici dei nascituri si adattarono a tale condizione ambientale sviluppando un fenotipo che riuscisse a sopravvivere, immagazzinando grasso più efficacemente rispetto a coloro che non erano stati esposti ad un periodo di carestia nella vita uterina.

Fortunatamente le odierne condizioni ambientali sono ben lontane rispetto a quelle della seconda guerra mondiale, anzi le percentuali di popolazione obesa sono in costante aumento; ciò significa che coloro che sono nati tra il ’44 e il ’45 in Olanda saranno più avvantaggiati in un periodo di forte carestia, ma al contrario tenderanno a liberarsi con maggiore difficoltà del grasso in eccesso e avranno un rischio maggiore di contrarre diabete e malattia cardiovascolari.

Noi siamo il risultato di ciò che nostra madre mangia, per quanto possiamo migliorarci con una sana alimentazione e un’adeguata attività fisica è sempre bene ricordarsi, soprattutto quando ci si paragona a modelli più o meno realistici, che i nostri geni vengono programmati durante la vita uterina e ci accompagneranno per tutta la nostra esistenza; tuttavia se non possiamo “combattere” i nostri geni possiamo però adoperarci per garantire un corredo corretto per le generazioni future. Una meta-analisi condotta nel 2009 ha evidenziato come, rispetto alle donne normopeso, quelle obese o in condizione di malnutrizione avevano maggiore probabilità di partorire bambini con difetti cardiovascolari, della formazione del tubo neurale e dell’idrocefalo e molti altri difetti congeniti.

Pertanto è auspicabile una perdita di peso prima del concepimento, in modo da garantire un ambiente ideale alla crescita del feto che non lo condanni a sviluppare disturbi e disordini in età adulta. In condizioni di conclamata obesità, potrebbe verificarsi anche anovulazione e pertanto difficoltà di concepimento.
Tuttavia è stato dimostrato che in donne con IMC (Indice di Massa Corporea) tra 29 (sovrappeso) e 35 (obesità) anche piccole perdite di peso (circa 4-5 kg) in 6 mesi potevano avere un’enorme influenza sulla fertilità favorendo un concepimento naturale.

Tuttavia l’allerta non nasce solo per le donne che si affacciano alla prima gravidanza, ma anche e soprattutto, per le madri che faticano a perdere i kg eccessivi acquistati con gravidanze precedenti e ne programmano di nuove.

Una ricerca del Karolinska Instituet di Stoccolma ha evidenziato come il rischio di morte prima della nascita o nell’arco del primo anno di vita cresca in modo esponenziale se l’aumento ponderale tra la prima e la seconda gravidanza supera i 6 kg. Le percentuali di rischio si aggirerebbero intorno al 27% per le donne che avevano acquistato dai 6 agli 11 kg rispetto al loro peso stabile e fino al 60% per coloro che superavano gli 11 kg; al contrario si riduceva del 50% per i figli nati da donne che avevano ridotto di 6 kg il peso acquistato nella prima gravidanza.

Pertanto il consiglio per le donne in età fertile che programmano una gravidanza, anche a lungo termine, è quello di apportare quanto prima cambiamenti al loro stile di vita con un’alimentazione ipocalorica, che favorisca il calo ponderale, integrata da un’adeguata attività fisica che, oltre a coadiuvare il dimagrimento, può avere notevoli benefici anche durante la gestazione migliorando significativamente alcuni effetti sgradevoli che possono presentarsi in gravidanza come nausea, vomito e stipsi.

Particolare importanza nell’alimentazione non lo riveste solo la quota calorica, in quanto abbiamo precedentemente visto come anche le donne malnutrite siano esposte ai medesimi rischi di quelle sovrappeso, ma anche la composizione dei macro e micronutrienti presenti nella dieta quotidiana. Si consiglia di ridurre o eliminare gli alimenti a calorie “vuote”, in favore di frutta e verdura, prediligere i cereali integrali e fonti proteiche magre come pesce e carni bianche limitando il consumo di cibi più grassi come carni rosse o prodotti lattiero-caseari.

Infine si consiglia di prestare particolare attenzione al ferro, essenziale per il corretto sviluppo neurologico del feto, la cui integrazione è molto importante in gravidanza, ma è bene che il suo stoccaggio avvenga prima del concepimento onde evitare che si verifichino carenze.

A cura di
Laura Coluccio
Biologa nutrizionista

Buoni voti a scuola? La scienza ha scoperto i cibi per essere i primi della classe

Secondo un recente studio, per essere sempre al top negli studi, sia a scuola che all’università, andrebbe seguita una dieta che contenga un certo di tipo di alimenti.

I cosiddetti “cibi amici” che avrebbero effetti benefici sulle nostre capacità intellettive e di apprendimento, in associazione ad una regolare attività fisica.

La formula magica? Il ferro contenuto in alcuni alimenti, tra cui verdure a foglia verde, legumi, cereali, frutta secca (pistacchi e noci), cioccolato fondente e poi carne  (sia rossa che bianca). L’apporto costante di questo elemento nel nostro organismo può regalare migliori prestazioni scolastiche.

LO STUDIO

La ricerca è stata condotta da un team di scienziati della University of Nebraska-Lincoln e della Pennsylvania State University, e pubblicata su The Journal of Nutrition.

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Gli studiosi hanno preso in esame 105 donne che frequentavano l’Università, di età compresa tra i 18 e i 35 anni, ed hanno analizzato la media dei voti e il livello di attività fisica.

I RISULTATI

Le studentesse risultati con i più alti livelli di ferro accumulato avevano i voti migliori. Più in generale, coloro che erano più in forma e avevano adeguate riserve di ferro risultavano avere voti superiori alla media.

In sintesi, l‘attività fisica ed una dieta ricca di ferro può essere la chiave del successo tra i banchi.

Alimentazione e longevità: la dieta per vivere a lungo e meglio

La Nutrizione ha subito negli ultimi anni una rivoluzione così significativa che, data l’esiguità del tempo in cui è avvenuta, non rende ancora possibile la capacità d’interpretarne gli effetti, se non alla luce d’ipotesi oscillanti tra ragionevoli certezze e probabili previsioni. Da una parte abbiamo quindi la necessità di adeguare i nuovi modelli alimentari al complesso delle reazioni biochimiche dal quale dipendono l’efficienza funzionale e lo stato di salute dell’organismo, da un’altra invece vanno considerati le interazioni tra i nutrienti e l’espressione genica che regola gran parte dell’espressione fenotipica dell’uomo (nutrigenomica).

I cibi possono influenzare l’invecchiamento dei nostri geni accorciando fino al loro danneggiamento precoce e irreversibile i cosiddetti “marcatempo” dei cromosomi, cioè i telomeri, ossia la parte terminale del cromosoma composta di DNA che non genera alcun prodotto proteico. Confrontando, infatti, i telomeri di un quarantenne a dieta americana (JunK food) con un coetaneo a dieta mediterranea, si potrà verificare come il primo abbia già esaurito il suo potenziale di vita cellulare. Nonostante i notevoli vantaggi identificati e pur riconoscendo che i prodotti vegetali utilizzabili dall’uomo sono moltissimi, esistono ancora troppe persone, con particolare riferimento all’età pediatrica, che poco o nulla li apprezzano, lamentando spesso presunte intolleranze o difficoltà digestive.

Le vitamine
Il patrimonio vitaminico varia dai peperoni, cavoli, fragole, more e agrumi (vit. C) ai carotenoidi (precursori della vit. A) o al licopene (antiossidante) dei pomodori, del cocomero, e delle albicocche, oppure ai polifenoli delle mele, pesche, susine e ciliegie. E’ opinione largamente diffusa che tutta la frutta sia sempre e comunque una miniera di vitamine. Mentre le tabelle di composizione degli alimenti evidenziano che il contenuto vitaminico delle varie specie di frutta è molto specifico, limitandosi a una o due vitamine, con assenza nel singolo frutto di altri gruppi vitaminici.

Nasce quindi l’esigenza di una variabilità quotidiana nell’ambito di un’alimentazione equilibrata, non trascurando la possibilità di un’integrazione, in particolari stati fisiologici o patologici. Un altro argomento emergente nell’ambito delle ricerche sull’invecchiamento è il mantenimento dell’attività mitocondriale.

Lo studio
Molti studi indicano che un’adeguata funzione dei mitocondri è essenziale per l’invecchiamento in buona salute. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori, in un periodo dal 2006 al 2013, hanno prima raccolto il plasma e poi quantificato il DNA mitocondriale in esso presente di 831 soggetti sani di diverse nazionalità europee, di età compresa da uno a 104 anni, tra cui 429 individui appartenenti a «fratrie» (coppie di fratelli o sorelle) oltre i novanta anni. I dati raccolti hanno consentito di scoprire che con il processo d’invecchiamento aumenta la quantità di DNA mitocondriale circolante nel plasma e, studiando le famiglie di persone molto anziane, che esiste anche un forte controllo genetico di questo livello.

«Il DNA mitocondriale – spiega Andrea Cossarizza, lo scienziato dell’Università di Modena e Reggio Emilia che ha coordinato lo studio – è rilasciato nella circolazione quando una cellula muore e di conseguenza si rompe. Questo DNA ha una forma particolare, diversa dal DNA presente nel nucleo, poiché i mitocondri sono organelli derivati dalla fusione di cellule batteriche con cellule nucleate, avvenuta miliardi di anni fa, e hanno mantenuto l’originale caratteristica genetica. Quando il sistema immunitario avverte la presenza di questo DNA, di derivazione “batterica”, innesca un’infiammazione che tende ad auto-mantenersi. La capacità di controllare la produzione e il rilascio di DNA mitocondriale, da un lato, e i suoi effetti, dall’altro, sono quindi la chiave di lettura del come e perché s’invecchia. Queste osservazioni – commenta Cossarizza – aprono nuove prospettive sia all’interpretazione di molti fenomeni biologici legati all’invecchiamento sia allo sviluppo di nuove strategie (terapeutiche e comportamentali) per migliorare lo stato di salute della persona anziana».

Proteine
Tra i macronutrienti, la raccomandazione d’introduzione delle proteine è di circa 0,8-1 g per Kg di peso corporeo. Tutti i prodotti di origine animale – carni, pesce, latticini – sono ricchi di sostanze associate a cancro e cardiopatie: grassi saturi, colesterolo, acido arachidonico. Ma non è solo il contenuto di grasso a rendere l’eccesso di consumo di prodotti animali potenzialmente patogeno: le proteine di origine animali stimolano l’aumento nell’organismo di ormoni cancerogeni, come il fattore di crescita insulino simile 1 (IGF-1). Tale fattore accelera il processo d’invecchiamento, favorendo in tarda età la formazione e diffusione di cellule neoplastiche in diversi tipi di tumori (colon, prostata, mammella).

Verdure
In età adulta invece una ridotta concentrazione di IGF -1 si associa a una diminuzione dello stress ossidativo e delle infiammazioni e a una migliore sensibilità insulinica. Cibi di origine vegetale, come semi, leguminose, verdure a foglia, non innalzano i livelli di IGF-1, non contengono sostanze pro infiammatorie e sono ricchi di agenti fitochimici antinfiammatori favorevoli il benessere e la longevità.

A cura di:
Dott. Claudio Messere
Specialista in Scienza dell’Alimentazione e Dietologia

La giusta alimentazione per una abbronzatura graduale

Con l’approssimarsi della bella sta­gio­ne le giornate diventano sempre più cal­de e assolate, ecco che in molti sen­ti­rete l’esigenza di scoprirvi ed espor­vi ai raggi del sole per prendere un po’ di colorito. Per esporsi al sole, correttamente e sen­za pericoli, é fondamentale conoscere il proprio fototipo, che ci permette di co­noscere la sensibilità individuale alle radiazioni solari e quindi essere in grado di calcolare il tempo di esposizione al sole senza danni (macchie cutanee, eri­tema, invecchiamento della pelle, me­la­nomi) grazie alla scelta di un filtro ade­guato alle proprie caratteristiche.

Non tutti sanno che, per essere salutare e duratura nel tempo, l’abbronzatura de­ve essere presa gradualmente, con mode­razione e con l’adeguata pro­te­zio­ne so­lare. Secondo il grado di espo­si­zio­ne e la sen­sibilità alle radiazioni solari il fo­to­ti­po varia: dal tipo I che si scotta fa­cil­men­te e difficilmente si abbronza, al tipo IV che si scotta poco e si abbronza ra­pi­da­mente. Il grado di abbronzatura dipende dalla formazione di un pigmento, la mela­nina, che nel fototipo I sarà scarsa. Per questo molto spesso in que­sti sog­get­ti si manifesta l’eritema solare, men­tre nei fototipi III e IV i raggi UV attivano i melanociti che avviano la sin­tesi di suf­ficienti quantitativi di me­la­ni­na da alcuni aminoacidi essenziali (ti­ro­sina, trip­tofano e fenilalanina). Questi ami­no­acidi essenziali sono forniti attraverso l’a­li­men­tazione che, so­prat­tut­to in as­so­cia­zione all’uso di adeguati filtri solari e rispettando i giusti tempi di esposizione, ci garantisce una sana abbronzatura.

Molto spesso questo pro­cesso inizia dal­la tavola: vediamo come una dieta ade­guata sia fondamentale per preparare la nostra pelle all’espo­si­zione per questa ­e­sta­te:
1. Bere 2 litri d’acqua al giorno, necessaria a mantenere un’adeguata idra­ta­zio­ne e reintegrare le perdite che in questo periodo aumentano con la sudorazione.
2. Aumentare il consumo di frutta e verdura di stagione (l’OMS raccomanda cinque porzioni al giorno) al­me­no un mese prima dell’esposizione. È importante assumere frutta e verdura per il loro contenuto in vitamine e sali minerali. In particolare sono da pre­ferire i cibi ricchi in carotenoidi, pre­cur­sori della vitamina A (le carote con­ten­go­no ben 1200 microgrammi di vitamina A ogni cento grammi di pro­dotto, più del doppio della razione giornaliera raccomandata o RDA), tra cui il beta-carotene che stimola la sintesi di melanina oltre a difendere la pelle grazie al suo potere an­tios­si­dan­te.

Il beta-carotene é un pig­mento aran­cio­ne con­tenuto in molte varietà di frutta e ver­du­ra a cui con­fe­ri­sce un colore che varia dal giallo al rosso. Ne sono par­ti­co­lar­men­te ricchi frutti come le al­bi­coc­che, i cachi, i meloni, le pesche, le arance e verdure come le ca­rote, i pomodori, la zucca gialla, i pe­pe­roni rossi ma anche verdure a foglia verde come gli spinaci, i broccoli, le rape e la cicoria. Per ga­ran­tire un apporto adeguato di vitamine (in particolare A, C, E) é bene variare spesso i colori dei cibi che si por­tano in tavola. Alternando vegetali gialli, verdi e aran­cioni, oltre a fare il pieno di vi­ta­mi­ne, che attivano le reazioni bio­chi­mi­che senza apportare calorie, si as­su­mo­no sostanze an­tios­si­danti che han­no la fun­zione di pro­teg­ge­re il nostro or­ga­ni­smo, quindi anche la pel­le, dal­l’in­vec­chia­mento.

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Gli apporti gior­na­lieri consigliati dai LARN
 (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia) sono di:
vi­ta­mi­na A 0,7mg (uomo) 0,6mg (donna) con­tenuta in cibi come olio di fegato di pesci e fegato di mam­miferi, latte, burro, for­mag­gi, uova. Vi­ta­mina C 40-100 mg, contenuta negli alimenti di origine ve­ge­tale e frutta: agrumi, kiwi, i peperoni, i pomodori e gli ortaggi a foglia verde. Vitamina E 8mg, contenuti in cibi come germogli di cereali, olio di girasole, ara­chide e d’oliva, fegato, uova, latticini, insalata verde, pomodori, legumi verdi, semi e frutti oleosi.

Bere almeno 2 litri d’acqua al giorno e consumare cinque porzioni al giorno di frutta e verdura (quantitativo raccomandato dall’OMS), sempre nel rispetto del proprio fabbisogno calorico giornaliero, é la ricetta per avere una pelle sana e protetta. Oltre a frutta e verdura non dobbiamo dimenticare il pesce, un alimento importante per il suo contenuto di acidi grassi es­sen­ziali Omega-3 (2-4,4 g/die), preziosi per l’elasticità della pelle e l’i­dra­tazione e quindi nella prevenzione delle rughe. Im­por­tan­ti sono anche i sali minerali, in par­ti­co­lare zinco (7,5-20 mg/die) e zolfo (5g/die) che gio­cano un ruolo nella pro­te­zio­ne della pelle. Cibi ricchi in zin­co (ostriche e granchi, frutti di mare, carne, pesci azzurri, uova, formaggio, noci e germe di grano) aiu­ta­no nella re­go­la­zio­ne della pro­duzione di sebo e nella lotta contro l’acne; cibi ricchi di zolfo (uova, aglio, legumi, ca­vo­lo, carne magra e pe­sce.) aiutano a ri­pa­rare i tes­suti e a ren­dere più elastica la pelle, svol­gendo an­che un’attività an­tios­si­dan­te, pre­ve­nen­do la pe­ros­si­da­zio­ne lipidica e ri­du­cendo la formazione di radicali liberi.

Consigli dietetici: consumare sempre la colazione, ri­bat­tez­zata der­mo­co­la­zio­ne al 2˚Congresso In­ter­na­zio­nale di Der­ma­tologia Plastica.

I cibi consigliati so­no: latte o yogurt scremati (ricchi di fer­men­ti lattici che aiutano la flora bat­terica in­te­sti­na­le), centrifugati freschi di frutta e ver­du­ra o spremute di agrumi per ave­re una pelle sana e lucente, associando al con­sumo di frutta due fette di pane in­te­gra­le con un velo di burro e mar­mel­lata senza zuccheri ag­giun­ti, così da ga­ran­tire “energia pronta” per la prima parte della giornata. E an­co­ra, una buona taz­za di caffé che, oltre a darci l’energia giusta per af­fron­tare le mille attività della giornata, tonifica i vasi sanguigni e aiuta il me­ta­bo­li­smo cutaneo. Preferite, tra i condimenti, l’olio ex­tra­ver­gine di oliva, importante perché au­menta l’assorbimento del beta-carotene.

Evitare i cibi pesanti che, specie nei gior­ni più afosi, affaticano l’apparato di­ge­sti­vo (carne rossa, insaccati, zucchero bianco, fritture e cibo spazzatura) che promuovono la produzione di radicali liberi, danneggiando così la pelle dal­l’in­terno. È consentito un consumo moderato di vino rosso (1 bicchiere a pasto per gli uomini e mezzo per le don­ne), per il suo apporto di resveratrolo (una potente sostanza antiossidante). Se siete astemi o in sovrappeso, potete fare il pieno di antiossidanti mangiando i melograni, frutti dagli effetti an­tios­si­danti paragonabili a quelli del tè verde, superiori al vino rosso, uva e kiwi. Per concludere ripetiamo che, per ot­te­nere i suddetti benefici, bisogna seguire questo tipo di alimentazione già un paio di mesi prima dell’esposizione.

A cura di: Dott. Giovanni Alberti – Specialista in Medicina Estetica – Dott. Nadia Sichera – Specialista in Dietologia