ambliopia

L’ambliopia: la sindrome dell’occhio pigro

L’ambliopia interessa in genere un solo occhio e si sviluppa nei primi anni di vita

L’ambliopia è nota comunemente come occhio pigro. Il termine, infatti, deriva dal greco ἀμβλύς che vuol dire ottuso, debole, pigro, e dalla radice ops, visione. L’occhio ambliope è un occhio debole, infatti pur clinicamente sano, non sembra svolgere il proprio compito assicurando una corretta visione.

E’ una condizione che, quasi sempre, interessa un solo occhio. Si sviluppa nei primi anni di vita quando si determina una riduzione della stimolazione sensoriale dovuta a uno squilibrio funzionale tra i due occhi.

«Nell’ambliopia, uno dei due occhi fornisce un’immagine sfocata, nettamente differente da quella fornita dall’altro occhio ed è per questa ragione che il cervello non è più in grado di fondere le due immagini in una» ha spiegato il dott. Marco Verolino, specialista in oftalmologia. Quando questo accade, il cervello ignora l’immagine sfocata inviata dall’occhio “pigro”. Il risultato è che il sistema visivo cerebrale per quell’occhio non sviluppa una vista normale con perdita di acuità visiva. La sensibilità all’insorgenza dell’ambliopia si riduce gradualmente fino ai 6-8 anni, in concomitanza con il completamento dello sviluppo del sistema visivo.

Cause

I fattori che possono provocare l’insorgenza dell’ambliopia si dividono in tre categorie: anisometropia, ossia la condizione in cui tra i due occhi esiste una grande differenza di rifrazione; strabismo, che consiste in disallineamento dei due bulbi oculari con una deviazione degli assi visivi causata da un malfunzionamento dei muscoli oculari estrinseci; deprivazione sensoriale, ossia qualsiasi impedimento o patologia oculare che non faccia pervenire una normale stimolazione visiva a uno degli occhi (cataratta congenita, ptosi palpebrale, opacità corneali, emovitreo, ecc).

Sintomi

Si stima che il 3-4 % dei bambini sotto i 6 anni hanno una qualche forma di occhio pigro, che si verifica di solito in un occhio solo. Molti genitori non sono consapevoli della condizione visiva del figlio perché i bambini non riferiscono alcun sintomo e si adattano a quella che è la propria condizione visiva. Molti bambini non vengono diagnosticati ambliopi fino a quando i loro occhi sono esaminati da un oculista in età più avanzata.

Diagnosi

Una diagnosi precoce è molto importante allo scopo di ottenere un recupero funzionale completo, perché l’ambliopia è una patologia ben curabile solo se trattata in età infantile (entro i 9-10 anni di età). E’ fondamentale che la diagnosi e cura siano gestite da un oculista esperto, in quanto si va a modificare la capacità percettiva dell’organo della vista che regola 80% delle interazioni di un soggetto con lo spazio che lo circonda.

Terapie tradizionali

La prima cura consiste nel mettere l’occhio ambliope nelle migliori condizioni visive, correggendo il difetto visivo o eliminando gli ostacoli che impediscono la corretta visione. Si deve poi cercare di stimolare l’occhio pigro; per fare questo il medico pianificherà un percorso da seguire per agire con una azione deprivativa sull’occhio dominante in modo da bilanciare la visione dei due occhi. Spesso il solo uso di lenti e colliri non è sufficiente e bisogna coprire l’occhio sano.

La terapia viene chiamata “bendaggio”: consiste nell’applicazione di una benda o cerotto coprente sull’occhio dotato di migliore funzionalità. Deve essere approntata seguendo le indicazioni del medico oculista: è molto importante che le indicazioni vengano seguite con attenzione e precisione. Queste terapie possono durare molti mesi. Durante la cura i genitori non devono assecondare la richiesta, da parte del bambino, di togliere la benda. Infatti, se si esaudisse questa richiesta, si vanifica l’azione terapeutica e il danno diviene non recuperabile.

Nuove terapie

Studi clinici hanno evidenziato nuove possibilità terapeutiche per soggetti ambliopi adulti, suggerite dalla dimostrazione che un esercizio intensivo in compiti di discriminazione visiva comporta un miglioramento delle capacità percettive in individui adulti normali. Tale fenomeno, che prende il nome di apprendimento percettivo, è considerato una delle forme di plasticità del sistema visivo maturo e promuove il recupero (almeno parziale) della funzionalità visiva dell’occhio ambliope nei pazienti sottoposti al trattamento.

Il buon esito del trattamento dipende da numerosi fattori, tra cui il grado di compromissione della capacità visiva, il tipo di ambliopia, il tempo dedicato alla terapia riabilitativa, l’età di inizio della cura e la collaborazione del paziente.

Prevenzione

Per un genitore è molto difficile accorgersi se uno dei due occhi vede di meno, soprattutto quando non è presente uno strabismo. È indispensabile, quindi, che venga effettuata una visita medica oculistica in età pediatrica. Questo perché il modo migliore per affrontare l’ambliopia è prevenirla, cioè eliminare tutte le cause che possono provocarla.

L’ambliopia rappresenta un importante problema socioeconomico, in quanto limita la qualità di vita degli individui adulti: comporta un deficit di sviluppo delle normali capacità di localizzazione spaziale e percezione della profondità, infatti, determina una riduzione del rendimento scolastico e delle occasioni di inserimento lavorativo.

Molti disturbi avvertiti in applicazioni visive continuative, ma anche molti disturbi posturali, nella pratica di sport, nella vita domestica possono essere attribuiti ad alterazioni della visione.

Le malattie delle palpebre: entropion, ectropion, ptosi, dermatocalasi

Cosa sono le palpebre?

Dott.ssa Olimpia Guarino Specialista in Oftalmologia

Sono spesse membrane muscolo-fibrose in grado di ricoprire completamente la parte anteriore del bulbo oculare. La palpebra superiore è più sviluppata e più mobile della palpebra inferiore. Ciascuna palpebra presenta due facce: anteriore cutanea e posteriore congiuntivale. Al margine libero le palpebre sono provviste di ciglia, ghiandole sebacee e sudoripare.

A cosa servono?

Le palpebre sono fondamentali per proteggere l’occhio dagli agenti esterni. La loro funzione è determinante per la salute della cornea: sbattendole frequentemente (ammiccamento) si ha la distribuzione continua del film lacrimale sulla superficie oculare; quando ciò non avviene la cornea può andare incontro a danni, ad esempio a cheratiti ulcerose.

Quali sono i processi patologici che possono colpire le palpebre?

Possiamo avere delle anomalie di forma, di posizione o di alterato movimento.

Entropion

Le palpebre si rivoltano verso l’interno: si verifica l’introflessione del bordo libero palpebrale. Le ciglia, in questa condizione, si vengono a trovare a contatto col bulbo oculare e lo graffiano. Le lesioni della cornea si possono spesso trasformare in ulcere; è ciò che può avvenire, ad esempio, se si è colpiti da  tracoma, una malattia oculare che affligge i Paesi in via di sviluppo.

Cause: da alterazioni muscolari, senile, cicatriziale e il blefarospasmo. Con quest’ultimo termine si intende una contrattura e ipertrofia (rigonfiamento) del muscolo orbicolare ossia del muscolo di forma ad anello che assicura la chiusura palpebrale.

Terapia: l’entropion può essere temporaneo o definitivo, congenito o acquisito. In caso di entropion definitivo la terapia è chirurgica; per quello temporaneo, invece, si possono applicare dei cerotti che tendono la palpebra, riportando il margine ciliare nella sua posizione naturale. Di fondamentale importanza è la salute della cornea: l’ammiccamento comporta un continuo passaggio delle ciglia (in posizione anomala) sulla cornea; questo passaggio provoca ferite corneali che vanno tempestivamente trattate prima che diventino ulcere.

La cornea, in questi casi, può essere protetta con una lente a contatto, con colliri o pomate a base di antibiotici e riepitelizzanti (che accelerano il processo di guarigione dei piccoli graffi sulla superficie oculare). Lo stato corneale influisce sulle scelte ed i tempi terapeutici ma, in caso di danni alla cornea, l’intervento chirurgico deve avvenire il prima possibile.
Più complessa è la terapia del blefarospasmo; ciò che dà ad oggi maggior risultati è l’infiltrazione del botox (tossina botulinica), mediante un ago sottilissimo, nelle palpebre e attorno ad esse. I risultati non sono definitivi, ma durano 2-4 mesi. La risposta a questo tipo di terapia non è omogenea.

Ectropion

E’ l’eversione permanente della palpebra. Tale affezione può riguardare entrambe le palpebre (superiore ed inferiore), ma quella inferiore è maggiormente colpita. È un’alterazione che comporta modificazioni sia statiche che dinamiche. Naturalmente l’ectropion può manifestarsi in modi diversi: si va dal I grado, con cui si verifica un lieve allontanamento della palpebra dal bulbo oculare, al III grado, in cui si ha una completa eversione della palpebra (con conseguente esposizione della congiuntiva fino al fornice).

In questo caso la congiuntiva – per la continua esposizione – va incontro a modificazioni iperplastiche che favoriscono il mantenimento della posizione errata. Con l’ectropion al III stadio è presente una lacrimazione continua (epifora); quindi ci si asciuga continuamente le lacrime, ma proprio questa azione determina sfregamenti ripetuti sulla zona palpebrale e la macerazione della cute. Entrambi questi fattori sono responsabili della dermatite eczematosa, che provoca la retrazione dei tessuti a causa delle formazione di cicatrici, la quale a sua volta aggrava l’ectropion.

Si può distinguere:

1. Una forma atonica dovuta alla perdita della tonicità del muscolo orbicolare; in questo caso si avrà la caduta e la progressiva retrazione del margine palpebrale.
2. La forma spastica è, invece, dovuta a una contrazione di una parte del muscolo orbicolare; tale contrattura parziale determina l’ectropion. Questi casi sono tipici delle persone anziane o di pazienti giovani affetti da processi infiammatori corneali o congiuntivali.
3. La terza forma ha come causa la  paralisi del facciale, che determina il blocco del muscolo orbicolare.
4. L’ultima forma è causata, invece, dalla retrazione cicatriziale in cui evolvono varie affezioni come: traumi, lupus, neoplasie cutanee, periostiti del contorno orbitario e tumori cutanei.

Terapia. E’ chirurgica e va instaurata prima di avere complicazioni corneali congiuntivali o dermatologiche. Ci sono varie tecniche di intervento, a scelta del chirurgo in base al tipo di ectropion (in modo da ottimizzare il risultato estetico e funzionale).

Ptosi

Con questo termine si intende un’anomala ed involontaria chiusura della palpebra superiore. L’occhio colpito appare socchiuso: si ha la cosiddetta “palpebra calante”. La ptosi può essere acquisita o, più spesso, congenita. La classificazione in base all’entità prevede tre stadi: lieve, media e grave; il livello di gravità è valutato in base al grado di abbassamento della palpebra superiore misurato in millimetri. La ptosi media e grave può interferire con la vista: la palpebra superiore può scendere fino a coprire la pupilla. In caso di ptosi congenita una tale evenienza va corretta immediatamente per evitare l’ambliopia.

Cause. Sono molte e complesse. Le principali sono le seguenti:
1. meccaniche, che possono bloccare l’elevazione della palpebra (tumori, processi infiammatori congiuntivali gravi);
2. traumatiche (fratture del tetto dell’orbita, ferite palpebrali);
3. muscolari (ptosi senile,  miastenia gravis, ipertiroidismo);
4. neurogena (paralisi del nervo oculomotore, emicrania oftalmica, sclerosi multipla).

Terapia. E’ importante distinguere le ptosi permanenti da quelle transitorie. Le prime necessitano di una terapia chirurgica che possa rafforzare il muscolo elevatore della palpebra superiore o l’utilizzazione di un altro muscolo che possa svolgere le medesime funzioni. Le ptosi transitorie richiedono una terapia chirurgica specifica. Per entrambe, quando non sono di natura senile, è fondamentale scoprire e curare la patologia che le ha determinate.  Spesso la ptosi è un primo importante sintomo di disturbi neurologici: non va mai sottovalutata.

Dermatocalasi

Confusa spesso con la ptosi, è legata alla senescenza (in entrambi i casi si ha la caduta della palpebra superiore); ma potremo definire la dermatocalasi come un eccesso di epidermide della palpebra superiore associata a una perdita di tonicità (“lassità”). Ha spesso solamente un valore estetico e, di conseguenza, l’intervento è finalizzato a migliorare l’aspetto.

A cura di
Dott.ssa Olimpia Guarino

Specialista in Oftalmologia

Disturbi alla vista nei bambini: prevenzione e diagnosi precoce

Uno sviluppo anomalo del senso visivo determina nel bambino uno sviluppo anomalo generale perché il bambino impara “imitando”. La sua vista non è molto nitida e poiché l’universo visivo del neonato è limitato in distanza, esso si sviluppa soprattutto nella visione da vicino. La visione non è innata e non resta uguale per tutta la vita, ma si modifica, matura nel corso della crescita: l’occhio è programmato per apprendere. Ben presto la proiezione dei suoi interessi si amplia e non sarà sempre possibile toccare o gustare ciò che ha destato la sua attenzione: deve perciò accontentarsi di osservare. Ma, attenzione, egli non è capace di esprimersi. Sta, pertanto, ai genitori osservare che non abbia disturbi visivi.

Sfortunatamente questi difetti possono esistere, sebbene di solito non siano gravi: se presi in tempo, quindi, possono essere guariti, ma, viceversa, diventare irreversibili. Di qui è comprensibile l’importanza di un esame oculistico precoce. Ammettere a scuola, per imparare a leggere e scrivere, bambini di cui non si è accertata la capacità visiva, è grave. E’ dunque fondamentale il ruolo dei parenti e dei medici, in primis i pediatri, che seguono il bambino fin dai primi momenti di vita.

Se il bambino ha un difetto visivo, probabilmente potrà essere curato. Bisogna, però, ricordare che il traguardo può richiedere anni di trattamento, ma la vista è d’importanza assoluta. Innanzitutto occorre osservare attentamente gli occhi del bambino e il suo comportamento.

SINTOMI

Può essere segno di allarme e comunque richiede consulenza oculistica il bimbo che presenta una serie di disturbi.

  1. Occhi particolarmente voluminosi o piccoli o che non si aprono regolarmente o storti;
  2. Occhi rossi o lattiginosi;
  3. Pupille di grandezza o colore diverso (pupilla bianca: cataratta congenita);
  4. Intolleranza alla luce (chiude un occhio quando è colpito dalla luce forte);
  5. Lacrimazione persistente e abbondante anche quando non piange;
  6. Preme frequentemente le dita sugli occhi chiusi;
  7. A un mese non fissa una persona o un oggetto a 2 metri di distanza (manca di interesse per gli stimoli visivi);
  8. Al terzo mese non segue regolarmente con lo sguardo una luce che si muove davanti a lui, la sua mimica è povera, non sorride;
  9. Presenta movimento continuo degli occhi a piccole o grandi scosse (nistagmo);
  10. Cade frequentemente, inciampa, non vede gli ostacoli;
  11. Dice di vedere doppio (diplopia);
  12. Mantiene una posizione viziata del capo (torcicollo oftalmico);
  13. Strizza gli occhi quando vede un oggetto distante o si avvicina troppo all’oggetto che interessa;
  14. Cefalea dopo prolungato lavoro visivo.

Appena nato il bambino è capace di vedere, se abbagliato le pupille reagiscono, è attratto dalle luci e dal movimento. La capacità di fissare del neonato diviene netta tra la seconda e la quarta settimana di vita. L’apprendimento visivo massimo si ha fino all’età di 2 anni, poi, lentamente, continua fino ai 4-8 anni, allorché la visione diventa uguale a quella di un adulto.
Il neonato oltre a sviluppare l’acutezza visiva del singolo occhio deve imparare a coordinare i movimenti di ambedue gli occhi. Per ottenere questo risultato deve indirizzare gli occhi sull’oggetto che gli interessa facendo in modo che la sua immagine cada sui punti delle due retine che si corrispondono (fovea). Quest’attività motoria simultanea dei due occhi è strettamente legata alla percezione simultanea delle due immagini: se le due immagini sono “uguali”, il cervello le fonderà (fusione) in una percezione unica e stabile: avrà così una visione binoculare normale.

IL SENSO DELLA VISTA NEI BAMBINI

Il processo mentale di apprendere l’uso coordinato dei due occhi, ne assicura la posizione diritta. I due occhi fissano gli oggetti da due angoli leggermente diversi; pertanto, le immagini arrivano da ciascun occhio viste da diversa angolatura, ma il cervello, con il meccanismo della fusione, non solo le unisce in un’immagine unica, ma da questa disparità ottiene preziose informazioni come la possibilità di apprezzare di un oggetto non solo il colore, ma anche la sua localizzazione, sia nello spazio circostante che in rapporto a noi (stereopsi). Questa peculiarità può essere poco utile nella visione per lontano, ma può essere richiesta per certe professioni ed essere indispensabile in attività lavorative a distanza ravvicinata.
Affinché la funzione visiva si sviluppi normalmente, occorre l’integrità anatomica dei bulbi oculari, delle vie ottiche e una corretta refrazione. Quest’ultima avviene in funzione di tre parametri: la lunghezza dell’occhio, la curvatura della cornea e la potenza del cristallino; l’equilibrio armonioso di questi tre elementi permette alle immagini che arrivano all’occhio di proiettarsi con nitidezza sulla retina.

L’occhio è uno strumento assai complesso. Semplificando si può dire che funzioni come una sofisticata macchina fotografica con la quale vi sono molte analogie: anche l’occhio, infatti, possiede lenti, diaframma, pellicola; può persino zoommare (accomodazione). La cornea e il cristallino formano gli obiettivi: tra di loro è interposta l’iride, di colore diverso a seconda degli individui, che ha un foro centrale (pupilla) in grado di stringersi ed allargarsi a seconda dell’intensità dell’illuminazione, come fosse un diaframma.

Grazie agli obiettivi cornea e cristallino, perfettamente trasparenti ai raggi luminosi e di potere ottico esatto, attraversando una sostanza gelatinosa trasparente che da forma all’occhio (vitreo), l’immagine va a fuoco sulla retina che funziona come una pellicola fotografica a colori e che riveste interamente la parte media e posteriore del bulbo oculare. La distanza focale di questo sistema a riposo è dunque tale che, in un occhio normale, emmetrope, l’immagine di un oggetto situato all’infinito finisca esattamente a fuoco sulla retina. Quando uno qualsiasi di questi elementi è imperfetto, l’immagine risulta imperfetta. Se le immagini degli oggetti distanti si formano davanti alla retina, perché l’occhio è troppo lungo oppure il sistema ottico è troppo forte rispetto alla lunghezza del bulbo, l’immagine che si focalizza è percepita confusamente: in questo caso l’occhio è detto miope. Sono miopi i bambini molto prematuri.

La visione per lontano non è buona e il bambino per aiutarsi, può strizzare gli occhi o cercare di avvicinarsi all’oggetto che lo interessa per apprezzarne i dettagli. In genere gli oggetti vicini sono visti bene per cui ci potrà essere un maggior interesse del bambino per quelle attività che gli risultano più agevoli, mentre potrà tendere ad estraniarsi dai giochi che richiedono buona percezione di oggetti lontani, come avviene per le attività all’aria aperta.

Nella miopia congenita ed elevata vi possono essere danni oculari più o meno progressivi a carico della corio-retina; questo tipo di miopia, fortunatamente, non è molto frequente nel bambino. Più frequentemente la miopia appare nel corso dell’accrescimento ed è talora progressiva fin oltre i 20 anni. Si corregge con lenti negative che fanno proseguire fin sulla retina i raggi luminosi provenienti da lontano. La letteratura scientifica moderna ritiene che la miopia debba essere corretta totalmente e la correzione portata a permanenza. Il difetto opposto per cui le immagini vengono focalizzate al di là della retina si chiama ipermetropia ed è generalmente causata da un occhio troppo corto oppure da un sistema ottico troppo debole rispetto alla lunghezza del bulbo: l’immagine è percepita sfocata.

Il bambino è capace automaticamente, cambiando la forma del suo cristallino (accomodazione), di portare l’immagine sul piano retinico. Questo può provocare, soprattutto nella visione da vicino, stanchezza, bruciore oculare, cefalea, tipicamente alla fine di una giornata di studio ( il bambino talora rifiuta lo studio preferendo attività meno gravose). In alcuni bimbi l’eccessiva stimolazione dell’accomodazione, esercitata per vedere nitido, può indurre una deviazione degli occhi verso l’interno, visibile anche nello sguardo da lontano (strabismo accomodativo). Nel bambino nato a termine si genera una ipermetropia che è normale per l’età, ma che durante la crescita può ridursi, tanto da regredire alle volte del tutto, raggiungendosi così l’emmetropia.

Questa ipermetropia normale e moderata del neonato non necessita abitualmente di correzione, salvo che non sia più nettamente marcata in un occhio; in questo caso potrebbe avvenire un cattivo sviluppo di un occhio rispetto all’altro e si deve pertanto correggerla (ambliopia). Parimenti l’ipermetropia si corregge se è elevata o se produce disturbi soggettivi o se provoca anomala ed eccessiva convergenza dei bulbi oculari. Per correggerla si usano lenti positive che riportano a fuoco sulla retina l’immagine sfuocata sollevando l’occhio da un’eccessiva accomodazione; a seconda dei casi se ne prescrive l’uso saltuario o permanente.

Un altro difetto della messa a fuoco è l’astigmatismo: esso è dovuto al fatto che mentre la cornea normale ha una superficie sferica, nell’occhio astigmatico ha un profilo ellissoidale, pertanto, gli oggetti sono visti alquanto indistinti, perché ogni singolo punto non è visto come tale, ma come una linea. La visione è diminuita e talvolta anche la correzione con occhiali è imperfetta. Spesso l’astigmatismo non è un difetto isolato, ma si associa ad altri difetti refrattivi come la miopia o l’ipermetropia, dando così luogo a numerose combinazioni. ù

L’astigmatismo è un difetto subdolo che talora non manifesta sintomi particolari perché il bambino vi si adatta fin dalla primissima età. Possono suggerirne l’esistenza la cefalea, lo strizzare le palpebre per vedere più nitido, l’avvicinarsi per vedere meglio gli oggetti, la presenza di posizioni viziate del capo. Quando l’astigmatismo riduce l’acuità visiva o diventa sintomatico si corregge nella maniera più precisa e completa con lenti cilindriche usate a permanenza.

Un bambino ipermetrope, durante lo sviluppo, può raggiungere l’emmetropia, perché l’occhio che era troppo corto si è allungato, ma se il processo continua, può diventare addirittura miope. Il bambino miope, invece, resterà sempre miope: l’occhio che è eccessivamente lungo non potrà mai accorciarsi.

SOGGETTI A RISCHIO

Inoltre, alcuni bimbi hanno più probabilità di altri di avere difetti visivi se:

  • I genitori portano gli occhiali;
  • I genitori o parenti sono strabici o ipovedenti;
  • I genitori sono consanguinei; –
  • I genitori hanno malattie oculari ereditarie;
  • I parenti hanno problemi visivi;
  • Il bimbo è nato pre-termine o ha avuto patologia neonatale;
  • La madre in gravidanza ha avuto malattie trasmissibili al feto.

Quindi i difetti che interferiscono con la messa a fuoco delle immagini sulla retina si chiamano difetti di refrazione e si correggono con lenti adatte a compensare l’errore di costruzione dell’occhio e a rendere nitide le immagini che arrivano sulla retina. La refrazione di un bimbo può cambiare nel corso degli anni e deve pertanto essere verificata periodicamente tramite visita oculistica annuale. Un difetto refrattivo banale può trasformarsi in una grave menomazione per il futuro adulto: è quindi fondamentale accertare lo stato di salute degli occhi.

E’ tempo di scuola, è tempo di controllare la vista

Con l’estate ormai alle spalle, per i bambini è tempo di tornare a scuola. Frenetica è l’attività delle mamme alla preparazione per l’attività scolastica, ma non bisogna trascurare le possibili problematiche e la valutazione della funzione visiva. L’età scolare rappresenta un momento delicato nel processo di sviluppo e maturazione dell’organo della vista. Le abitudini attuali, soprattutto dei giovani, hanno portato ad una progressiva riduzione delle attività svolte all’aria aperta, con conseguente modifica delle richieste visive che si espletavano in uno spazio dinamico, aperto e libero, a sollecitazioni essenzialmente centrate su distanze ravvicinate e statiche, in ambienti chiusi e artificialmente illuminati. Simili abitudini comportamentali finiscono per provocare alterazioni sia a livello strutturale-anatomico, con insorgenza di problemi visivi quali miopia, astigmatismo, ecc., che a livello dell’integrazione corticale, dove si organizzano ed elaborano le informazioni visive, con ripercussioni caratteriali ed influenze sugli atteggiamenti posturali. Molto importante è da segnalare la correlazione che esiste tra il sistema visivo e la postura del corpo nello spazio.

Molti genitori riferiscono che il proprio figlio gode di una buona vista! E’ importante sottolineare la differenza tra vista e visione. Con il termine vista si intende la acuità visiva, cioè la capacità di distinguere i dettagli a distanza. La visione invece è la capacità di capire e interpretare quello che vediamo, cioè captare le informazioni, processarle e ricavarne un significato. Non basta misurare quante righe un bambino riesce a leggere, è necessaria una valutazione complessiva che può essere effettuata solo da un medico specialista, un oculista. Quando un bambino entra nel periodo della scolarizzazione, due dei processi intellettuali che dovrà sviluppare sono la lettura e la scrittura. Leggere è un processo complesso, che mette in gioco il lettore e la sua relazione con il testo e l’informazione che ha davanti. Le capacità cognitive del lettore lo aiuteranno a dare un significato compiuto a tutto quello che leggerà. Per una corretta lettura gli occhi devono compiere una serie di movimenti sincroni. I movimenti saccadici sono movimenti oculari rapidi che si usano per passare da una parola all’altra mentre si legge o per cambiare linea. L’obiettivo dei movimenti saccadici è di riallineare gli occhi quando la fovea perde di vista l’oggetto. La fissazione è la capacità di movimento degli occhi affinché l’immagine di nostro interesse sia percepita da una porzione centrale della retina, detta Fovea, con la massima capacità discriminante. I movimenti di inseguimento sono movimenti lenti, come il seguire con gli occhi un oggetto che si muove davanti al nostro campo visivo, e servono per aumentare al massimo la quantità dei dettagli che si possono ottenere da un oggetto in movimento L’accomodazione è la capacità dell’occhio di messa a fuoco a distanze differenti. Un esempio tipico dell’uso dell’accomodazione avviene a scuola per copiare dalla lavagna al quaderno. Disturbi dell’accomodazione comportano visione sfuocata da lontano e a distanza intermedia dopo un lavoro prolungato da vicino, mal di testa nelle arcate sopracciliari dopo un tempo prolungato a svolgere applicazioni da vicino, stanchezza oculare, disturbi dell’umore, pseudomiopia da sforzo accomodativo.

La convergenza. Quando si guarda un oggetto posto a distanza finita, gli assi visivi dei due occhi devono modificare il loro assetto, da parallelo a convergente sul piano orizzontale fino a formare un angolo con il vertice sull’oggetto osservato. Quanto più vicino è posto l’oggetto osservato, tanto maggiore sarà la rotazione dei due bulbi oculari verso il naso. La rotazione dei bulbi oculari verso il naso si chiama convergenza e si ottiene tramite la contrazione dei muscoli estrinseci (oculomotori), in particolare dei retti mediali o interni. In situazioni normali, cioè quando la convergenza dei due assi si effettua senza alcuna difficoltà, si ha ortoforia: ciò significa che i due muscoli antagonisti di ogni singolo occhio, deputati alla rotazione dei bulbi oculari sul piano orizzontale, sono fra di loro in equilibrio. La binocularità è la capacità di integrare l’informazione che viene dai due occhi. Questo consente di percepire un’unica immagine fondendo ciò che vede ciascun occhio separatamente.

Le patologie oculari gravi del bambino sono piuttosto rare. Molta attenzione va posta nei confronti di problemi comuni nei bambini in età scolare, che hanno una prevalenza stimata tra il 5-10%. La principale azione di prevenzione di alcune patologie della funzione visiva può essere svolta dal pediatra, che nel sospetto di una possibile ambliopia e/o di uno strabismo invia all’oculista per gli accertamenti del caso. È importante sottolineare però, che problemi anche di una certa entità possono non dare sintomi evidenti, e perciò è bene enfatizzare l’importanza dei controlli. Allo stesso modo non bisogna credere che lo strabismo sia sempre indice di un problema visivo grave; vale comunque sempre la pena di verificarne l’origine. L’ambliopia o “occhio pigro” è uno dei disturbi della vista che più di frequente viene scoperto in età adulta. Succede che uno dei due occhi, o tutti e due, per un difetto (o perché troppo lungo – miopia -, o troppo corto – ipermetropia -, o per una curvatura di superficie irregolare – astigmatismo), non proietta sulla retina un’immagine perfettamente a fuoco, trasmettendone di conseguenza una di qualità scadente al cervello; quest’ultimo ha difficoltà a decodificarla e tende allora a “scartarla”, concentrandosi su quella fornita dall’occhio di qualità migliore. Il sistema occhio-cervello continua a maturare fino ai 12 anni per poi assestarsi; dopo quest’età, se non si è fatto niente, l’occhio pigro non è più in grado di sviluppare una funzione visiva adeguata. In casi rari può accadere un recupero funzionale dell’occhio ambliope, ma in misura molto ridotta, solo se l’altro occhio subisce un danno grave con profonda riduzione della vista.

Nella cura degli occhi, soprattutto per quanto riguarda la funzione visiva, è molto importante sottoporsi a controlli regolari, anche se non si hanno disturbi manifesti. Infatti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, possono aversi deficit visivi anche senza che questi siano evidenti, e solo una visita può dare la sicurezza di non aver nessun problema. Le scadenze ideali per questi controlli sarebbero quelle raccomandate dalla Società degli Oculisti Americani: il primo andrebbe effettuato entro il sesto mese di vita, e, di seguito, a tre, cinque, otto, dodici, quattordici e diciotto anni.