Prevenzione aborto: migliore applicazione della 194/78

L’11 giugno 2013, la Camera dei Deputati ha discusso alcune mozioni aventi per oggetto l’applicazione della legge n. 194/78; ne sono state approvate alcune riguardanti il rispetto di tale legge su tutto il territorio nazionale, con particolare riferimento all’attività dei Consultori Familiari e all’esercizio del diritto dell’obiezione di coscienza in relazione all’accesso ai percorsi di IVG.

La legge a tutela sociale della maternità consapevole, in questi 37 anni di applicazione, ha visto crescere una progressiva e consapevole scelta di maternità, aiutata dalle tante attività di prevenzione; ha fatto sì che si esercitasse un diritto di tutela della salute delle donne, che si costruisse una cultura giuridica per la valorizzazione alla vita.

Questa legge non va modificata, va anzi maggiormente considerata e applicata in modo migliore, attraverso un rilancio dei ruoli dei Consultori pubblici in tutto il territorio nazionale, per potere rispondere ai bisogni delle nuove generazioni e delle donne immigrate con una corretta educazione alla prevenzione. L’autodeterminazione deve essere sostenuta da Consultori efficienti, dove il primo obiettivo sia la salvaguardia e la valorizzazione della vita.

Le donne, tutte, ribadiscono la propria convinzione che la legge 194/78 sia una conquista da non dover rivedere e che uno Stato laico debba riconoscere il diritto alla libertà, dallo statuto dei diritti sul lavoro ai diritti di libera scelta civile e di autodeterminazione delle donne e della coppia, in materia di divorzio e di aborto.

L’obiettivo da raggiungere è, dunque, una responsabilizzazione complessiva di religiosi e laici, come d’altronde si evince dal documento condiviso nella giornata del 2 febbraio 2013 sul fronte della riduzione dell’aborto volontario, da ottenere con un aumento della contraccezione ad alta efficacia, con il contributo dei Consultori Familiari che hanno un enorme ruolo nella gestione della contraccezione, nel mondo dei migranti soprattutto.

Un rilancio dei Consultori, quindi, che senza dubbio sono la struttura più adeguata per garantire quel supporto multidisciplinare alla donna che affronta il dramma dell’IVG. Va sottolineato, infatti, che i Consultori Familiari sono gli unici servizi che, per la ricchezza di competenze multidisciplinari, mediche e psicosociali, possono svolgere attività di promozione della salute, mediante lo schema concettuale dell’offerta attiva.

Il Ministero della Salute e i rappresentati delle Regioni, hanno avviato il confronto per la messa a punto di un’intesa su Indicazioni al fine di una migliore tutela della salute sessuale e riproduttiva e sulla appropriatezza-qualità nel percorso della diagnosi prenatale. È stato dunque attivato nel 2013 presso il Ministero della Salute, un “Tavolo Tecnico” a cui sono stati invitati gli Assessori Regionali allo scopo di avviare un monitoraggio riguardante le singole strutture ospedaliere e i Consultori, per individuare eventuali criticità nell’applicazione della suddetta legge, in riferimento agli aspetti sopra menzionati con una proposta di scheda per la raccolta dati inviati ai referenti regionali.

L’obiettivo è quindi arrivare ad un’intesa in Conferenza Stato–Regioni, per perseguire procedure più appropriate in termini di maggior tutela della salute della donna e di maggior efficienza, correggendo e risolvendo le criticità.

La prevenzione del ricorso all’aborto può essere esplicata in tre diverse modalità:
1. programmi di promozione: della procreazione responsabile nell’ambito del percorso nascita, della prevenzione dei tumori femminili con i programmi di informazione ed educazione sessuale tra gli adolescenti nelle scuole e nei conseguenti “spazi giovani” presso le sedi consultoriali;
2. colloqui con équipes professionalmente qualificate, per valutare le cause che inducono la donna alla richiesta di IVG;
3. possibilità di prevenzione per quanto riguarda la riduzione del rischio di aborto ripetuto, analizzando con la donna le condizioni di fallimento del metodo impiegato, in un contesto di continuità di presa in carico in Consultorio, anche per una verifica di eventuali complicanze post-aborto.

Purtroppo, anche secondo approfondite indagini e interviste con gli operatori del settore, nella città di Messina è emerso un altro punto critico dell’applicazione della legge 194, che è l’ancora basso ricorso al Consultorio Familiare per la documentazione/certificazione (40,7% nel 2011), cosa comune a tutto il sud e isole. A Messina si è comunque avuto un aumento presso i Consultori Familiari negli ultimi anni, principalmente per il maggior ricorso ad essi da parte delle donne straniere (54,2% rispetto al 33,9% delle italiane) grazie anche alla presenza in alcune sedi della “mediatrice culturale”.

L’importante ruolo dei Consultori Familiari è ben descritto negli articoli 2 e 3 della Legge 34/1996 (un Consultorio ogni ventimila abitanti). Il numero dei Consultori Familiari pubblici in Italia (notificato dalle Regioni nel 2011) è di 2.110, mentre quello dei Consultori Familiari privati è di 131. Risultano, pertanto, 0,7 Consultori per 20.000 abitanti, situazione che si riflette anche nella città di Messina (26 Consultori pubblici e tre Consultori privati) dove si evince un valore inferiore a quello previsto dalla legge. Il continuo mutamento in decremento, oltre al progressivo accorpamento delle suddette strutture, non ha portato, nella maggior parte dei casi, né a farli potenziare, né adeguatamente valorizzare. L’interesse intorno al loro operato è stato scarso e ha avuto come conseguenza il mancato adeguamento delle risorse, della rete dei servizi, degli organici e delle sedi.

Si conferma, dunque, la necessità di una maggiore valorizzazione dei Consultori Familiari quali servizi primari di prevenzione del fenomeno abortivo, si auspica una loro effettiva integrazione con i centri in cui si effettua l’IVG, potenziando anche il loro ruolo di centri di prenotazione per le analisi pre-IVG e per l’intervento. La validità di tale impostazione è dimostrata anche da indagini dell’I.S.S. che hanno evidenziato i buoni esiti dell’integrazione tra il percorso nascita e i corsi di accompagnamento alla nascita.

Tutto ciò è realizzabile con una messa in rete dei Consultori con altri servizi di 2° e 3° livello, per cui una donna con accoglienza, senza appuntamento e con carattere di precedenza possa avere gli accostamenti necessari all’intervento e la prenotazione per lo stesso presso l’Ospedale, senza lunghe file d’attesa.

In questo senso, dovrebbe così essere attivata una specifica politica di Sanità pubblica che, identificando il Consultorio quale sede di prenotazione per le analisi pre-interruzione di gravidanza e per l’intervento, renda possibile e “conveniente” rivolgersi per il rilascio della certificazione a tale servizio, a cui si ritorna per il controllo post- interruzione volontaria di gravidanza e per il counselling per la procreazione responsabile.

Il Papilloma virus: Pap-test e vaccino per prevenirlo

L’infezione da Papilloma virus (HPV) è uno dei principali fattori di rischio per il tumore della cervice, che si trasmette per via sessuale. L’infezione da HPV è molto frequente nella po­po­la­zio­ne: si stima in­fatti che oltre il 75% del­le donne sessualmente siano colpite dl virus nel corso della loro vita, con un picco di pre­va­lenza nelle giovani don­ne fino a 25 anni di età. La maggior parte delle infezioni da HPV (70-90%) è transitoria, in quanto il virus viene eliminato grazie al­l’azione del sistema immunitario prima di sviluppare un effetto patogeno. La persistenza dell’infezione virale è invece la con­di­zio­ne necessaria per l’evoluzione verso il carcinoma cervicale. L’acquisizione di un genotipo virale ad alto rischio au­menta la probabilità di infezione persistente. In questo caso si possono sviluppare lesioni pre­can­cerose che possono poi progredire fino al cancro della cervice.

La probabilità di progressione delle lesioni è correlata anche ad altri fattori, quali un inizio precoce dell’attività sessuale e l’elevato nu­mero di partner, il fumo di sigaretta, una dieta povera di frutta e verdura, l’obesità,l’uso a lungo termine di contraccettivi orali, e la co-infezione con altre infezioni sessualmente trasmesse. Generalmente il tempo che intercorre tra l’infezione e l’insorgenza delle lesioni precancerose, cioè quelle lesioni che se lasciate indisturbate possono por­tare al carcinoma, è di circa cinque anni, men­tre la latenza per l’insorgenza del carcinoma cervicale può essere di decenni.

Per que­sto, la prevenzione del car­ci­no­ma è ba­sa­ta su programmi di screening (monitoraggio periodico), che con­sen­to­no di iden­ti­fi­ca­re le lesioni pre­cancerose e di intervenire prima che evolvano in car­ci­noma. Nella fattispecie lo screening per il carcinoma del collo dell’utero con­siste nell’esecuzione periodica del Pap-test.

No­no­stan­te i pro­grammi di screening, il cancro del collo dell’utero rappresenta ancora oggi la seconda causa di morte in Europa per tumore tra le giovani don­ne tra i 15 e i 44 anni, dopo il tumore al seno. Soltanto in Italia ogni anno muoiono circa 1500 donne: 4 ogni giorno. Si stima che circa il 50% delle donne con diagnosi di carcinoma della cervice uterina non aveva eseguito il Pap-test l’anno precedente la diagnosi e un altro 10% non lo aveva fatto negli ultimi 5 anni prima della dia­gnosi. I nuovi orienta­men­ti per la gestione clinica dello screening citologico cervicale raccomanda­no di proporre alla donna uno screening che dovrebbe iniziare a 21 anni, ad intervalli di due fino ai 29 anni. Dai 30 in poi, le donne che hanno avuto per tre volte consecutive esiti negativi possono effettuare lo screening con un intervallo di 3 anni.

Una nuova possibilità di prevenzione del tumore del collo del­l’utero è la vaccina­zio­ne. Ne esistono due: uno bivalente (contro i tipi ad alto rischio 16 e 18 di HPV) ed uno te­tra­valente (contro i tipi a basso rischio 6 e 11 e ad alto rischio 16 e 18). Entrambi i vaccini vengono somministra­ti in 3 dosi per via in­tra­musco­la­re (a 0,1 e 6 mesi il bivalente, a 0,2 e 6 mesi il tetravalente) e non contengono virus intero: non possono in nessun caso causare infezioni o malattie. I vaccini antipapilloma virus, infatti, vengono considerati di nuova gene­razione in quanto sono ottenuti mediante tecniche di ingegneria genetica e con­tengo­no solo particelle del­l’involucro esterno del virus. Una volta introdotte nell’organismo, il sistema immunitario viene letteralmente preso in giro. Solo raramente possono verificarsi lievi effetti collaterali comuni a tutti i vaccini, come ad esempio un leggero rossore o prurito al sito di iniezione, o qualche linea di febbre di breve durata. La vaccinazione prima dell’inizio dei rap­porti sessuali è particolarmente vantaggiosa perché induce una pro­te­zio­ne efficace prima di un eventuale contagio da HPV. E’ bene sottolineare che il vaccino è preventivo e non curativo, per­tanto non è attivo contro le infezioni da HPV, le lesioni cervicali o i condilomi già pre­senti e che la donna sottoposta a vaccinazione venga comunque e regolarmente sottoposta a Pap-test, seguendo il programma di screening.