Lui e Lei, il desiderio per un incastro perfetto: la chimica del desiderio sessuale

Desiderio, sessualità, piacere, sono argomenti delicati, riguardano sfere personali molto intime e della relazione. Sono stati per secoli dominio di poeti, di artisti e come afferma Anthony Giddens, sociologo britannico contemporaneo, portano l’impronta di 2000 anni di cristianesimo. L’atteggiamento nei confronti della sessualità ha iniziato il suo processo di cambiamento grazie ad Alfred Kinsey, biologo statunitense, che con i suoi studi verso gli anni ‘50 ha dato all’argomento una connotazione di carattere sempre più scientifico.

Master e Johnson negli anni ’60 e successivamente la dottoressa Kaplan, hanno ampliato notevolmente la conoscenza della sessualità umana, dando vita a nuove strategie terapeutiche e ad un’innovazione culturale. In particolare negli anni ’70, sulla scia degli studi di Master&Johnson in merito alle fasi di risposta sessuale, la dottoressa Helen Kaplan, psichiatra e sessuologa, ha arricchito il ciclo di risposta di una fase iniziale, che lei definì “non prettamente fisica, ma associata a fattori psicologici e relazionali”: il desiderio.

Ad oggi questo modello sequenziale e ancora in uso nella clinica; successione temporale del ciclo si identifica in: desiderio, eccitazione, plateu, orgasmo e risoluzione. Oggigiorno, grazie agli studi di questi pionieri, parliamo con maggiore facilità di desiderio, sesso e piacere, l’atteggiamento è più aperto, molto è stato chiarito, ma vi è ancora confusione testimoniata dalla persistenza di tabù e falsi miti. In questi anni la tecnologia a disposizione e la strumentazione di ultima generazione hanno permesso lo sviluppo di tutte le scienze tracciando nuove strade di comprensione: la risonanza magnetica funzionale ha permesso di ampliare il punto di vista alla medicina, alle neuroscienze, alla etologia e in poche decadi anche l’Amore, fino a prima territorio esclusivo di artisti, letterati e filosofi, è diventato tema d’indagine scientifica; l’amore e l’eros, che si prestano da sempre a mille interpretazioni, con l’avvento della biochimica, vengono oggi studiati come processi vitali.

Forse tutto questo attiva una logica meno romantica e può ridurre questa magica espressione affettiva a seppur complesse interazioni molecolari. Ma non dobbiamo spaventarci di questo: conoscere la biochimica della nutrizione, infatti, non altera il nostro appetito, né il gusto per la cucina; quindi, perché conoscere le basi biologiche dell’amore dovrebbe intaccare la passione dei sensi, il piacere, la gioia o la sofferenza che lo accompagna? L’uomo ha cercato innumerevoli volte di spiegare razionalmente questo sentimento complesso, cercando di dargli un significato universale ed esistenziale. Partendo dalle differenze strutturali tra maschio e femmina, alla base delle manifestazioni comportamentali volte all’incastro perfetto tra lei e lui, gli scienziati si sono addentrati nell’infinitesimamente piccolo, per carpire il meccanismo d’azione attrattivo e le sue conseguenze nel tempo. Oggi essi concordano sul carattere trivalente dei tre cervelli: secondo questa visione gli istinti più primitivi sono legati alla parte più arcaica dell’encefalo, l’emotività viene presieduta dal sistema limbico e la ragione è rappresentata dalla neocorteccia. Cerchiamo di capire come ci muoviamo nel mondo: i sensi orientano le risposte all’ambiente, queste vengono processate con diversi meccanismi, che poi si manifestano nel corpo con la postura, il movimento, il batticuore, la sudorazione, l’eccitazione. Questa è l’espressività corporea, che è rappresentazione di sé e modalità di interazione e comunicazione con l’altro.

La sessualità, come il piacere, come l’amore e il desiderio, sono in egual misura espressione di noi. Traducendo tutto questo in termini pratici possiamo ora lasciarci guidare dalla fantasia e immaginare lo sguardo di un uomo che viene catturato da una scollatura: i suoi occhi gli permettono di cogliere questo dettaglio dall’ambiente, la sua area preottica si attiva e dà inizio alla cascata biochimica. Ci sembra importante qui sottolineare che desiderio e piacere non sono la stessa cosa: il piacere è la sensazione che si ricava dal desiderio stesso, o dalla sua soddisfazione; il desiderio è l’attesa volta al piacere. La tensione al piacere coinvolge diverse zone del cervello connesse alla genesi dell’eros: pensieri, emozioni, tutti gli organi di senso, l’apparato cardiovascolare, pelvico, il sistema neuromuscolare, neurormonale; uno per uno devono adempiere pienamente alla propria funzione e coordinarsi in maniera integrata l’uno con l’altro per poter funzionare al meglio. Il cervello accende il desiderio sollecitato da stimoli esterni e/o interni. Secondo Massimo Recalcati, nel suo libro “Ritratti del desiderio”, “il desiderio è sempre incarnato, non esiste senza corpo”, in questo senso è sempre erotico perché porta con sé la fisicità. Quando saggiamo il desiderio, lo sentiamo! E’ un’esperienza che nella sua forma fisica si identifica con una tensione neurochimica che trova manifestazione in una forma espressiva.

Gli studi degli ultimi anni testimoniano che il testosterone, una voce suadente o profonda, un profumo inebriante o il contatto con una pelle vellutata, la vista -anche sotto forma di immaginazione-, attivano diverse aree cerebrali. E’ stato dimostrato che al primo incontro il mesencefalo, area che presiede i riflessi uditivi e visivi, rilascia dopamina, neurotrasmettitore del piacere, del desiderio e dell’euforia. La dopamina stimola l’ipotalamo che agisce come un maestro d’orchestra, coordinando tutto il corpo affinché invii e percepisca segnali di attrazione: il cuore accelera, il respiro diviene più frequente e un poco più profondo, le pupille si dilatano, il viso si colora e prende una nuova luce per una leggerissima sudorazione. L’ipotalamo lavora in stretta collaborazione con la sostanza reticolare, un sistema aspecifico del sistema nervoso autonomo nel quale le strade dalla periferia sensoriale al centro di controllo (vie afferenti) e le strade che vanno in senso opposto dal cervello alla periferia (vie efferenti) non hanno un vettore di direzione per cui è una vera e propria rete che lavora on line. La sostanza reticolare è implicata nella postura, modula la disposizione del corpo nello spazio. Tutto il processo del desiderio ha un substrato biochimico poiché, come si è detto, impulsi sensitivi, sensoriali, motori e viscerali danno il via a un ventaglio di risposte neuro-ormonali che hanno un effetto mediato dal sistema limbico e dalla parte più arcaica del cervello e che grazie alla sostanza reticolare si manifesta on line a livello posturale, emotivo, del comportamento e dei sentimenti.

Le aree del cervello che si attivano e alcuni passaggi ormonali del desiderio sono in parte sovrapponibili al “processo” del piacere. Recuperiamo ora lo sguardo di quell’uomo catturato dalla scollatura: i suoi occhi sono il sistema percettivo, la sua area preottica è una delle aree del cervello che si attiva e la cascata biochimica inizia dalla dopamina che stimola il suo ipotalamo e via via di seguito le pupille si dilatano e il suo corpo grazie alla fitta rete neuro-connettivale prende una forma che lo orienta. Come un pavone apre la sua coda, l’uomo, in modo più o meno consapevole, allarga le spalle, aumenta la lordosi lombare e forse parla con un tono più alto. Sono prodromi di seduzione, atteggiamenti corporei che naturalmente rappresentano quella parte istintiva e legata al sistema limbico che ci fa perdere la cognizione del tempo in quell’offuscamento erotico che è il desiderio.

 

A cura di: S. Sansone, I. Forza, D. Giuliano, L. Brusciano, L. Docimo

Gruppo di lavoroXI Divisione di Chirurgia Generale e dell’Obesità. Ambulatorio per lo studio, la prevenzione e la terapia del Pavimento pelvico. Riabilitazione pelvi-perineale: stipsi cronica, incontinenza fecale, dolore perineale. Master di II livello in Colonproctologia, Master di I livello in Diagnostica Strumentale e Riabilitazione del Pavimento Pelvico.

Direttore Prof. Ludovico Docimo – Seconda Università degli Studi di Napoli 

Pavimento pelvico e sessualità: lui e lei un incastro perfetto

Questo articolo nasce dall’esigenza di portare l’attenzione a una zona del corpo molto intima: il pavimento pelvico (PP). Un viaggio fatto di ricerche e spunti di riflessione, nell’ambito della rieducazione e della riabilitazione, che accompagneranno il lettore su un argomento attuale e complesso, che tocca l’incontro intimo tra lui e lei, una possibilità per scoprire e riscoprire questo “incastro perfetto”.

Il PP è un distretto corporeo caratterizzato da quell’insieme muscolare e legamentoso che sta alla base del comparto addomino-pelvico con funzione minzionale, defecatoria, riproduttiva e ricreativa sessuale. Il mal funzionamento di questa zona può portare a disturbi che coinvolgono ampie sfere della quotidianità e della sessualità.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1974 definisce la salute sessuale dandogli ufficialmente dignità medica sottolineandone le componenti somatiche, affettive, intellettive e sociali.

I dati riportati negli ultimi tempi dalla Società Italiana di Andrologia stimano che l’assenza di salute sessuale sul totale della popolazione italiana corrisponda ad oggi ad un 13% di uomini che soffrono di disfunzione erettile ovvero di incapacità di sostenere l’erezione, e un 25/40% di eiaculazione precoce con uno scarso controllo del punto di inevitabilità eiaculatoria.

Mentre i dati per le donne forniti dalla Società Italiana di Uro-ginecologia riportano un 15% di vaginismo che si manifesta con difficoltà o impossibilità di accettare la penetrazione e un 12% di anorgasmia per incapacità di raggiungere l’orgasmo.

Inoltre questi numeri riguardano la percentuale di persone che si sottopongono a controlli e lo dichiarano per cui, purtroppo, è molto probabile che si tratti di dati sottostimati.

Come è possibile con questi numeri parlare d’incastro perfetto?

Eppure nell’immaginario comune sembra esistere: forse anche solo per un istante ogni essere umano ci ha creduto, ha sognato l’amore con la “a” maiuscola, andando di certo ben più in là della questione anatomica. Proprio questo Amore potrebbe essere considerato il nostro cliché più antico.

Di esso, storicamente, la prima testimonianza scritta, attraverso una poesia d’amore, ci arriva dai Sumeri e risale a due o tre mila anni prima di Cristo. Della stessa epoca è l’ “Epopea di Gilgamesh” che contiene uno scritto francamente erotico: “Poni la mano, ti prego, su questo nascondiglio dolce come il miele: ponici la mano come su una stoffa piacevole da toccare, fermaci su la mano, come su una stoffa voluttuosa da palpare (..)”.

Platone, dal canto suo, definì l’amore un desiderio irrazionale, mentre Ovidio, a cavallo tra l’1 a.C. e l’1 d.C., scrive l’Ars Amandi.

Sicuramente le testimonianze e i tentativi di spiegare l’amore si devono, da sempre, agli artisti che attraverso la musica, la danza, la pittura e ogni mezzo espressivo hanno affrontato con coraggio e creatività questa complessità che appartiene a tutto il genere umano.

Oggi l’atteggiamento verso le relazioni a due “porta l’impronta di 2000 anni di cristianesimo”, come afferma Anthony Giddens, sociologo britannico.

L’argomento è stato di pertinenza religiosa fino all’800, poi l’industrializzazione, l’urbanizzazione e la crisi del potere temporale hanno indotto un cambio dei costumi tra l’800 e il 900 che si espresse in un fiorire dei bordelli e in un conseguente aumento esponenziale di malattie sessualmente trasmesse.

La Chiesa fu così costretta a cedere il passo alla medicina. Nacquero i primi istituti di dermo-venereologia ma l’atteggiamento era comunque ben radicato anche tra i sanitari per cui solo agli inizi del ‘900 iniziarono i primi studi in merito.

Il novecento

Antesignano in quest’ambito fu il biologo statunitense Alfred Kinsey che intervistò 18.000 americani sulle loro esperienze sessuali sistematizzando i dati raccolti secondo un metodo che oggi chiameremmo “statistico”.

Mise in relazione le abitudini sessuali con la salute e lo stile di vita, raccogliendo questi rapporti in due grossi volumi intitolati rispettivamente “Il comportamento sessuale della donna” e Il “comportamento sessuale dell’uomo”.

E’ considerato il pioniere della rivoluzione sessuale americana e grazie a lui negli anni ‘20 in America l’atteggiamento nei confronti della sessualità subì profonde trasformazioni. Kinsey era guidato da profonde motivazioni personali. Cresciuto in un’America puritana, nel fanatismo religioso della famiglia con dei genitori troppo rigidi (il padre era pastore battista), si orientò alla sessualità umana sotto forma di scienza epidemiologica.

I suoi studi sono stati così significativi che nel 1947 gli fu intitolato un istituto dove ancora oggi si continuano ad analizzare i dati da lui raccolti in quella che viene considerata, per l’epoca, la più ambiziosa statistica esistente. La sua metodologia ha contribuito a dar vita a uno dei più grandi istituti statistici sui comportamenti sessuali del mondo, il Natsal (National Survey of Sexual Attitudes and Lifestyles). E’ l’istituto britannico che elabora statistiche sulla relazione tra comportamenti sessuali, salute e i moderni stili di vita e che negli anni ‘90 ha contribuito ad esempio alla messa a punto di strategie per arginare l’AIDS.

Memori degli studi di Kinsey, negli anni ‘50 William Master & Virginia Johnson condussero in segreto delle ricerche più esplicitamente anatomiche, sottoponendo più di 700 volontari ad un monitoraggio clinico. Master era un ginecologo e si interessava di infertilità. Virginia Johnson iniziò a lavorare con lui come segretaria, ma nel tempo, accompagnandolo nei suoi studi, si appassionò e diventò sessuologa.

I loro studi rilevarono per la prima volta nella storia le risposte fisiche umane durante la copula. Rilevarono parametri come la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna e monitorarono l’andamento dei parametri vitali durante l’atto sessuale. Ciò li portò ad individuare 4 fasi della risposta sessuale che si identificano in

  • eccitamento
  • plateau
  • orgasmo
  • risoluzione

Pubblicarono i loro studi nel 1966 in un primo testo che intitolarono “l’atto sessuale nell’uomo e nella donna”. Ad un certo punto della loro carriera tra i due si insinuò un disaccordo: la sensibilità femminile della dottoressa Johnson esigeva che l’atto sessuale non potesse iniziare d’emblée con l’eccitazione, ma che richiedesse una fase preliminare a cui lei dava il nome di “fase sensoriale”. Lui non accettò questa intuizione poiché lontana allora dal poter essere dimostrata con il metodo scientifico e la rifiutò.

Si giunge agli anni ‘70 quando in un’epoca di grandi cambiamenti ci fu l’apice del femminismo. Questo movimento nei diversi contesti ebbe delle sfaccettature diverse: in America si identificò nella rivoluzione sessuale, in Italia fu maggiormente orientato a che la donna si liberasse dalla tirannide maschile e dal patriarcato familiare.

Sulla scia dei movimenti femministi prendono forma in America gli studi della dottoressa Helen Kaplan. Psichiatra e sessuologa, sviluppò gli studi di Kinsey e di Master e Johnson aggiungendo al ciclo di risposta sessuale una fase non associata prettamente a fattori fisici che chiamò desiderio. Questa fase corrispondeva un po’ a quella che Virginia Johnson aveva intuito: la fase sensoriale.

Il modello della Kaplan prevede quindi 5 fasi nella risposta sessuale:

  • desiderio
  • eccitazione
  • plateau
  • orgasmo
  • risoluzione

Il modello è in uso a tutt’oggi. Questi pionieri con i loro lavori hanno ampliato notevolmente la conoscenza della sessualità umana, dando vita ad un’innovazione culturale e a nuove strategie terapeutiche. Oggi la tecnologia a disposizione permette di tracciare nuove strade di comprensione.

Strumenti come la risonanza magnetica funzionale ad esempio hanno permesso lo sviluppo delle neuroscienze, permettendoci di vedere l’attivazione di aree specifiche del cervello in risposta a determinati stimoli. Supporta, inoltre, la possibilità di ampliare il nostro punto di vista e di capire un poco di più.

In particolare consente di indagare su quanto fino a solo quarant’anni fa era considerato di pertinenza psicologica. Le neuroscienze e il parallelo sviluppo di altre scienze come la neurofisiologia comportamentale ci stanno svelando man mano alcuni aspetti del desiderio, dell’amore, delle emozioni e del legame tra le persone.

Si tratta di una sfida affascinante che pone molte domande a cui rispondere e che a volte può risultare scomoda per come oggi pensiamo all’amore. L’Amore è dentro di noi, profondamente integrato nel cervello, le conoscenze acquisite ci danno più strumenti e la nostra partita è cercare di capirci l’un l’altro.

A cura di: Dott.ri Saverio Sansone e Irene Forza – Specialisti in Riabilitazione

Prolasso e incontinenza: ospiti indesiderati del pavimento pelvico

Per prolasso si intende il dislocamento di uno o più organi della pelvi femminile dalla loro posizione fisiologica all’interno della cavità vaginale. Il prolasso può interessare la vescica, l’uretra, il retto, l’utero. Spesso si associa erroneamente l’idea del prolasso a quella della malattia d’organo.

Ebbene è giusto precisare che il prolasso non è una malattia dell’organo, ma dei suoi sistemi di sostegno. Infatti ogni organo della pelvi femminile si mantiene nella sua posizione anatomica grazie all’interazione di un insieme di forze sostenute da strutture anatomiche di tipo muscolare, legamentoso e fasciale.

Queste strutture costituiscono nel loro insieme quello che spesso viene denominato il “pavimento pelvico” che, quindi, è il responsabile della statica degli organi pelvici.
Il prolasso di un organo non implica necessariamente il coinvolgimento delle altre strutture anatomiche vicine e non necessariamente comporta un problema nella funzione dell’organo stesso. Ad esempio un prolasso del retto non comporta necessariamente stitichezza. Così, contrariamente a quanto spesso si sente dire, il prolasso della vescica non implica necessariamente l’incontinenza. Anzi, proprio in questo caso, quello che può verificarsi è esattamente l’opposto. In alcuni casi il prolasso della vescica può causare una disfunzione nello svuotamento della vescica stessa, il quale può essere difficoltoso ed incompleto. Non solo.

La presenza di un prolasso vescicale può mascherare la presenza di una incontinenza urinaria da sforzo. Per incontinenza urinaria da sforzo si intende una incontinenza che si manifesta in concomitanza delle manovre che aumentano la pressione endoaddominale, come tossire, starnutire, ridere intensamente o sollevare grossi pesi. In questi casi l’incontinenza è nascosta dalla presenza del prolasso e può rendersi evidente clinicamente quando il prolasso viene risolto. Spesso, infatti si pensa, erroneamente, che l’incontinenza sia una conseguenza degli interventi chirurgici effettuati per la cura del prolasso dell’utero o della vescica. In realtà, nella maggior parte dei casi l’incontinenza è preesistente all’intervento e questo ha solo l’effetto di slatentizzarla.

Altro mito da sfatare è che l’urgenza minzionale (lo stimolo di urinare improvviso ed impellente, spesso frequente) possa essere il risultato di un aumento di volume dell’utero. L’urgenza trova la sua origine in una disfunzione vescicale durante il tempo in cui la vescica è impegnata a riempirsi. Infatti il riempimento della vescica non è un processo passivo, ma comporta una attività delle pareti vescicali che si rilassano per poter accogliere un volume crescente di urine mantenendo al loro interno una pressione bassa, in grado di consentire ai reni di funzionare costantemente ed in maniera continuativa. L’urgenza minzionale si verifica quando la vescica non è più in grado di distendersi in maniera corretta e quando il fisiologico controllo volontario della contrazione vescicale viene perso. In questi casi l’asportazione dell’utero non è, ovviamente, risolutiva.

E’ quindi molto importante, quando ci si approccia al trattamento del prolasso e delle patologie uro-genitali tener conto della funzione della vescica e dell’uretra, poiché ripristinare una anatomia corretta non significa sempre ripristinare una funzione soddisfacente. Ricordiamo che è la funzione a dare qualità di vita al paziente e che è proprio in questa ottica che dovrebbero muoversi tutte le strategie terapeutiche.