caduta dei capelli

Alopecia: il punto sulle nuove tecniche

La FUE e la FUT sono le due principali tecniche chirurgiche di trapianto follicolare

Con il termine alopecia si intende un diradamento o una perdita più o meno diffusa dei peli e dei capelli. Il termine, introdotto per la prima volta da Ippocrate di Kos nel V secolo a.C., deriva dal greco attico ἀλώπηξ (volpe), in quanto la volpe perde il pelo a chiazze policicliche in autunno e in primavera. Lo sviluppo e la crescita dei peli e dei capelli avviene con la successione di fasi di crescita (anagen), di arresto (catagen) e di caduta (telogen) in maniera periodica. Nella specie umana, non esiste una sincronizzazione interfollicolare delle differenti fasi.

Le forme di alopecia sono assai numerose e diverse tra loro e le cause possono essere genetiche, da patologie puramente dermatologiche o conseguenza di affezioni internistiche come ipertiroidismo, ipoparatiroidismo, lupus eritematoso, insufficienza renale, situazioni carenziali di ferro e zinco e farmaci (antinfiammatori non steroidei, retinoidi orali, contraccettivi orali contenenti progestinici, anticoagulanti, ipolipemizzanti, androgeni, antitiroidei, anticonvulsivanti e citostatici). Tra le forme acquisite predominano senza dubbio l’alopecia areata e quella androgenetica (AGA).

L’alopecia areata (area Celsi) è probabilmente una malattia multifattoriale che implica una predisposizione genetica e meccanismi di tipo autoimmune in cui si verifica un blocco funzionale della crescita del pelo in aflegmasia, cioè senza infiammazione (Foto 1). Alla risoluzione della noxa, pertanto, si ha la ricrescita del pelo con ripresa della cheratinogenesi prima e della melanogenesi dopo.

Proprio per questo, i capelli in ricrescita possono presentarsi, in primo tempo, canuti e successivamente riprendere il colore originario (Foto 2). Spesso l’alopecia areata è correlata a tireopatie di tipo autoimmune, in particolare la tiroidite linfocitaria cronica di Hashimoto. Gli ormoni tiroidei, infatti, sono coinvolti nella regolazione di alcune importanti funzioni fisiologiche del nostro organismo, come ad esempio lo sviluppo e il sostentamento della cute e la regolazione dell’attività dei follicoli piliferi.

L’AGA, accettata mal volentieri soprattutto dall’universo femminile, rappresenta oggi una delle cause maggiori di ricorso al dermatologo. Si stima che il 30% delle donne e oltre il 50% degli uomini ne sia affetto (Foto 3). La sua gravità viene valutata secondo la scala di Ludwig-Savin nella donna e la scala di Norwood-Hamilton nel maschio (Foto 4). Nella valutazione dell’efficacia del trattamento dell’alopecia androgenetica va sempre ricordato che i risultati non sono mai evidenti prima dei tre mesi e che alla sospensione si può ritornare alla condizione di partenza. Gli interventi invasivi vanno limitati ai casi in cui le terapie precedenti non hanno prodotto risultati soddisfacenti e nei quali la patologia ha un grave impatto sulla vita di relazione del paziente.

Foto 4
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I trattamenti
I principali tipi di trattamento sono di tipo topico, sistemico e chirurgico. La laser-therapy si sta sempre più affermando negli ultimi anni. Senza dubbio, il farmaco topico più utilizzato è il Minoxidil. Tale molecola è stata scoperta nel 1980 come antipertensivo visto che ad uso orale è dotata di una potente attività vasodilatatoria. Si osservò solo successivamente un particolare effetto collaterale: l’irsutismo. Venne così intrapresa una straordinaria sperimentazione con il fine di determinare la crescita dei capelli e combattere l’alopecia androgenetica. Insieme alla finasteride è, attualmente, l’unico farmaco approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) per la cura dell’alopecia androgenetica: risulta efficace in circa 1/3 dei pazienti trattati. E’ utilizzato in soluzione dal 2 al 5% da applicare una o due volte al dì per almeno 3-5 mesi. Il suo utilizzo come antipertensivo è stato quasi del tutto abbandonato.
In passato sono stati utilizzati altri farmaci, ora in completo disuso: androgeni steroidei e non steroidei e rubefacenti. Per il trattamento sistemico trova indicazione la finasteride. Tale farmaco, interagendo con la testosterone 5-alfa reduttasi di tipo II grazie al suo terminale ter-butilico, inibisce la conversione del testosterone in diidrotestosterone che è la causa principale del progressivo assottigliamento del bulbo pilifero. Il dosaggio utilizzato è di 1 mg/die con miglioramenti già evidenti dopo i primi 3 mesi di trattamento. In donne affette da alopecia androgenetica ed ovaio micropolicistico può trovare indicazione il ciproterone acetato associato ad etinilestradiolo. L’utilizzo di altre sostanze come integratori alimentari, amminoacidi e vitamine è ancora oggi oggetto di studi.
Le nuove tecniche
Un nuovo ed importante target terapeutico per l’alopecia androgenetica potrebbe essere il recettore WNT (wingless-related integration site). Le WNT sono proteine fondamentali per la ricrescita ciclica dei capelli. Mentre per la terapia farmacologica il tempo pare essersi quasi fermato, nuovi orizzonti si aprono per le terapie di tipo chirurgico e laser. In passato, con risultati poco soddisfacenti, sono state impiegate le tecniche dell’autoinnesto operando i prelievi di piccoli ciuffi o singoli capelli (mini-micrografts) dall’area donatrice con laser chirurgico a CO2 e successivamente innestati nelle aree riceventi.
Negli Stati Uniti è stato messo a punto un rimedio laser, approvato dalla FDA, per la caduta dei capelli e la prevenzione della calvizie e, attualmente, si sta diffondendo anche in Italia: LLLT (low level laser therapy). Incoraggianti sembrano essere i risultati con netto miglioramento della qualità e del calibro dei capelli. Altra terapia ugualmente interessante è la fotobiostimolazione LED (Light Emitting Diode) nel trattamento dell’alopecia areata e dell’AGA, da sola o in combinazione con PRP (Plasma Ricco di Piastrine) ed autoinnesto.
Oggi si distingue, sostanzialmente, tra due principali tecniche chirurgiche: la FUT (Follicular Unit Transplantation) e la FUE (Follicolar Unit Extraction). Quest’ultima è una tecnica di autoinnesto di capelli con prelievo diretto delle unità follicolari. Questo approccio di tipo chirurgico consta di due momenti, la fase di espianto e quella di impianto. Durante la fase di espianto, viene creata una finestra a livello della zona donatrice (solitamente occipito-nucale) in cui i capelli sono rasati mentre quelli della zona di impianto rimangono della lunghezza originale. Dopo aver anestetizzato la cute con anestetici locali le singole unità follicolari vengono prelevate con piccoli bisturi circolari.
Questa tecnica di espianto permette inoltre alla zona donatrice di non subire cambiamenti estetici apprezzabili. Durante la fase di impianto, la zona viene dapprima anestetizzata con anestetici locali e le unità follicolari vengono alloggiate nella cute seguendo il naturale orientamento dei capelli in modo tale da ottenere capelli naturali che potranno essere lavati, pettinati e tagliati normalmente. L’altra tecnica è la FUT: autoinnesto di capelli che consiste nel prelievo di una striscia di cuoio capelluto (strip). La principale differenza tra le due è legata all’estrazione delle unità follicolari. Nella FUT si preleva una losanga di pelle del cuoio capelluto che contiene i follicoli che sono solo successivamente estratti.
Con la FUE le singole unità follicolari sono estratte direttamente dallo scalpo. Per quanto riguarda invece gli esiti cicatriziali, la FUT lascia una sottile cicatrice lineare nella parte posteriore dello scalpo, la FUE solamente delle micro cicatrici in forma di piccoli puntini. La decisione di quale metodo di estrazione utilizzare dovrebbe essere soppesata durante un consulto con il chirurgo plastico/dermochirurgo. Entrambe le tecniche hanno ottime prospettive di successo. Oggigiorno, visti i minori esiti cicatriziali, la minore invasività e i costi contenuti sempre più frequentemente ci si affida alla FUE.
A cura di: Dott. Giuseppe Lodi – Polo Dermatologico Aversa

Capelli che cadono: quali rimedi?

I capelli sono parte integrante ed essenziale dell’aspetto esteriore della persona e la loro perdita é difficilmente accettata con indifferenza, poiché l’avere una sembianza gradevole é considerato da molti una prerogativa fondamentale del successo. Di conseguenza la calvizie é spesso vissuta come una me­nomazione an­sio­ge­na e de­pri­mente che può condizionare negativamente la vita di relazione del­l’individuo.

Constatare il progressivo de­pau­peramento della propria “criniera” può essere vissuto dal maschio come una perdita di virilità e dalla donna come perdita di femminilità determinando uno stato di notevole insicurezza.

Le fasi di crescita del capello

È utile puntualizzare alcuni importanti concetti. Nell’adulto i follicoli piliferi han­no un’attività ciclica in cui vengono pro­dotti i singoli capelli che cadono, dopo una fase di crescita che dura dai 2 ai 4 anni, avendo compiuto il proprio ciclo vitale. Dopo un periodo di riposo di circa 3 mesi i follicoli iniziano a riattivarsi producendo nuovi capelli. Questo “turn-over” continuo determina quella piccola perdita di capelli quo­ti­diana che non deve pre­occupare in quanto espressione di questo normale meccanismo fisiologico.

I problemi insorgono quando il numero dei capelli inizia a diminuire evidenziando aree di cuoio capelluto che diventano via via sempre più diradate. Ciò accade per una eccessiva caduta, come dopo il parto o in se­guito ad un trauma psico-fisico o come manife­sta­zio­ne di uno stato carenziale, oppure per una diminuita ricrescita, co­me accade nella Alopecia Androgenetica o cal­vi­zie comune.

Come comportarsi 

La prima cosa da fare é pertanto for­mu­lare una diagnosi corretta che consenta di capire la natura del problema e di instaurare una terapia adeguata. Il medico competente in am­bito tri­co­lo­gico é lo Specialista Der­ma­to­lo­go che, nell’ambito della con­sul­tazione, in­qua­dre­rà il problema, con­si­glie­rà gli even­tua­li ac­cer­ta­menti e pro­por­rà gli op­por­tuni ri­me­di spe­cifici per ogni sin­go­lo caso. Al giorno d’oggi esiste un ven­taglio di op­por­tunità terapeutiche che con­sen­to­no di dare risposte adeguate a molti pro­ble­mi. Si possono, ad esem­pio, pre­scri­ve­re in­te­gra­tori ali­men­tari spe­ci­fici in caso di ca­ren­za accertata di una so­stan­za, cu­ra­re una malattia del cuo­io ca­pel­lu­to che causa la ca­duta dei ca­pel­li, rie­qui­li­bra­re nel­la don­na uno stato or­mo­nale al­te­ra­to, in­ter­ve­ni­re su alo­pe­cie di ori­gi­ne psi­co-somatica.

I trattamenti

La forma di alo­pe­cia di nor­ma più pre­oc­cu­pan­te é sen­za dub­bio l’Alopecia An­dro­ge­ne­ti­ca, dove l’insieme del­la ere­di­ta­rietà e dell’influenza degli or­moni maschili por­tano ad un pro­gres­sivo di­ra­damento dei ca­pel­li nella parte cen­tra­le del cuoio ca­pel­luto. Per combattere questa condizione esi­sto­no alcune te­ra­pie mediche come la finasteride che tende a rallentare la per­dita di capelli, la quale però dif­fi­cil­men­te si arresta completamente. A cal­vizie ormai in­stau­rata non esiste, a tut­t’oggi, alcuna te­ra­pia medica che pos­sa in alcun modo re­stituire la chioma per­du­ta. Ma mentre la medicina stenta ancora a dare risposte concrete al pro­ble­ma della calvizie, la chirurgia der­ma­tologica ha fortunatamente da tempo messo a pun­to delle tecniche risolutive, di cui la più perfezionata ed efficace é l’Au­to­tra­pian­to di capelli. Questa me­to­dica consente di trasferire i bulbi piliferi della regione posteriore del cuoio ca­pel­luto nelle zone in cui sono venuti a man­care i capelli. Dopo un pe­ri­odo di at­tec­chi­mento di circa tre mesi questi bulbi produrranno nuovi capelli che ri­pri­sti­ne­ranno una situazione este­tica molto sod­disfacente e naturale.capelli_prima

capelli_dopoTale metodica, che viene eseguita a li­vel­lo ambulatoriale in anestesia locale, é a tutt’oggi la più praticata e consente di conseguire risultati eccellenti con sod­di­sfazione del medico e del paziente. L’Autotrapianto, infatti, poggiando su basi biologiche consolidate (i bulbi pi­li­feri della zona donatrice mantengono la loro capacità recettoriale una volta trasposti nella sede di ricezione), se ese­guito cor­rettamente, in termini di cre­sci­ta porta sempre ad un buon risultato. Presupposto biologico di que­sto in­ter­ven­to é la constatata “me­mo­ria ge­ne­-ti­ca” dei capelli nucali, che non ca­dono in­di­pen­dentemente dalla zona in cui ven­go­no trapiantati. Il vantaggio di que­sta tecnica consiste, inoltre, nel fatto che i capelli trapiantati crescono na­tu­ral­mente e non ne­ces­si­ta­no di ulteriori cure. Il limite può essere dato dalla quan­tità di capelli prelevabili dalla zona do­na­trice, non sempre suf­fi­cien­ti a coprire con un singolo intervento la zona in­te­res­sata dal problema della calvizie, ma é sempre possibile ripetere a distanza di qualche mese un secondo intervento. Per cui é im­por­tan­te informare il po­ten­ziale candidato chia­rendo nel dettaglio se le possibilità di intervento cor­ri­spon­dono alle sue aspet­tative.

La tec­ni­ca con­siste nel pre­levare dalla re­gio­ne oc­ci­pi­ta­le una stri­scia di cuo­io ca­pel­luto che suc­ces­si­va­men­te ver­rà se­zio­na­ta per ri­ca­varne cen­ti­na­ia di mi­nu­scole por­zio­ni (unità follicolari), con­te­nen­ti ciascuna tre, due o un solo ca­pel­lo. Le unità più piccole (micrograft), con­te­nen­ti uno o due ca­pel­li, si uti­liz­ze­ranno per la linea frontale, le altre con tre o più capelli (minigraft) per le zone po­ste­riori. Suc­ces­sivamente le singole unità sa­ran­no inserite nella zona ri­ce­ven­te dove man­cano i capelli, man­te­nen­do la giusta in­clinazione per con­sen­tire una ri­cre­sci­ta perfettamente naturale. Su­bi­to dopo l’intervento, i fol­licoli tra­pian­tati entrano in fase di “aspettativa” come risultato dello “shock” chirurgico e dopo 10-12 set­ti­ma­ne inizia la fase di crescita ad una ve­lo­ci­tà di circa 1 cm al mese. Prima che i capelli trapiantati rag­giun­ga­no la lun­ghez­za sufficiente a pro­durre un be­ne­fi­co effetto estetico é ne­ cessario aspet­tare almeno 6-8 mesi.

Una va­rian­te é il metodo FUE in cui si tenta di­ret­ta­mente il prelievo dei singoli mi­cro­in­ne­sti dalla zona donatrice. Un notevole impulso alla diffusione del­l’in­tervento é stato dato dal grande coinvolgimento dell’Alopecia An­dro­ge­ne­ti­ca nel ses­so femminile. Negli anni si é po­tu­to no­tare un pro­gres­sivo in­cre­men­to del nu­mero di donne che si ri­vol­gono al der­matologo per que­sto pro­ble­ma e di con­seguenza é au­men­tato il numero di co­loro che si sot­to­pongono ad Au­to­tra­pianto per con­seguire un ade­gua­to rin­foltimento. Avere nel pro­prio ar­ma­men­­ta­rio te­ra­peu­tico un in­ter­ven­to in grado di ri­sol­ve­re casi ritenuti persi, ha cam­bia­to l’at­teggiamento di im­po­ten­za e su­per­fi­cia­lità che il Der­ma­tologo ha spes­so mo­stra­to nei confronti non solo della Alopecia Androgenetica ma delle alopecie cicatriziali in genere.

L’Au­to­tra­pianto di capelli, infatti, quan­do é ese­gui­to correttamente, può anche es­se­re validamente utilizzato nelle alo­pe­cie ci­catriziali conseguenti a traumi, ustioni o aplasie congenite con risultati ve­ra­men­te soddisfacenti. L’attenzione sem­pre maggiore ri­scon­tra­ta nelle occasioni congressuali da parte dei Dermatologi dimostra un in­te­res­se crescente per questa tecnica e raf­for­za la con­vin­zio­ne che il der­mo­chi­rur­go sia, tra i medici, il più in­di­ca­to per ese­gui­re l’Autotrapianto di ca­pelli. Un intervento che richiede non solo abi­lità chirurgica, ma anche e so­prat­tut­to gu­sto estetico e profonda co­noscenza della cute e delle sue pa­to­lo­gie. Non é, infatti, corretto intervenire quan­do non si formula una dia­gnosi pre­ci­sa o si ignora lo stadio di una forma clinica evo­lutiva. Non di­men­ti­chia­mo che la Tri­co­logia é un capitolo della Dermatologia e che solo il Der­ma­tologo é in grado di eser­ci­tarla con scien­za e coscienza in modo da offrire al pa­zien­te le migliori op­por­tu­nità terapeutiche. È, quindi, pre­fe­ri­bi­le che sia il Der­ma­to­logo in prima per­sona ad eseguire l’au­totrapianto o quan­to­me­no ad in­di­ riz­za­re il paziente verso strut­ture di sua fiducia. L’aver la­sciato per troppo tempo un vuo­to cul­tu­rale ha por­tato allo svi­lup­po di una sot­tocultura tri­co­lo­gica, di cui i ben noti centri, che an­co­ra con­ti­nua­no a pro­sperare e a far danni, ne rap­pre­sen­tano l’emblema. La tecnica potrà ul­te­rior­men­te evol­vere in futuro applicando gli studi sulla clo­na­zio­ne, la ri­ge­ne­ra­zio­ne cel­lu­lare o la ro­botica che si­cu­ra­men­te sa­ran­no di gran­de aiuto per ottenere risultati an­co­ra migliori. Attualmente é bene sem­pre affidarsi ad una equipe esperta e col­lau­data che pos­sa eseguire un in­ter­vento ancora ar­ti­gia­nale ma che può produrre gran­di risultati.

A cura di: Dott.ri  Massimo Cioccolini e Vincenzo Mancini – Specialisti in Dermatologia