Irsutismo e ipertricosi: quando i peli di troppo diventano un problema

Irsutismo e ipertricosi sono due disturbi che vengono spesso utilizzati come sinonimi. Ma sono due condizioni sostanzialmente diverse.

L’irsutismo è una condizione tipica del sesso femminile, caratterizzata dall’eccessiva crescita di peli terminali in zone dove normalmente lo sviluppo è minimo o assente. Sebbene raramente sia espressione di malattie gravi, viene vissuto come un evento psicologicamente invalidante dalle pazienti.

Di frequente l’irsutismo può essere legato ad una aumentata produzione di androgeni e/o ad una aumentata sensibilità recettoriale degli androgeni. La raccolta delle notizie anamnestiche, l’esame obiettivo e gli esami di laboratorio permettono la diagnosi differenziale fra le forme benigne e quelle prognosticamente sfavorevoli. Una accurata diagnosi indirizza alla scelta corretta della terapia con un risultato efficace della stessa.

Irsutismo

L’irsutismo interessa il 5-15% delle donne e le zone androgeno-dipendenti più colpite sono: viso, mento, collo, petto, area ombelico-pubica e cosce. Viene valutato in base alla scala di Ferriman-Gallwey e se il punteggio è maggiore ad 85 siamo di fronte ad un irsutismo grave. Ricordiamo che vi sono numerosi segni clinici e condizioni cliniche associati all’iperandrogenismo, tra cui: Irsutismo (60-83%) – Acne (11-43%) – Alopecia androgeneticaSeborreaAcanthosis nigricansModificazione della voceAumento massa muscolareIrregolarità mestruali.

Ipertricosi

Comunemente parliamo di ipertricosi per indicare qualsiasi situazione in cui esista un oggettivo, o anche solo soggettivo, eccesso di peli. Se ne distinguono forme primitive (congenite) e secondarie, a loro volta localizzate o diffuse. Poiché la crescita dei peli “testoidi” è abbondante e tipica nel sesso maschile, per definizione l’ipertricosi riguarda esclusivamente il sesso femminile. In senso stretto si definisce ipertricosi l’eccesso di sviluppo dei peli nelle regioni in cui questi sono normalmente presenti nella donna, mentre con il termine irsutismo viene indicata la comparsa di pelosità nelle zone normalmente glabre nella donna. Quando poi questa pelosità è notevole, al punto da ricordare quella maschile, si parla di virilismo pilifero.

Cause

Tra le cause dell’ipertricosi ricordiamo quelle legate all’ereditarietà, ai farmaci, alla malnutrizione (anoressia nervosa), all’ipotiroidismo, alle malattie dermatologiche (porfiria, nevi pelosi congeniti, tra cui il nevo di Becker) e post-traumatiche. In particolare tra i farmaci evidenziamo il Minoxidil, l’acido retinoico, i cortisonici, la ciclosporina, l’interferone, il diazossido e la fenitoina. Un caso particolare è quello dell’ipertricosi lanuginosa che può essere congenita (presente già alla nascita) o acquisita, ovvero secondaria ad anoressia nervosa (62-77%), a tumori dell’apparato respiratorio, gastro-intestinali o dell’apparato genitale femminile con esordio improvviso.

Metodiche

In presenza di questi quadri clinici associati, è necessario ricorrere a visita specialistica e ad ulteriori esami diagnostici. Le metodiche più diffuse per trattare queste patologie vi sono la decolorazione (con H2O2 al 3-6% per i peli più sottili), la depilazione (meccanica o chimica; possibilità di follicoliti ed ustioni), l’epilazione (dolorosa e complicata da follicoliti), l’elettrolisi (possibili ipo/iperpigmentazioni e cicatrici), la fototermolisi selettiva con laser (Diodo, Nd:YAG e Alessandrite), con la luce pulsata (IPL) ed i farmaci (eflornitina, non priva di complicanze e costosa).

Laserterapia

Tra le metodiche citate l’opzione più valida e risolutiva resta la fototermolisi selettiva mediante sorgenti laser. Le recenti innovazioni tecnologiche hanno reso queste terapie sempre più sicure ed efficaci, pur necessitando di diverse sedute per il raggiungimento di un risultato ottimale anche sotto il profilo estetico. Queste sorgenti laser, da non confondere con la luce pulsata, più in uso presso centri di estetica, sono guidate da un cromoforo (bersaglio) ben preciso, costituito dalla melanina contenuta nel pelo. In questo modo l’energia viene veicolata nel punto designato, evitando, in tal modo, di provocare danni al tessuto circostante.

Già a partire dalle prime sedute, i risultati sono ben evidenti e privi di complicanze comuni, invece, alle altre metodiche, come follicoliti, sovrainfezioni batteriche su taglio o abrasioni, cicatrici ed esiti discromici. Essendo metodiche operatore-dipendente, il consiglio è quello di affidarsi a mani esperte, con comprovata esperienza, meglio se dermatologi. Sono numerosi i casi, infatti, di danni a lungo termine legati all’uso dei laser da personale non qualificato e non medico.

Laser epilazione: tutto quello che c’è da sapere

La presenza di peli terminali in eccesso oppure in zone dove normalmente non dovrebbero essere presenti, sta diventando sempre più una problematica di grande impatto dal punto di vista psico-sociale.

In ambito medico si definisce irsutismo l’aumento dei peli terminali in aree androgeno-dipendenti (labbro superiore, regione mandibolare, regione sternale, dorso, linea alba, areole mammarie), che nelle donne può rappresentare un sintomo di patologie sottostanti come la sindrome dell’ovaio policistico.

Per ipertricosi si intende invece l’accrescimento pilifero in zone non androgeno-dipendenti, normalmente ricoperte di peli, influenzato da vari fattori tra cui l’età, la razza e la predisposizione familiare.

Diverse sono le metodiche proposte per la depilazione: la decolorazione, la rasatura, la depilazione a strappo o chimica, il trading con il filo di seta, l’utilizzo di creme a base di eflornitina, la terapia fotodinamica. L’epilazione a lungo termine viene invece affidata ai sistemi a luce pulsata, ai laser o all’elettrocoagulazione che rimane ad oggi l’unico metodo efficace per epilare i peli di colore bianco.

è il terzo trattamento più richiesto in dermatologia/medicina estetica ed il secondo dal sesso maschile

L’American Society for Aesthetic Plastic Surgery stima che nel 2015 sono stati eseguiti in USA più di 1.200.000 trattamenti di laser epilazione. La laser epilazione è il terzo trattamento più frequentemente richiesto in assoluto in dermatologia/medicina estetica e pensate, ben il secondo più richiesto nel sesso maschile.

Il principio su cui si basa l’epilazione laser è quello della selettività termocinetica (fototermolisi selettiva) secondo cui, utilizzando peculiari lunghezze d’onda di luce, si può ottenere un determinato effetto biologico con minimo danno sui tessuti circostanti. Il bersaglio target-cromoforo nel caso dell’epilazione laser è rappresentato dall’eumelanina che si trova nel fusto e nel follicolo pilifero a livello della papilla dermica e del bulge (sede delle cellule staminali).

In base a tale principio la luce laser, opportunamente regolata, raggiunge il follicolo pilifero fino alla regione del bulbo, dove viene assorbita e trasformata in calore con conseguente necrosi termica e retrazione endoluminale del pelo con conseguente caduta, senza segni di danno per l’epidermide. La distanza spaziale che intercorre tra cromoforo bersaglio (melanina fusto e bulbo) e bersaglio biologico (cellule staminali presenti nel bulge) impone l’utilizzo di impulsi laser lunghi per far sì che il calore riesca a diffondere fino al bulge (estensione della teoria della fototermolisi selettiva).

I laser utilizzati

Le metodiche di epilazione a lungo termine comprendono trattamenti laser e trattamenti a luce pulsata. La melanina è il cromoforo bersaglio per le lunghezze d’onda comprese tra il rosso ed il vicino infrarosso: il laser ad alessandrite (lunghezza d’onda 755 nm) ed il laser a diodo (810 nm di lunghezza d’onda) sono particolarmente appropriati per l’epilazione e la loro efficacia è supportata da numerose pubblicazioni scientifiche; il laser a rubino (694 nm) è ormai in disuso; il laser Nd:Yag (1064 nm) pur dando luogo ad effetti minori, rimane il laser più sicuro e consigliato nei pazienti con fototipo scuro per finire con i sistemi a luce pulsata la cui efficacia risulta minore.

Il trattamento

Al fine di minimizzare l’insorgenza di effetti collaterali e proporre trattamenti il più performanti possibili è fondamentale non trascurare alcune importanti considerazioni.

In prima battuta va eseguita una corretta anamnesi ed un attento esame obiettivo: va indagata la storia personale del paziente, l’anamnesi patologica remota e recente, l’anamnesi farmacologica. Vanno richiesti esami specifici e la consulenza del ginecologo e/o endocrinologo per indagare e gestire al meglio eventuali disfunzioni endocrine e/o ormonali, vanno esclusi tumori o terapie che potrebbero causare l’aumento dei peli, indagate e gestite con attenzione patologie fotosensibili o soggette a koebnerismi, non sottovalutati i pazienti in terapia con farmaci fotosensibilizzanti.

Bisogna valutare il fototipo del paziente (ricordiamo che la melanina cutanea è il cromoforo in competizione con quella del bulbo del pelo quindi facciamo attenzione nei fototipi scuri e scegliamo le lunghezze d’onda più opportune);
l’abbronzatura (anche se oggi molte piattaforme laser presentano trattamenti possibili e sicuri su ogni tipo di pelle e in tutte le stagioni dell’anno, ricordiamo che i trattamenti eseguiti su pelli abbronzate risultano comunque più rischiosi e meno performanti);
il colore e lo spessore dei peli da trattare (i trattamenti laser epilazione risultano ovviamente più efficaci in pazienti con pelli chiare e peli grossi e scuri, non avremo invece risultati ottimali su pelurie chiare e sottili);
la presenza di nei e tatuaggi sulle aree interessate dal trattamento (se è ormai dimostrato che un nevo benigno non può essere trasformato in maligno dalla luce laser è certo che nessun tipo di laser per l’epilazione può essere passato su un tatuaggio senza dar luogo ad una cicatrice patologica).

Quando farla

E’ opportuno programmare nel modo corretto le sedute terapeutiche e scegliere il periodo giusto dell’anno: il consiglio è di aspettare la scomparsa dell’abbronzatura magari aiutandosi con scrub da eseguirsi 2/3 volte a settimana e di interrompere le sedute qualche settimana prima della successiva esposizione al sole per scongiurare la comparsa di spiacevoli iperpigmentazioni  post-infiammatorie.

E’ buona norma acquisire foto preliminari delle zone che andremo a trattare (ricordiamo che non ci si ricorda quasi mai di quale era la situazione di partenza!) e sottoporre al paziente un buon consenso informato che indaghi e spieghi in modo esaustivo le veritiere aspettative, i possibili effetti collaterali (ipo/iperpigmentazioni temporanee/permanenti, vescicole, ulcere, cicatrici, ematomi, reazioni orticarioidi, infezioni, follicoliti o ipertricosi paradossa), la metodica, il numero di sedute, il prospetto economico.

E’ importante sottolineare al paziente che l’epilazione definitiva e permanente è un traguardo non per tutti e che è più opportuno parlare di epilazione a lungo termine dal momento che solo circa l’80% dei pazienti risponde bene alla laser epilazione e che ci si può aspettare una perdita del 20-30% di peli ad ogni seduta e che dopo sedute multiple si può arrivare ad una percentuale di peli persi che può andare dal 75% all’80-89%.

L’efficacia dell’epilazione a lungo termine dipende da diverse variabili tra cui il colore del pelo, della pelle e la fluenza tollerata. A ogni seduta si verifica la perdita a lungo termine del 15-30% dei peli ed i peli residui diventano progressivamente più chiari e sottili.

Il numero dei trattamenti può essere variabile dalle 4 alle 12 sedute in relazione al tipo di cute, al colore del pelo, alla zona di trattamento ed alle problematiche di base (disfunzioni ormonali).

Il consiglio è di effettuare le prime 4 sedute cadenziate una volta ogni 30-45 giorni poi quando si verifica la ricrescita del pelo. In alcuni casi, in soggetti affetti da disfunzioni ormonali è necessario abbinare una terapia specifica per la patologia di base al fine di ottimizzare e rendere più duraturi i risultati ottenuti e prevedere un mantenimento 1-2 volte l’anno dopo il canonico ciclo di sedute.

Al fine di ottenere la massima efficacia ad ogni trattamento è opportuno evitare l’epilazione a strappo almeno per le 4-6 settimane precedenti la seduta laser (la rasatura o l’epilazione chimica sono consentite anche il giorno stesso).
Per garantire la massima sicurezza è opportuno far indossare occhiali protettivi (la retina contiene melanina), prestando particolare attenzione all’area del sopracciglio, e proteggere i denti. Infine i trattamenti devono essere eseguiti in locali a norma (controllo della temperatura, assenza di specchi, aspiratore di fumi).
Dopo ogni trattamento si osserva la comparsa di eritema ed edema peri-follicolare (end-point della laser epilazione) che può durare da poche ore a qualche giorno: in questo caso è utile l’utilizzo di ghiaccio e l’applicazione di topici lenitivi e/o corticosteroidei e va sempre consigliata un’adeguata fotoprotezione.

In conclusione, la laser-epilazione è oggi una metodica estremamente richiesta ed efficace. Le maggiori soddisfazioni per il medico ed il paziente si ottengono però solo valutando al meglio ogni singolo caso e scegliendo la tecnologia più opportuna.

Benissimo puntare sui nuovi device che garantiscono trattamenti veloci e indolore ma ricordiamoci che siamo laseristi e che quindi non dobbiamo trascurare la scelta dell’opportuna lunghezza d’onda, della giusta fluenza, della durata degli impulsi, del diametro dello spot, dei sistemi di raffreddamento. E non promettiamo mai risultati impossibili!

caduta dei capelli

Alopecia: il punto sulle nuove tecniche

La FUE e la FUT sono le due principali tecniche chirurgiche di trapianto follicolare

Con il termine alopecia si intende un diradamento o una perdita più o meno diffusa dei peli e dei capelli. Il termine, introdotto per la prima volta da Ippocrate di Kos nel V secolo a.C., deriva dal greco attico ἀλώπηξ (volpe), in quanto la volpe perde il pelo a chiazze policicliche in autunno e in primavera. Lo sviluppo e la crescita dei peli e dei capelli avviene con la successione di fasi di crescita (anagen), di arresto (catagen) e di caduta (telogen) in maniera periodica. Nella specie umana, non esiste una sincronizzazione interfollicolare delle differenti fasi.

Le forme di alopecia sono assai numerose e diverse tra loro e le cause possono essere genetiche, da patologie puramente dermatologiche o conseguenza di affezioni internistiche come ipertiroidismo, ipoparatiroidismo, lupus eritematoso, insufficienza renale, situazioni carenziali di ferro e zinco e farmaci (antinfiammatori non steroidei, retinoidi orali, contraccettivi orali contenenti progestinici, anticoagulanti, ipolipemizzanti, androgeni, antitiroidei, anticonvulsivanti e citostatici). Tra le forme acquisite predominano senza dubbio l’alopecia areata e quella androgenetica (AGA).

L’alopecia areata (area Celsi) è probabilmente una malattia multifattoriale che implica una predisposizione genetica e meccanismi di tipo autoimmune in cui si verifica un blocco funzionale della crescita del pelo in aflegmasia, cioè senza infiammazione (Foto 1). Alla risoluzione della noxa, pertanto, si ha la ricrescita del pelo con ripresa della cheratinogenesi prima e della melanogenesi dopo.

Proprio per questo, i capelli in ricrescita possono presentarsi, in primo tempo, canuti e successivamente riprendere il colore originario (Foto 2). Spesso l’alopecia areata è correlata a tireopatie di tipo autoimmune, in particolare la tiroidite linfocitaria cronica di Hashimoto. Gli ormoni tiroidei, infatti, sono coinvolti nella regolazione di alcune importanti funzioni fisiologiche del nostro organismo, come ad esempio lo sviluppo e il sostentamento della cute e la regolazione dell’attività dei follicoli piliferi.

L’AGA, accettata mal volentieri soprattutto dall’universo femminile, rappresenta oggi una delle cause maggiori di ricorso al dermatologo. Si stima che il 30% delle donne e oltre il 50% degli uomini ne sia affetto (Foto 3). La sua gravità viene valutata secondo la scala di Ludwig-Savin nella donna e la scala di Norwood-Hamilton nel maschio (Foto 4). Nella valutazione dell’efficacia del trattamento dell’alopecia androgenetica va sempre ricordato che i risultati non sono mai evidenti prima dei tre mesi e che alla sospensione si può ritornare alla condizione di partenza. Gli interventi invasivi vanno limitati ai casi in cui le terapie precedenti non hanno prodotto risultati soddisfacenti e nei quali la patologia ha un grave impatto sulla vita di relazione del paziente.

Foto 4
Foto 4
I trattamenti
I principali tipi di trattamento sono di tipo topico, sistemico e chirurgico. La laser-therapy si sta sempre più affermando negli ultimi anni. Senza dubbio, il farmaco topico più utilizzato è il Minoxidil. Tale molecola è stata scoperta nel 1980 come antipertensivo visto che ad uso orale è dotata di una potente attività vasodilatatoria. Si osservò solo successivamente un particolare effetto collaterale: l’irsutismo. Venne così intrapresa una straordinaria sperimentazione con il fine di determinare la crescita dei capelli e combattere l’alopecia androgenetica. Insieme alla finasteride è, attualmente, l’unico farmaco approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) per la cura dell’alopecia androgenetica: risulta efficace in circa 1/3 dei pazienti trattati. E’ utilizzato in soluzione dal 2 al 5% da applicare una o due volte al dì per almeno 3-5 mesi. Il suo utilizzo come antipertensivo è stato quasi del tutto abbandonato.
In passato sono stati utilizzati altri farmaci, ora in completo disuso: androgeni steroidei e non steroidei e rubefacenti. Per il trattamento sistemico trova indicazione la finasteride. Tale farmaco, interagendo con la testosterone 5-alfa reduttasi di tipo II grazie al suo terminale ter-butilico, inibisce la conversione del testosterone in diidrotestosterone che è la causa principale del progressivo assottigliamento del bulbo pilifero. Il dosaggio utilizzato è di 1 mg/die con miglioramenti già evidenti dopo i primi 3 mesi di trattamento. In donne affette da alopecia androgenetica ed ovaio micropolicistico può trovare indicazione il ciproterone acetato associato ad etinilestradiolo. L’utilizzo di altre sostanze come integratori alimentari, amminoacidi e vitamine è ancora oggi oggetto di studi.
Le nuove tecniche
Un nuovo ed importante target terapeutico per l’alopecia androgenetica potrebbe essere il recettore WNT (wingless-related integration site). Le WNT sono proteine fondamentali per la ricrescita ciclica dei capelli. Mentre per la terapia farmacologica il tempo pare essersi quasi fermato, nuovi orizzonti si aprono per le terapie di tipo chirurgico e laser. In passato, con risultati poco soddisfacenti, sono state impiegate le tecniche dell’autoinnesto operando i prelievi di piccoli ciuffi o singoli capelli (mini-micrografts) dall’area donatrice con laser chirurgico a CO2 e successivamente innestati nelle aree riceventi.
Negli Stati Uniti è stato messo a punto un rimedio laser, approvato dalla FDA, per la caduta dei capelli e la prevenzione della calvizie e, attualmente, si sta diffondendo anche in Italia: LLLT (low level laser therapy). Incoraggianti sembrano essere i risultati con netto miglioramento della qualità e del calibro dei capelli. Altra terapia ugualmente interessante è la fotobiostimolazione LED (Light Emitting Diode) nel trattamento dell’alopecia areata e dell’AGA, da sola o in combinazione con PRP (Plasma Ricco di Piastrine) ed autoinnesto.
Oggi si distingue, sostanzialmente, tra due principali tecniche chirurgiche: la FUT (Follicular Unit Transplantation) e la FUE (Follicolar Unit Extraction). Quest’ultima è una tecnica di autoinnesto di capelli con prelievo diretto delle unità follicolari. Questo approccio di tipo chirurgico consta di due momenti, la fase di espianto e quella di impianto. Durante la fase di espianto, viene creata una finestra a livello della zona donatrice (solitamente occipito-nucale) in cui i capelli sono rasati mentre quelli della zona di impianto rimangono della lunghezza originale. Dopo aver anestetizzato la cute con anestetici locali le singole unità follicolari vengono prelevate con piccoli bisturi circolari.
Questa tecnica di espianto permette inoltre alla zona donatrice di non subire cambiamenti estetici apprezzabili. Durante la fase di impianto, la zona viene dapprima anestetizzata con anestetici locali e le unità follicolari vengono alloggiate nella cute seguendo il naturale orientamento dei capelli in modo tale da ottenere capelli naturali che potranno essere lavati, pettinati e tagliati normalmente. L’altra tecnica è la FUT: autoinnesto di capelli che consiste nel prelievo di una striscia di cuoio capelluto (strip). La principale differenza tra le due è legata all’estrazione delle unità follicolari. Nella FUT si preleva una losanga di pelle del cuoio capelluto che contiene i follicoli che sono solo successivamente estratti.
Con la FUE le singole unità follicolari sono estratte direttamente dallo scalpo. Per quanto riguarda invece gli esiti cicatriziali, la FUT lascia una sottile cicatrice lineare nella parte posteriore dello scalpo, la FUE solamente delle micro cicatrici in forma di piccoli puntini. La decisione di quale metodo di estrazione utilizzare dovrebbe essere soppesata durante un consulto con il chirurgo plastico/dermochirurgo. Entrambe le tecniche hanno ottime prospettive di successo. Oggigiorno, visti i minori esiti cicatriziali, la minore invasività e i costi contenuti sempre più frequentemente ci si affida alla FUE.
A cura di: Dott. Giuseppe Lodi – Polo Dermatologico Aversa

Irsutismo e ipertricosi: quando il pelo di troppo diventa un serio problema psicologico

L’irsutismo è la condizione tipica del sesso femminile, caratterizzata dalla eccessiva crescita di peli terminali in zone dove normalmente lo sviluppo è minimo o assente. Sebbene raramente sia espressione di malattie gravi, viene vissuto come un evento psicologicamente invalidante dalle pazienti. Di frequente l’irsutismo può essere legato ad una aumentata produzione di androgeni e/o ad una aumentata sensibilità recettoriale degli androgeni. La raccolta delle notizie anamnestiche, l’esame obiettivo e gli esami di laboratorio permettono la diagnosi differenziale fra le forme benigne e quelle prognosticamente sfavorevoli. Una accurata diagnosi indirizza alla scelta corretta della terapia con un risultato efficace della stessa. Comunemente parliamo di ipertricosi per indicare qualsiasi situazione in cui esista un oggettivo, o anche solo soggettivo, eccesso di peli. Se ne distinguono forme primitive (congenite) e secondarie, a loro volta localizzate o diffuse. Poiché la crescita dei peli “testoidi” è abbondante e tipica nel sesso maschile, l’ipertricosi, per definizione, riguarda esclusivamente il sesso femminile.

In senso stretto si definisce ipertricosi l’eccesso di sviluppo dei peli nelle regioni in cui questi sono normalmente presenti nella donna, mentre con il termine irsutismo viene indicata la comparsa di pelosità nelle zone normalmente glabre nella donna. Quando poi questa pelosità è notevole, al punto da ricordare quella maschile, si parla di virilismo pilifero. Tra le cause dell’ipertricosi ricordiamo quelle legate all’ereditarietà, ai farmaci, alla malnutrizione (anoressia nervosa), all’ipotiroidismo, alle malattie dermatologiche (porfiria, nevi pelosi congeniti, tra cui il nevo di Becker) e post-traumatiche. In particolare tra i farmaci evidenziamo il Minoxidil, l’acido retinoico, i cortisonici, la ciclosporina, l’interferone, il diazossido e la fenitoina. Un caso particolare è quello dell’ipertricosi lanuginosa che può essere congenita (presente già alla nascita) o acquisita, ovvero secondaria ad anoressia nervosa (62-77%), a tumori dell’apparato respiratorio, gastro-intestinali o dell’apparato genitale femminile con esordio improvviso.

L’irsutismo interessa il 5-15% delle donne e le zone androgeno-dipendenti più colpite sono: viso, mento, collo, petto, area ombelico-pubica e cosce. Viene valutato in base alla scala di Ferriman-Gallwey e se il punteggio è maggiore ad 85 siamo di fronte ad un irsutismo grave. Ricordiamo che vi sono numerosi segni clinici e condizioni cliniche associati all’iperandrogenismo, tra cui: – Irsutismo (60-83%) – Acne (11-43%) – Alopecia androgenetica – Seborrea – Acanthosis nigricans – Modificazione della voce – Aumento massa muscolare – Irregolarità mestruali.

Terapia. In presenza di questi quadri clinici associati, è necessario ricorrere a visita specialistica e ad ulteriori esami diagnostici. Le metodiche più diffuse per trattare queste patologie vi sono la decolorazione (con H2O2 al 3-6% per i peli più sottili), la depilazione (meccanica o chimica; possibilità di follicoliti ed ustioni), l’epilazione (dolorosa e complicata da follicoliti), l’elettrolisi (possibili ipo/iperpigmentazioni e cicatrici), la fototermolisi selettiva con laser (Diodo, Nd:YAG e Alessandrite), con la luce pulsata (IPL) ed i farmaci (eflornitina, non priva di complicanze e costosa). Tra le metodiche citate l’opzione più valida e risolutiva resta la fototermolisi selettiva mediante sorgenti laser.

Le recenti innovazioni tecnologiche hanno reso queste terapie sempre più sicure ed efficaci, pur necessitando di diverse sedute per il raggiungimento di un risultato ottimale anche sotto il profilo estetico. Queste sorgenti laser, da non confondere con la luce pulsata, più in uso presso centri di estetica, sono guidate da un cromoforo (bersaglio) ben preciso, costituito dalla melanina contenuta nel pelo. In questo modo l’energia viene veicolata nel punto designato, evitando di provocare danni al tessuto circostante. Già a partire dalle prime sedute, i risultati sono ben evidenti e privi di complicanze comuni, invece, alle altre metodiche, come follicoliti, sovrainfezioni batteriche su taglio o abrasioni, cicatrici ed esiti discromici.

Essendo metodiche operatore-dipendente, il consiglio è quello di affidarsi a mani esperte, con comprovata esperienza, meglio se dermatologi. Sono numerosi i casi, infatti, di danni a lungo termine legati all’uso dei laser da personale non qualificato e non medico.

Irsutismo e ipertricosi: diagnosi e terapia

L’irsutismo è una condizione tipica del sesso femminile, caratterizzata dall’eccessiva crescita di peli terminali in zone dove normalmente lo sviluppo è minimo o assente. Sebbene raramente sia espressione di malattie gravi, viene vissuto come un evento psicologicamente invalidante dalle pazienti. Di frequente l’irsutismo può essere legato ad una aumentata produzione di androgeni e/o ad una aumentata sensibilità recettoriale degli androgeni. La raccolta delle notizie anamnestiche, l’esame obiettivo e gli esami di laboratorio permettono la diagnosi differenziale fra le forme benigne e quelle prognosticamente sfavorevoli. Una accurata diagnosi indirizza alla scelta corretta della terapia con un risultato efficace della stessa.

Comunemente parliamo di ipertricosi per indicare qualsiasi situazione in cui esista un oggettivo, o anche solo soggettivo, eccesso di peli. Se ne distinguono forme primitive (congenite) e secondarie, a loro volta localizzate o diffuse. Poiché la crescita dei peli “testoidi” è abbondante e tipica nel sesso maschile, l’ipertricosi, per definizione, riguarda esclusivamente il sesso femminile. In senso stretto si definisce ipertricosi l’eccesso di sviluppo dei peli nelle regioni in cui questi sono normalmente presenti nella donna, mentre con il termine irsutismo viene indicata la comparsa di pelosità nelle zone normalmente glabre nella donna. Quando poi questa pelosità è notevole, al punto da ricordare quella maschile, si parla di virilismo pilifero. Tra le cause dell’ipertricosi ricordiamo quelle legate all’ereditarietà, ai farmaci, alla malnutrizione (anoressia nervosa), all’ipotiroidismo, alle malattie dermatologiche (porfiria, nevi pelosi congeniti, tra cui il nevo di Becker) e post-traumatiche. In particolare tra i farmaci evidenziamo il Minoxidil, l’acido retinoico, i cortisonici, la ciclosporina, l’interferone, il diazossido e la fenitoina. Un caso particolare è quello dell’ipertricosi lanuginosa che può essere congenita (presente già alla nascita) o acquisita, ovvero secondaria ad anoressia nervosa (62-77%), a tumori dell’apparato respiratorio, gastro-intestinali o dell’apparato genitale femminile con esordio improvviso.

L’irsutismo interessa il 5-15% delle donne e le zone androgeno-dipendenti più colpite sono: viso, mento, collo, petto, area ombelico-pubica e cosce. Viene valutato in base alla scala di Ferriman-Gallwey e se il punteggio è maggiore ad 85 siamo di fronte ad un irsutismo grave. Ricordiamo che vi sono numerosi segni clinici e condizioni cliniche associati all’iperandrogenismo, tra cui: Irsutismo (60-83%) – Acne (11-43%) – Alopecia androgenetica – Seborrea – Acanthosis nigricans – Modificazione della voce – Aumento massa muscolare – Irregolarità mestruali. In presenza di questi quadri clinici associati, è necessario ricorrere a visita specialistica e ad ulteriori esami diagnostici. Le metodiche più diffuse per trattare queste patologie vi sono la decolorazione (con H2O2 al 3-6% per i peli più sottili), la depilazione (meccanica o chimica; possibilità di follicoliti ed ustioni), l’epilazione (dolorosa e complicata da follicoliti), l’elettrolisi (possibili ipo/iperpigmentazioni e cicatrici), la fototermolisi selettiva con laser (Diodo, Nd:YAG e Alessandrite), con la luce pulsata (IPL) ed i farmaci (eflornitina, non priva di complicanze e costosa).

epilazione_definitiva_1Tra le metodiche citate l’opzione più valida e risolutiva resta la fototermolisi selettiva mediante sorgenti laser. Le recenti innovazioni tecnologiche hanno reso queste terapie sempre più sicure ed efficaci, pur necessitando di diverse sedute per il raggiungimento di un risultato ottimale anche sotto il profilo estetico. Queste sorgenti laser, da non confondere con la luce pulsata, più in uso presso centri di estetica, sono guidate da un cromoforo (bersaglio) ben preciso, costituito dalla melanina contenuta nel pelo. In questo modo l’energia viene veicolata nel punto designato, evitando, in tal modo, di provocare danni al tessuto circostante. Già a partire dalle prime sedute, i risultati sono ben evidenti e privi di complicanze comuni, invece, alle altre metodiche, come follicoliti, sovrainfezioni batteriche su taglio o abrasioni, cicatrici ed esiti discromici. Essendo metodiche operatore-dipendente, il consiglio è quello di affidarsi a mani esperte, con comprovata esperienza, meglio se dermatologi. Sono numerosi i casi, infatti, di danni a lungo termine legati all’uso dei laser da personale non qualificato e non medico.